Misura solo ciò che conta: gli OKR spiegati da chi li ha inventati

Sulla scorta del web café di aprile, questo mese abbiamo letto per voi Measure what matters di John Doerr. È un libro che si concentra sulla produttività e il raggiungimento degli obiettivi. È stato scritto dall’ideatore degli OKR e racconta di come alcune grandi aziende come Google o la Gates Foundation abbiano raggiunto  risultati molto più importanti e in minor tempo grazie a questa metodologia.

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L’importanza di avere una direzione e la bellezza di raggiungere gli obiettivi

Uno degli aspetti che vengono messi sin da subito in evidenza nel libro è Measure what matters - misurare con gli okrl’importanza di avere una direzione. Sembra una banalità ma chi lavora a un proprio progetto spesso riscontra una certa difficoltà nel seguire un obiettivo, soprattutto se a lungo termine. Peggio è la situazione in una grande azienda con tanti manager e dipendenti. La metodologia OKR risolve questo problema permettendo a tutti di tenere sempre a mente la direzione da avere. In più, gli OKR sono caratterizzati da un approccio aperto dove sia chi è a capo dell’azienda che chi è alla dipendenze può scegliere come agire. L’importante è raggiungere l’obiettivo. Questo ha almeno due effetti sul lavoro quotidiano. Da una parte un continuo allineamento tra tutti i lavoratori (tutti sanno chi ha fatto cosa) e dall’altra parte si instaura un rapporto di fiducia. I manager non devono controllare ossessivamente quanto lavora il dipendente x e soprattutto non devono star lì a dire cosa fare. Saranno i risultati a parlare per ciascuno. Questo approccio permette perciò di instaurare un clima di confronto continuo a tra tutti i lavoratori all’interno dell’azienda, eliminando così le noiose riunioni di aggiornamento.

L’importanza degli Stretch Goals

Per poter funzionare al meglio, gli OKR hanno bisogno dei cosiddetti stretch goals. In italiano potremmo chiamarli obiettivi sfidanti. È infatti necessario porre l’asticella dei propri obiettivi leggermente al di sopra delle proprie aspettative. Questo serve a motivare tutti a dare il massimo. La regola dice che se si raggiungono facilmente tutti gli OKR allora non si sta applicando la metodologia nel modo corretto.

A chi si rivolge il libro

Il libro è stato scritto per tre tipi di lettori. Può essere utile ai CEO e ai manager che hanno intenzione di vedere crescere la produttività dell’azienda di cui fanno parte. Viste anche le enormi potenzialità degli OKR, questo libro può essere adattato anche ai founder di startup: attraverso le pagine di questo libro potranno trovare utili consigli per gestire la propria impresa in modo trasparente e con una attenzione particolare al raggiungimento degli obiettivi. Potrà sembrare insolito, ma anche chi ricopre un ruolo da dipendente potrà trovare giovamento dalla lettura del libro di John Doerr. Qui potranno trovare nuovi stimoli e nuovi modi per rendicontare la propria produttività.

Chi è l’autore

John Doerr è il VC americano che ha diffuso in tutti gli Stati Uniti la metodologia OKR. Oltre al lavoro per la Kleiner Perkins, John Doerr è stato membro dell’Economic Recovery Advisor Board dell’ex Presidente americano Barack Obama.

Measure what matters può essere acquistato qui.

Foto di copertina di Charles Deluvio on Unsplash

Andrà tutto bene se saremo antifragili

Questa è la settimana in cui dalle pagine di questo blog vi consiglio un libro da leggere. In programma ce n’era uno dedicato alla gestione delle community, ma dopo aver letto questo articolo ho pensato che fosse giusto parlare di Antifragile.

Antifragile è un libro scritto da Nassim Nicholas Taleb, filosofo, saggista e matematico libanese naturalizzato statunitense, esperto di matematica finanziaria. Ha pubblicato questo libro nel 2012 dopo che il Sunday Times aveva inserito Il cigno nero (opera pubblicata dallo stesso autore nel 2007) tra i libri che hanno cambiato il mondo.

Antifragile parla del principio di antifragilità e chiude la serie dell’incertezza (o trilogia dell’Incerto) che l’autore ha trattato in questo libro, ne Il Cigno Nero e nel volume pubblicato nel 2001, Giocati dal caso.

Perché può essere utile leggere (o rileggere) Antifragile oggi

Io ho letto questo libro tempo fa e se Taleb è uno degli autori più citati del momento (è dovuto intervenire lui stesso per spiegare che il coronavirus non è un cigno nero) è proprio in virtù del periodo di profonda incertezza che stiamo vivendo. Quindi leggere Antifragile non può che aiutarci a capire e interpretare meglio ciò che ci aspetta, visto che molti di noi si stanno sprecando in previsioni di come sarà la nostra società dopo il Covid19. A me piacerebbe che fosse più antifragile.

Cosa è l’antifragilità

Taleb definisce antifragile tutte quelle “cose” (esseri viventi, ecosistemi, oggetti) che traggono vantaggio da uno shock improvviso, ne escono cioè più forti di prima.

Antifragile - copertinaIl termine antifragile deriva da un ragionamento. Se qualcosa di fragile accusa lo shock e viene distrutto allora parliamo dell’esatto opposto. Il dizionario ci dice che il contrario di fragile è robusto, forte. Ma, ancora, qualcosa di robusto e/o forte non trae vantaggio da uno shock, anzi, più una cosa è forte, meno subisce gli effetti negativi di uno shock. Questo ha indotto l’autore a coniare la parola antifragile. Un termine che si discosta anche dal più abusato “resiliente” perché la “cosa” resiliente accusa lo shock ma resta uguale a sé stessa, quella antifragile invece migliora. Da qui è facile capire che per essere antifragile un sistema deve essere volatile: non può resistere agli shock, anzi li deve subire così da prosperare. Taleb fa l’esempio dell’Idra, il mostro mitologico la cui caratteristica principale stava nel fatto che ogni volta che gli veniva tagliata una delle teste ne ricrescevano due dal moncherino. L’idra ha trasformato uno shock in una occasione per battere i propri nemici.

Come impariamo a essere antifragili?

Taleb lo spiega nel libro. Ci consiglia innanzitutto di smettere di prevedere il futuro e pianificare ogni scelta. Le opportunità a volte vanno semplicemente colte solo perché ci si presentano davanti: non possiamo misurare tutti i pro e i contro.
Questo non significa che dobbiamo andare a fare i matti in strada, è naturale. Ciò che consiglia Taleb è ridurre al minimo il rischio quando ci troviamo di fronte a un terreno poco conosciuto. Minore sarà il rischio, minori saranno le perdite: una volta “testato” il terreno saremo pronti a prosperare. È nella natura umana accettare una perdita per crescere (il cosiddetto investimento). Cerchiamo di perdere il meno possibile.
Smettiamola infine di essere troppo rigidi. I sistemi antifragili prosperano proprio grazie all’incertezza e alla volatilità: se si è troppo concentrati su una propria idea si rischia di non vedere cosa il mondo esterno vuole dirci e ignorare quindi la strada verso un possibile successo.

Fino al 30 aprile tutti i libri di Taleb in formato ebook possono essere acquistati a soli 2,99 euro ciascuno sul sito de Il Saggiatore.

Foto di copertina: Pietro Luca Cassarino / CC BY-SA

Perché un libro di storia può stare dentro la biblioteca di Start Me Up

Nella biblioteca di Start Me Up questo mese mettiamo il libro Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond. Un libro che – come potete facilmente intuire – non è un manuale pratico su una qualche tecnica di marketing. È piuttosto un ottimo spunto per pensare a come si muove l’innovazione e un buon motivo per contrastare una qualsiasi teoria di supremazia di questo o quell’altro popolo. Un argomento che affidare al caso sarebbe troppo semplice e sbagliato se lo dovessimo considerare nella sua totalità. Certamente il caso ha giocato il suo ruolo, ma non è stato il solo e non è stato quello più determinante.

La domanda di partenza è piuttosto semplice: perché alcuni popoli hanno sentito l’esigenza di partire e conquistare altre terre e altri no? Quali sono state le condizioni che li hanno spinti a operare in questo modo? Da questa considerazione l’autore conduce il lettore in un viaggio ricco di spiegazioni scientifiche e storiche, ricco di aneddoti e curiosità che ci aiutano a capire il perché la storia abbia preso il corso che conosciamo.

I punti salienti sono proprio nelle tre parole del titolo: Armi, acciaio e malattie. Sono i tre elementi chiave che stanno alla base del successo o dell’insuccesso di una particolare popolazione. Siamo chiari, non solo elementi che spesso i popoli hanno controllato, ma che in un modo o in un altro ne hanno favorito le sorti.

Ma quindi che c’entra un libro di storia con Start Me Up?

copertina libro di Diamond (storia)Beh, innanzitutto c’è da dire che questo libro nasce da una ricerca fatta con metodi nuovi per il campo in cui opera. Jared Diamond ha spiegato la storia applicando principi scientifici e ponendosi domande più generiche. Attività che si discostano dal metodo classico degli storici abituati allo studio dettagliato di un particolare popolo in un particolare periodo (lo ha raccontato lui stesso in una intervista a Corriere Innovazione). Un metodo che ha portato i suoi frutti visto che la prima edizione del libro ha vinto il Premio Pulitzer e ha trasformato Jared Diamond in una specie di dio con un seguito osannante.

E poi perché Armi, acciaio e malattie permette di scoprire come le tecnologie si siano diffuse nel mondo, cosa le ha generate, perché proprio in quel momento e perché proprio lì. Ci aiuta perciò a capire quali siano i fattori vincenti da un punto di vista evolutivo e sociale. Siamo chiari, mica vogliamo da domani conquistare chissà cosa, ma sono nozioni utili per comprendere quali siano gli elementi essenziali su cui costruire qualcosa dentro un ecosistema esistente e i meccanismi che li governano. Un esempio? Pensate al cosiddetto Principio di Anna Karenina che l’autore descrive nel nono capitolo: è stato ripreso dal fondatore di Paypal Peter Thiel, per spiegare l’unicità delle aziende che arrivano al successo a fronte di una certa somiglianza degli errori commessi da quelle che invece non ce la fanno.

Questo è quello che per noi si dice: aprire la mente. E Armi, acciaio e malattie fa proprio questo: ti apre la mente. Quale altro motivo serve per volere questo libro nella biblioteca di Start Me Up?

Foto di copertina Nick Fewings via Unsplash

Quattro motivi per cui leggere “Crea contenuti efficaci” di Rudy Bandiera

Questo articolo è stato scritto con il supporto di Dario Flaccovio Editore

Questo è un post per chi ha il compito di creare contenuti, non solo e per forza online e non solo e per forza per sé stessi. In questo post vi racconto perché se create contenuti dovreste leggere “Crea contenuti efficaci” di Rudy Bandiera. I motivi sono almeno quattro.

1. Nasce da un metodo di lavoro

“Crea contenuti efficaci” è un libro che nasce da un metodo di lavoro, quello del suo autore. È lo stesso Bandiera a precisarlo nella prima parte del volume. “È quindi un manuale pratico” direte voi. In realtà no, o meglio, non solo: c’è sì una parte pratica, a cui però è necessario anteporne una teorica. Perché, come scrive lo stesso Bandiera, “come posso sapere cosa fare se non so perché lo faccio?”.

2. Sta tutto nella fiducia

Nella suddetta parte teorica si parla principalmente della fiducia. La vera cosa che mi porto dietro dalla lettura di questo libro è quanto sia importante la fiducia per un qualsiasi soggetto che vuole comunicare qualcosa on e off line. Va da sé quindi che la parte teorica di “Crea contenuti efficaci” declini per lo più il concetto di fiducia. E lo fa in un’ottica aziendale e di comunicazione precisando perché, come e quando costruirla.

3. Non solo contenuti online

I contenuti a cui si riferisce l’autore nascono on-line e non sono solo testuali: si parla di video ma anche di presentazioni pubbliche. Anche in questo caso, i consigli sono tanti e sono tutti preziosi, visto che nascono dall’esperienza diretta di chi fa questo mestiere da parecchio tempo. Sembra una banalità ma non è affatto scontato trovare un buon oratore con delle slide fatte bene. Anche se la situazione sta via via migliorando, c’è sempre bisogno di qualcuno che ti sappia dire come creare in modo corretto le slide e ti dica a cosa fare attenzione nel caso in cui tu debba parlare in pubblico. Un compito che “Crea contenuti efficaci” svolge con precisione e in un modo impeccabile.

4. Strumenti online da provare subito

Il quarto motivo per cui sento di consigliarvi questo libro è proprio la parte pratica. Nell’ultima parte del libro Rudy Bandiera descrive ed elenca una serie di strumenti che lui usa abitualmente. Incuriosito, ne ho voluti provare alcuni e devo dire che da allora non ho smesso di usarli. Certo, non li utilizzo nel suo stesso modo, ma credo sia anche questo il segreto di questo libro: suggerirti un metodo che tu possa adattare alle tue esigenze, modificandolo dove per te non funziona a tuo uso e consumo. Io l’ho fatto e mi ci trovo bene.

Rudy Bandiera è presente sui vari social e il suo sito è un ottimo punto di partenza per trovare ciò che più vi interessa. Mentre “Crea contenuti efficaci” può essere acquistato qui.

Promuovere sé stessi online con i consigli di un fratello maggiore

Questo articolo è stato scritto con il supporto di Dario Flaccovio Editore

Non so voi, ma da quando frequento il mondo dell’online, uno dei nomi che torna sempre è quello di Riccardo Scandellari. Nella timeline dei social che seguo spesso compaiono i suoi contenuti perché condivisi dai miei contatti e in più di una occasione amici mi hanno detto di aver partecipato a uno dei suoi corsi restandone realmente soddisfatti. Ho capito perché leggendo “Fai di te stesso un brand” e in queste poche righe vi spiego perché.

“Fai di te stesso un brand” un classico dei libri di marketing

Non so se sia esagerato applicare la categoria classico anche ai libri di marketing: a mio avviso “Fai di te stesso un brand” ci rientra perfettamente. Il libro di Riccardo Scandellari ha la capacità di condensare in poco meno di duecento pagine tutto quello che serve per iniziare e/o migliorare la propria presenza online. E l’autore lo fa in modo semplice, diretto, come farebbe un fratello maggiore. E non uso questa metafora a caso: il fratello maggiore è quello che ti spiega le cose perché ci è già passato (e se non lui, sicuramente qualcuno che conosce) e quindi sa di chi ci si può fidare e di chi no, quali sono le cose da sapere e – nel caso – da approfondire, quando è il momento di passare all’azione. “Fai di te stesso un brand” segue (almeno secondo me) questa logica.

“Fai di te stesso un brand” per capire come e dove agire online

“Fai di te stesso un brand” offre una panoramica di ciò che è importante sapere quando si inizia a comunicare attraverso il digitale e lo fa in modo semplice e – per quanto possibile per un libro – aggiornato. Io ho letto l’edizione di settembre 2017 e non ho mai avuto la sensazione che le informazioni non fossero attuali. E questo perché “Fai di te stesso un brand” non è un libro di strategia ma un prontuario per capire come e dove agire online.


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Leggi anche “I miti da sfatare sul growth hacking e un esperimento”


Si parte dai “concetti base” in cui vengono esposte alcune teorie che stanno alla base (appunto) del voler essere presenti online per passare poi al capitolo “strumenti” dove è possibile trovare una breve panoramica delle varie piattaforme da usare. La terza sezione è dedicata ai “contenuti” e l’autore elenca i fattori da tenere presenti per fare in modo che ciò che si intende produrre (che sia scritto o multimediale) riesca davvero a sortire l’effetto desiderato. I capitoli finali, dedicati rispettivamente a “passare all’azione” e “il network” contengono infine una lunga serie pillole e suggerimenti per non cadere nei classici errori di chi si avvicina a questo mondo.

Chi dovrebbe leggere “Fai di te stesso un brand”

“Fai di te stesso un brand” è un ottimo strumento per chi, alle prime armi, vuole saperne di più su come promuoversi online. La schematicità con cui sono organizzati i contenuti rende fruibile il libro anche a posteriori, per una breve consultazione. Infine, non bisogna sottovalutare l’esposizione schietta e semplice di Riccardo Scandellari che rende “Fai di te stesso un brand” un libro piacevole da leggere: un po’ come ascoltare i consigli di un fratello maggiore.

Riccardo Scandellari si segue su skande.com.

I miti da sfatare sul growth hacking e un esperimento

Questo articolo è stato scritto con il supporto di Dario Flaccovio Editore

Più che sul libro sul growth hacking, quello scritto da Luca Barboni e Federico Simonetti è un libro sui miti da sfatare sul growth hacking. Quello che può sembrare un espediente acchiappa click è in realtà la prima sensazione che ho avuto quando sono arrivato alla fine di Growth Hacking: fai crescere la tua impresa online che fa parte della collana Webbook di Dario Flaccovio Editore. In questo articolo elencherò quelli che a me sono sembrati i miti più eclatanti e in più vi sottoporrò a un esperimento. Ma dovrete arrivare fino alla fine. Per cominciare, una nota sugli autori.

Gli autori di Growth Hacking: fai crescere la tua impresa online

Il libro – la cui prima edizione è di metà 2017 – sintetizza per bene la storia e i processi che stanno dietro al Growth Hacking. Per scriverlo Luca Barboni si è affidato a Federico Simonetti che – come scrive lui stesso – era “la persona più intelligente nella stanza” dove si conobbero qualche anno prima della scrittura del libro. Ma non solo lui: all’interno del libro ci sono inserti curati da altri 5 “contributori” che, se avete un minimo di dimestichezza con il mondo del marketing digitale italiano, riconoscerete subito. Stiamo parlando di Matteo Pogliani, Raffaele Gaito, Bernando Mannelli, Claudio Marchetti e Federico Pacilli.

Primo mito da sfatare: il Growth Hacking non è un ricettario

La struttura del libro permette a qualsiasi lettore di farsi una idea piuttosto completa di cosa parliamo quando parliamo di growth hacking. Si parte da una panoramica del mondo delle startup, un concetto che purtroppo sempre più annacquato negli ultimi tempi e che qui gli autori riprendono nell’accezione classica della Silicon Valley: cioè un’azienda che con poco e in modo innovativo riesce a crescere tanto e in poco tempo. E qui viene fuori il ruolo essenziale del growth hacking all’interno della vita di una startup. Ma attenzione! Non stiamo parlando di un ricettario dove trovare quelle azioni che SICURAMENTE ti faranno crescere. Il primo mito sul growth hacking che questo libro sfata è proprio questo: il growth hacking è più un processo che un libretto di istruzioni. Delusi? E questo è niente…

Secondo mito da sfatare: il Growth Hacking non è solo per startup

Il fatto che il growth hacking arrivi dal mondo delle startup non significa certo che sia adatto solo a questo tipo di aziende. Nel libro questo concetto viene articolato per bene e vengono anche riportati i casi di successo di alcune imprese che hanno usato il growth hacking per lanciare un singolo prodotto o di come alcuni imprenditori ormai lo utilizzino quotidianamente nella loro azienda. Ve l’ho detto, è più un processo da attuare all’interno della propria impresa che altro. Un processo che prevede – tra le altre cose – uno stretto contatto con i propri clienti, ma soprattutto con i dati in nostro possesso. Se dovessimo infatti trovare delle parole chiave proprie del growth hacking, una di queste sarebbe certamente “misurare”. Come farlo al meglio? Lo trovate scritto nel libro, dove sono indicati anche alcuni hack (è proprio il caso di dirlo) per farlo non solo al meglio ma anche in meno tempo possibile.

Come passare all’azione?

Growth Hacking: fai crescere la tua impresa online è soprattutto un manuale operativo, naturalmente. Se da un lato descrive le principali caratteristiche del growth hacker all’interno delle aziende, dall’altro analizza e descrive tutti gli aspetti che una società dovrebbe intraprendere nel caso in cui decidesse di attuare processi simili. Perché, non dimentichiamolo e gli autori non smettono mai di ricordarlo, il growth hacking è un processo che coinvolge l’intera azienda: più lo sforzo sarà corale più ci sarà la garanzia di avere dei risultati concreti.

Infine, l’esperimento…

Se a me questo libro ha dato la sensazione di voler scacciare il tanto fumo che negli ultimi anni si è sollevato su questo argomento, spero che questo articolo vi convincerà a leggere Growth Hacking: fai crescere la tua impresa online. E, visto che se siete arrivati a leggere fin qui, in piena ottica growth hacker vi invito a condividere queste poche righe con chi pensate possa essere interessato. Dimostratevi che non ho mica letto questo libro per niente, eh!

La foto di copertina è di Samuel Zeller, via.

Quattro motivi per leggere “Il lavoro del futuro” di Luca De Biase

Parlando di questo libro avrei potuto inserire un sacco di citazioni che mi sono rimaste in mente. Il rischio sarebbe però poi stato di non scrivere un articolo ma di fare un plagio, così cerco di mettere le idee al proprio posto e vi do quattro motivi per leggere “Il lavoro del futuro” di Luca De Biase.

Innanzitutto perché non è solo teoria. È bello vedere come l’autore inserisca casi concreti di aziende italiane che lavorano in campi come la robotica e a livelli così alti che quasi pensi non sia possibile: quando il dibattito quotidiano si è ridotto a polemiche e a un gioco al ribasso che ci appiattisce tutti alla mediocrità? Perché è necessario acquistare un libro per sapere che in ogni parte d’Italia c’è almeno un’azienda che cerca di innovare il proprio settore? Credo che se notizie di questo tipo fossero più alla portata di tutti guarderemmo al futuro con meno livore e forse anche con un po’ più di serenità.

Fa i conti con la paura sempre più diffusa della perdita di posti di lavoro (vedi alla voce livore, poco più su). Magari è una versione edulcorata del futuro, però il libro affronta il tema del “sopravvento dei robot” in maniera piuttosto oggettiva. E lo fa in un modo abbastanza banale e cioè trattando i robot per quello che sono, cioè macchine. Quindi nessun complottismo o piano di chi sa quale mente perversa, ma solo la consapevolezza di dire che in quanto macchine saremo noi umani a stabilire come funzioneranno. Sul tema poi della mancanza dei posti di lavoro si conferma la visione che si, le macchine faranno ciò che oggi fa un operaio poco specializzato: ma si pone in luce anche che se si tratta di lavori massacranti, poco stimolanti e rischiosi c’è da dire anche meno male! Il libro si sofferma poi sui vari tipi di posti di lavoro che la robotica richiederà in un futuro talmente prossimo che stiamo parlando di ore. Un aspetto poco dibattuto ahinoi, ma che ci dovrebbe interessare visto che qualcuno questi lavori dovrà farli e come dice il proverbio “chi tardi arriva, male alloggia”.

Non solo robotica. Se parlasse solo di tecnologia e robot “Il lavoro del futuro” sarebbe un libro incompleto. Una parte del saggio è dedicata infatti a come cambia il lavoro nella vita delle persone. Ci stiamo infatti sempre più allontanando da un modello rigido vita personale/lavoro. Ci piaccia o no, la persona come essere pensante è e sarà sempre più coinvolta nella vita della azienda di cui fa parte. Un po’ perché il lavoro meccanico sarà sempre più affidato alle macchine (vedi su), dall’altro lato c’è anche un motivo culturale dietro: le persone saranno sempre meno disponibili a lavorare in posti in cui non posso apportare valore all’azienda. Un aspetto che chi si appresta a gestire questa nuova forza lavoro non può sottovalutare: già oggi chi lavora sente l’esigenza di essere coinvolto e questo aspetto prenderà sempre più piede in futuro.

Formazione ed ecosistemi. Per questo motivo un altro aspetto indagato da “Il lavoro del futuro” è quello della formazione e di ciò che c’è intorno all’azienda. Non possiamo più immaginare che un’impresa si preoccupi solo di ciò che avviene all’interno delle proprie mura. È necessario instaurare un dialogo con gli enti di formazione, con le amministrazioni locali e nazionali per stimolare una crescita sociale, culturale e quindi anche economica di un intero sistema. Sembra complesso ma è un tema profondamente legato a quanto detto in precedenza. I lavoratori avranno sempre più bisogno di essere coinvolti e in base a questo riusciranno a dare il giusto contributo alla propria azienda.

Puoi acquistare il Lavoro del futuro di Luca De Biase su amazon.it

Foto di copertina di Annie Spratt, via Unsplash.

Perché chi ha un’idea d’impresa dovrebbe leggere “Da cosa nasce cosa”

Non so quando o perché ho deciso di inserire Da cosa nasce cosa di Bruno Munari nella mia lista pubblica di libri da leggere. Forse ne ho letto un estratto da qualche parte e avevo deciso che doveva rientrare nella mia biblioteca personale. L’incoscienza a volte ci azzecca e nonostante io non sia un designer questo libro mi ha divertito e per certi versi l’ho trovato utile per il mio lavoro.

Un libro sulla creatività

copertina libro Munari Da cosa nasce cosaSe ho deciso di parlare di Da cosa nasce cosa di Bruno Munari per dare il via alla rubrica sui libri di Start Me Up è perché questo è un libro sulla creatività. Vuoi poi per la scrittura leggera, vuoi per la semplicità delle argomentazioni Da cosa nasce cosa è a mio avviso un must per chi risolve problemi per lavoro. L’intento di Munari è quello di insegnare le basi della progettazione di cose alla portata di tutti, che risolvono problemi reali. Perché “se si impara a risolvere piccoli problemi si può pensare di risolvere poi problemi più grandi.” Munari spiega tutto in maniera lineare e attraverso modelli molto semplici. Su tutti, lo schema di risoluzione di un problema a mio avviso andrebbe appeso sul muro di ogni agenzia che progetta soluzioni per qualsiasi tipo di cliente.

La regola fondamentale che sta dietro ogni progetto: semplificare.

C’è anche un paragrafo dedicato all’importanza di semplificare. “Semplificare è un lavoro molto difficile e richiede molta creatività. Complicare è molto più facile”. Ora quanti di voi hanno progettato una app o un servizio, pensandoci di farci una startup, mettendoci dentro decine di funzioni? E adesso, pensate a quante cose o servizi usate proprio perché sono semplici da utilizzare? E, attenzione se non siamo capaci di capire quanto difficile sia semplificare è perché, per natura, è difficile quantificare il lavoro progettuale che c’è dietro a un oggetto o servizio che funziona bene. Sarà capitato a tutti, davanti a un nuovo oggetto che fa qualcosa di semplice esclamare: “Ma questo lo sapevo fare anche io”. La risposta migliore la dà Munari:

“quando qualcuno dice
questo lo so fare anch’io
vuol dire
che lo sa rifare
altrimenti lo avrebbe
già fatto prima”.

E qui capite quanto la novità rappresenti, almeno per alcuni campi, un reale vantaggio competitivo.

Anche se nasce per designer, Da cosa nasce cosa è perfetto per chi ha un’idea e vuole farci un’impresa. Il testo giusto, che ti induce a dubitare delle cose giuste e a porti le domande corrette. Servono altri motivi per pensare di doverlo leggere?

foto di copertina Chris Benson, via Unsplash

Non c’è sviluppo senza il bello e gli ultimi: la ricetta di Sud Innovation

Quando fui nominato Presidente della Fondazione CON IL SUD, decisi di incontrare un po’ di esperienze significative del “sociale”. Incontrai a Napoli uno dei più intelligenti ed innovativi operatori che lavora in un quartiere famoso, nel centro della città. Mi disse: “Se riusciamo ad incrociare il bello e gli ultimi faremo veramente sviluppo”. Pensai che era un bell’auspicio, un po’ visionario. La realtà che vedo, mi dice che aveva perfettamente ragione.

Carlo Borgomeo – Presidente Fondazione con il Sud

Così si chiude il libro “Sud Innovation – patrimonio culturale, innovazione sociale e nuova cittadinanza (FrancoAngeli, Milano 2015)” e se riporto questo passaggio non è certo per rovinarvi il finale. È solo che – come ogni cosa nella vita – il senso di un percorso lo si capisce al termine del viaggio. E questo libro è un viaggio reale in quella che è al momento l’innovazione –sociale applicata al patrimonio culturale – nel Sud Italia. Il mio è un parere da spettatore, o meglio operatore, che da qualche anno con il podcast racconta storie come quelle raccolte in questo volume. Alcune sono stranote e grazie a Dio hanno superato la fase di startup, altre (che non conoscevo, lo ammetto!) mi hanno lasciato la voglia di saperne di più e chissà, magari raccontarle attraverso le voci dei protagonisti in una delle prossime puntate.

Un Sud Italia lontano dagli stereotipi che esiste e resiste

Nella presentazione del libro che se ne fa sul sito c’è anche un po’ il punto che ha animato Start Me Up. Il podcast da sempre ha provato a raccontare un Sud Italia diverso, lontano dagli stereotipi del folklore e delle macchiette regionali. Forse oggi lo fa con maggiore consapevolezza, certo che queste non rappresentano più delle semplici deviazioni a un percorso già stabilito, ma delle vere e proprie vie; se d’uscita, decidete voi da cosa. Ma dicevamo della presentazione:

Nella sconfortante situazione generale in cui versa il patrimonio culturale e ambientale italiano, tante iniziative e progetti, promosse perlopiù da cittadini appassionati e determinati, hanno iniziato a destare l’attenzione per aver riaperto luoghi, riqualificato spazi, rigenerato quartieri e riattivato relazioni comunitarie, creando sviluppo locale e arricchimento culturale.

L’aspetto interessante è il filo rosso che accomuna tutte queste storie e che, nella diversità di luoghi e persone, presenta caratteristiche comuni. C’è la voglia di riappropriarsi di luoghi che gli enti preposti, per vari motivi, sono incapaci di gestire, ma anche la volontà di lavorare sul ruolo della comunità. Due aspetti che portano automaticamente e inevitabilmente a inventare una nuova economia. Questa economia sarà così forte da, non dico sostituire, ma almeno affiancare quella preponderante? È la sfida che le storie raccolte in questo libro portano avanti e che, per avere successo, devono mettere in contatto il bello e gli ultimi. Nonostante tutto, nonostante tutti.

Sud innovation. Patrimonio culturale, innovazione sociale e nuova cittadinanza

  • Autori e curatori: Stefano Consiglio, Agostino Riitano
  • Contributi: Alessandro Bollo, Carlo Borgomeo, Fabrizio Cobis, Roberto Ferrari, Alessandra Gariboldi, Alessandro Hinna, Marcello Minuti, Tommaso Montanari, Alessia Zabatino
  • Editore: Franco Angeli (17 ottobre 2016)