La transizione ecologica passa anche dalla ricerca acustica (e la lana)



Cosa lega la transizione ecologica, i processi di autocostruzione e la ricerca acustica? Se la domanda sembra bizzarra la risposta non è da meno: la lana di pecora. Sì, abbiamo scritto lana di pecora e se ascolterai questo episodio di Start Me Up capirai perché. Il protagonista è Leonardo Lococciolo, project manager di Hackustica.

Hackustica è la startup pugliese che si occupa di progettazione e consulenza acustica, ma anche di ricerca e sviluppo di materiali naturali. Al momento il tutto è finalizzato alla produzione di pannelli fonoassorbenti ma in futuro gli sviluppi potrebbero interessare anche il campo della bio-edilizia. Insieme a Leonardo scopriamo lo stato dell’arte del mercato dei prodotti industriali di origine animale, cercando di intuire il potenziale dietro la sua azienda.

 


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La lana di pecora e la transizione ecologica

Hackustica deve la sua nascita al territorio pugliese. Non sarebbe stato possibile infatti immaginare questo tipo di azienda se non in una regione con una presenza massiccia di aziende agro pastorali e che negli ultimi anni ha visto la nascita di numerose iniziative nel campo della cultura e dello spettacolo. L’intuizione di utilizzare la lana di pecora come elemento centrale per la produzione di pannelli fonoassorbenti da destinare agli spazi per il pubblico spettacolo viene fuori proprio da questo mix (ma nel podcast è raccontato meglio).

La citazione di Leonardo di Hackustica su trasizione ecologica e lana

La lana di pecora, a parità di consumo, presenta una serie di vantaggi rispetto alle alternative attualmente in uso. Naturalmente, visto l’enorme potenziale che questo materiale ha e la quantità presente (non solo in Puglia) è normale che si stia immaginando di utilizzarla anche in settori che non siano strettamente legati al campo dell’insonorizzazione acustica. E l’impatto che questo materiale avrebbe in settori come ad esempio l’edilizia aiuterebbe ad accelerare i processi di transizione ecologica.

Ci sono alcuni fattori che al momento ostacolano la diffusione della lana di pecora. Una sfida che il team di Hackustica sta affrontando anche grazie al supporto del programma di incubazione Ready to impact di a|cube società benefit.

Autocostruzione e l’eredità di Ex-Fadda

Il percorso di Leonardo Lococciolo e Rosario Errico è strettamente legato alla nascita di Ex-Fadda a San Vito dei Normanni. Da questa esperienza i due founder si portano dietro tutta la potenza e i benefici dei cantieri di autocostruzione. È Leonardo a raccontare nel podcast che proprio grazie all’esperienza vissuta a San Vito dei Normanni lui ha compreso quale potesse essere il suo futuro professionale.

Il processo di autocostruzione è stato talmente importante per il team di Hackustica che una delle prime azioni di questa azienda è stata organizzare un cantiere che coinvolgesse professionisti e non per portare a termine il loro primo progetto: la realizzazione dell’architettura acustica di TEX – Il teatro dell’Ex Fadda.

Al momento in cui abbiamo registrato l’intervista gli sviluppi di Hackustica non sono stati ancora ben definiti. Qualunque sarà la strada però siamo certi che il team manterrà fede ai valori raccontati in questo podcast: riuso, economia circolare e processi partecipativi. Elementi che tra le altre cose permettono a Hackustica di legare la transizione ecologica alla ricerca acustica.


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Innovazione culturale fuori dai musei – Speciale BMTA di Paestum



Piccolo episodio bonus realizzato in occasione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum.

Lo scorso 27 novembre ho parteciato come relatore a Storia e Musei al microfono: il fenomeno podcast, un panel curato dal think thank Archeostorie® che si è svolto durante la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, in Campania.

Durante il panel è stato presentato il libro Branded Podcast curato da Chiara Boracchi di Archeostorie. Oltre a me erano presenti ovviamente gli altri autori che hanno contribuito alla scrittura del libro.

Innovazione culturale fuori dai musei - Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum - primo panelUn momento del panel “Storia e Musei al microfono: il fenomeno podcast”

L’innovazione culturale fuori dai musei

Lo scopo dell’incontro è stato sottolineare il ruolo che il podcast può avere nel racconto del valore di un museo. Partendo dall’esperienza di Start Me Up ho parlato di quei casi in cui sono i privati e le associazioni a proporre innovazione culturale. Inoltre, ho spiegato come un podcast può connettere gli operatori culturali con chi, fuori da queste strutture, sperimenta nuove metodologie di divulgazione.

Questo podcast è la registrazione del mio intervento.


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I progetti citati durante l’intervento alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum

Nel corso del mio intervento ho citato numerosi esempi: sono tutti progetti che dimostrano quanto l’innovazione culturale oggi passi non solo dagli enti preposti, ma dalle singole iniziative di gruppi di privati ed associazioni.

Ho parlato di:

Branded Podcast: come “dare voce” a aziende e istituzioni culturali.

Branded Podcast è un libro scritto a più mani. L’intento del libro è mostrare tutti i vantaggi che il podcast offre alla comunicazione culturale. Questa tesi è avvalorata, pagina dopo pagina, accompagnando i lettori e le lettrici tra generi narrativi diversi, illustrando loro le tecniche di promozione di uno show. Il tutto attraverso esempi concreti, numeri, e esperienze dirette.

I singoli contributi contenuti nel libro sono stati scritti da: Sebastiano Paolo Righi, Cinzia Dal Maso, Marco Cappelli, Gaia Passamonti, Andrea W. Castellanza, Rossella Pivanti, Francesco Tassi e me, Fabio Bruno.

Innovazione culturale fuori dai musei - Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum - autoriGli autori di “Branded Podcast” presenti a Paestum

Branded Podcast è il terzo libro di Archeostorie®, think tank di professionisti della comunicazione che studia e sperimenta strategie per una comunicazione dei beni culturali sempre più precisa, coinvolgente e fuori dagli schemi.

Puoi trovare informazioni più dettagliate sul volume in questo articolo.


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Foto di copertina, un momento del convegno.

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Integrare il concetto di sostenibilità nell’azienda familiare: la storia di Giulia Giuffrè.



Quando si parla di sostenibilità all’interno di un’azienda spesso ci si riferisce al rapporto che questa ha con l’ambiente. Questo podcast allarga il concetto di “ambiente”, e include tutto quello che c’è intorno a una azienda. Lo fa raccontando la storia di Giulia Giuffrè, consigliere di amministrazione e ambasciatrice di sostenibilità di Irritec SPA.

Giulia Giuffrè in questi anni ha lavorato per integrare il concetto di sostenibilità nell’azienda familiare. Sta portando avanti questa missione anche come “SDG Pioneer 2021 per la gestione sostenibile dell’acqua” del Global Compact delle Nazioni Unite.

Giulia Giuffrè è inoltre tra le finaliste del Premio Gammadonna 2021 ed è l’ospite di questo terzo podcast di Start Me Up.


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Chi è Giulia Giuffrè

Giulia Giuffrè è ambasciatrice della sostenibilità e dell’imprenditorialità femminile, ha integrato i Sustainable Development Goals (SDGs) nella strategia corporate e nella cultura organizzativa di Irritec, l’azienda famigliare nata nel 1974 a Capo D’Orlando, in provincia di Messina, che dal 2018 fa parte del Global Compact delle Nazioni Unite

Per l’azienda Giulia Giuffrè dirige il dipartimento marketing da lei creato e ha rimodulato l’immagine dell’azienda sul concetto di sostenibilità.

La citazione sulla sostenibilità di Giulia Giuffré di Irritec

Cos’è il Global Compact delle Nazioni Unite

Il Global Compact è un’iniziativa volontaria promossa dalle Nazioni Unite di adesione a un insieme di principi che promuovono i valori della sostenibilità nel lungo periodo attraverso azioni politiche, pratiche aziendali, comportamenti sociali e civili che siano responsabili e tengano conto anche delle future generazioni. È un accordo che viene firmato dai manager delle aziende che decidono di prenderne parte, che si impegnano a contribuire a una nuova fase della globalizzazione caratterizzata da sostenibilità, cooperazione internazionale e partnership in una prospettiva multi-stakeholder.

L’iniziativa tiene conto dei 17 sdgs, cioè gli obiettivi di sviluppo sostenibile identificati dalle Nazioni Unite come strategia “per ottenere un futuro migliore e più sostenibile per tutti” e li applica al mondo di impresa.

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile mirano ad affrontare un’ampia gamma di questioni relative allo sviluppo economico e sociale, che includono la povertà, la fame, il diritto alla salute e all’istruzione, l’accesso all’acqua e all’energia, il lavoro, la crescita economica inclusiva e sostenibile, il cambiamento climatico e la tutela dell’ambiente, l’urbanizzazione, i modelli di produzione e consumo, l’uguaglianza sociale e di genere, la giustizia e la pace.

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile hanno carattere universale e sono fondati sull’integrazione tra le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile (ambientale, sociale ed economico), quale presupposto per eradicare la povertà in tutte le sue forme. Gli obiettivi sono stati condivisi da tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite che hanno ratificato l’Agenda 2030 e si sono così impegnati a declinare nella loro politica gli obiettivi di sviluppo sostenibile previsti (fonte wikipedia).


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Foto di copertina di Luis Tosta via Unsplash.

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Puntare allo scale up? Serve la consapevolezza che arriva dall’esperienza.



È innegabile che oggi, chi inizia a mettere in piedi una startup ha a disposizione molti più strumenti per farlo. E spesso una diversa consapevolezza che permette a chi avvia un progetto di impresa di immaginare il percorso che dovrà affrontare. Non è solo vision, ma lungimiranza, utile per colmare i vuoti che il percorso immaginato prevede. Soprattutto se si pensa di voler passare da startup a scale up.

È il caso dell’ospite della puntata di questo nuovo podcast, cioè Adriana Santanocito. Adriana, forte dell’esperienza maturata con la sua prima startup, ha dato vita a Ohoskin immaginando una struttura che permettesse a questo progetto di crescere rapidamente. C’entra l’Open Innovation, la sostenibilità, l’amore per il Sud Italia e una certa idea di lusso. Adriana racconta tutto questo nel nuovo podcast targato Start Me Up e possibile anche grazie alla collaborazione di Valentina Sorgato di SMAU.


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Ohoskin: guilty-free, economia circolare e sostenibilità.

Ohoskin è un materiale bio-based creato dal sottoprodotto delle arance e del cactus. Si presenta come alternativa alla pelle e a quei prodotti che vengono identificati come “pelli sintetiche”. Può essere perciò destinato al mercato dell’automobile in quanto materiale perfetto per il rivestimento degli abitacoli.

Rispetto alla pelle ordinaria e a quella sintetica, Ohoskin è guilty-free, rappresenta un perfetto modello di economia circolare e fa della sostenibilità un vero e proprio mantra.

Guilty-free perché non nuoce a nessuno visto che si lavora su scarti della lavorazione di arancia e fico d’india, senza perciò colpire nessun essere animale. In più, il materiale utilizzato per la creazione di Ohoskin sarebbe destinato al macero e quindi il suo uso è un perfetto esempio di economia circolare. Tutto ciò dimostra la sostenibilità di Ohoskin che si pone come sostituto green per un mercato, quello del lusso, i cui standard, per definizione, sono di alta qualità.

Ohoskin, sostenibile, crueltyfree e al centro dell'economia circolare

Ohoskin: un perfetto modello di Open Innovation

Ma l’impatto innovativo di Ohoskin non si ferma alla sostenibilità. Il progetto nasce con l’intento di rispondere sin da subito alla richiesta che il mercato potrebbe farne e supportare così questa startup nella successiva fase di scale-up. Ohoskin si avvale infatti della collaborazione di altri due soggetti: Sicilinbiotech e Novartiplast Spa.

Sicilinbiotech è una filiera di produttori agricoli creata ad hoc per garantire a Ohoskin la materia prima da lavorare. Questo facilita l’accesso al materiale grezzo, riducendo le interlocuzioni e avendo solide garanzie sulla qualità di ciò che viene consegnato.

Novartiplast invece è un’azienda lombarda che sin dalla sua fondazione si è occupata di pelli sintetiche. A lei è affidato il compito di realizzare il prodotto finale, utilizzando il materiale lavorato da Ohoskin.

Una filiera che attraversa tutta l’Italia e che ben rappresenta quella collaborazione tra startup e aziende più solide che prende il nome di Open Innovation.

Non è un caso che Ohoskin sia stata selezionata per partecipare all’edizione milanese di SMAU. La fiera dell’innovazione nasce come punto di contatto tra le aziende e da tempo promuove il modello di Open Innovation.

Lo ha fatto anche a Milano, dove Mind The Bridge ha presentato “Open Innovation Outlook Italy 2022”, un report realizzato in collaborazione proprio con SMAU.
Per quanto confortanti, i dati presentati mostrano che in Italia c’è ancora molto da lavorare sul concetto di Open Innovation (nel podcast facciamo una breve sintesi, altrimenti il report completo può essere scaricato gratuitamente qui).

La citazione di Adriana di Ohoskin su lusso e consapevolezza

Il trend positivo è stato evidenziato anche dall’edizione di ottobre della fiera. Valentina Sorgato, Ad di SMAU, ha infatti dichiarato che durante l’evento milanese sono state coinvolte attivamente cento aziende, più di cento erano invece le startup presenti tra gli stand e ci sono stati più di trecento incontri organizzati durante la manifestazione.

Una certa idea di lusso

All’inizio della presentazione di questo podcast abbiamo sottolineato la capacità di Adriana Santanocito di prevedere i possibili vuoti del percorso di Ohoskin e cercare di porvi rimedio già nella strutturazione dell’idea di business. Sono dettagli che spesso è l’esperienza a suggerirti.
Lo sa bene Adriana che viene da un percorso di successo con il suo primo progetto, Orange Fiber (di cui è ancora proprietaria seppur non ricopra nessuna carica operativa), a cui deve tanto in termini di soddisfazioni. Un’esperienza che ha permesso ad Adriana di sviluppare un’idea di lusso legata al benessere di tutti e non tanto a qualcosa di costoso. E le ha dato quella consapevolezza che ha deciso di mettere al servizio di un nuovo progetto votato a un’idea di sostenibilità propria di chi guarda al futuro con fiducia.


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Foto di copertina di Jeremy Thomas via Unsplash.

Una storia di pasta, ritorno a casa e felicità



Già da tempo, il tornare a casa per realizzare il proprio sogno imprenditoriale non è più qualcosa di così straordinario. Può diventarlo se chi lo fa, mette insieme la voglia di realizzare un sogno e un metodo o una strategia, imparata attraverso il mestiere per cui si è studiato.

Amelia Cuomo è un buon esempio: nel 2013 aveva davanti a sé una carriera in una delle maggiori società di consulenza. Ma decide di abbandonare quella strada per dedicarsi al pastificio di famiglia, chiuso da settant’anni. Insieme al fratello Alfonso, Amelia rimette in piedi il Pastificio Cuomo e i due non si limitano alla produzione della pasta. Ma realizzano un bistrot, un b&b e un museo.

Per quello che in questi anni ha fatto, Amelia Cuomo è tra le finaliste del premio Gammadonna, il riconoscimento che annualmente valorizza l’imprenditoria femminile innovativa. E anche per questo motivo è l’ospite di questo podcast di Start Me Up.


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Dare nuova vita al Pastificio di famiglia: una questione di felicità.

Fino al 2015 Amelia Cuomo lavorava a Roma come consulente. La sua era una carriera ben avviata. Un po’ per caso, qualche anno prima, aveva passato sei mesi a casa (lei è originaria di Gragnano, in provincia di Napoli) e lì si ritrova a pensare alla storia della sua famiglia. Nel 1939 il pastificio gestito dai suoi antenati aveva chiuso i battenti ma l’edificio era ancora in piedi. E mettendo piede all’interno di quel vecchio pastificio Amelia ha capito di voler riprendere in mano quella storia e darle nuova vita. E per farlo ha chiamato il fratello, Alfonso, che nel frattempo lavorava a Londra. Nell’intervista dice che ha fatto tutto ciò perché, nonostante avesse tutto, fino ad allora non si sentiva così felice.

Una storia lunga 200 anni nel campo della pasta: il valore da comunicare.

Amelia e Alfonso Cuomo non conoscono il mondo della pasta e dei pastifici. Dalla loro però hanno esperienza nel mondo della consulenza e così iniziano a studiare il mercato. Si rendono conto di alcune criticità che la maggior parte dei piccoli pastifici affronta e decidono di differenziare la loro proposta.
Il cuore dell’azienda resta la produzione di pasta, ma nel giro di cinque anni, fratello e sorella creano un bistrot, un b&b e un museo puntando sulla storia di famiglia. Hanno infatti chiesto al professore Silvio De Majo dell’Università Federico Secondo di Napoli di documentare le origini della famiglia Cuomo così da poter testimoniare una tradizione lunga 200 anni. Questo è il vero valore che Pasta Cuomo nelle sue diverse “forme” comunica.

La citazione di Amelia, di Pasta Cuomo

Rischiare, lasciandosi guidare e aiutare.

La storia di Amelia Cuomo e del pastificio da lei co-fondato è emblematica. Non solo perché dentro c’è una vision e una strategia ben definita. Ma anche perché c’è la consapevolezza del sapere che un percorso del genere non sarebbe stato possibile senza un atteggiamento di disponibilità verso gli altri. Nell’intervista lo sottolinea bene, più di una volta, raccontando di quanto importante sia stato il ruolo di chi, in questi anni, ha avuto a che fare con loro. E in più, di quanto sia stato importante un atteggiamento positivo nei confronti di ogni sfida.

Sono questi gli elementi che fanno di questo ritorno a casa non la solita storia di un ritorno a casa.


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Foto di copertina di Jorge Zapata via Unsplash.

Agricoltura sociale: relazioni per un cibo più sano e sostenibile.



In questo podcast facciamo un viaggio tra la Puglia e il Piemonte: queste due regioni sono legate da qualche settimana da un accordo che ruota intorno all’agricoltura sociale. Un fenomeno che riguarda la terra ma anche le relazioni tra le persone. Perché può sembrare una banalità ma oggi come non mai è bene ribadire che un prodotto è buono e sano solo se chi lo coltiva e lo vende riceve la giusta ricompensa per il proprio lavoro.

Lo testimoniano le storie dei due protagonisti di questa puntata: Fabrizio Guglielmi del Forum Agricoltura Sociale Puglia e Claudio Naviglia di Humus Job.

Un podcast reso possibile grazie al contributo di Sonia Gennaro di Lita.co.


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Agricoltura sociale, una agricoltura fatta di relazioni.

L’agricoltura sociale è fatta da relazioni, dice Fabrizio all’inizio del podcast.

È una definizione che ben descrive questo fenomeno che è riconosciuto anche dalla Legge Italiana. Dice Wikipedia: “L’agricoltura sociale è quel tipo di intervento atto all’uso terapeutico delle attività presenti in un’azienda agricola condotte secondo criteri di responsabilità etica e sostenibilità ambientale dagli imprenditori agricoli. Le attività, spesso di tipo manuale, nell’allevamento e nella cura degli animali e in orticoltura possono essere di beneficio sia in ambito educativo sia a persone in particolari situazioni di svantaggio e difficoltà.”

Il Forum dell’Agricoltura Sociale in Puglia: rispetto dell’ambiente e progetti di comunità.

Il Forum dell’Agricoltura Sociale è una associazione nazionale che promuove e regola questa disciplina in Italia: ha scritto una carta dei principi e opera sul territorio attraverso sezioni regionali. Quella pugliese, dice Fabrizio Guglielmi, nasce con una particolare attenzione al rispetto dell’ambiente e al carattere incluso di questa pratica. Per questo motivo il forum ha voluto che nella legge regionale dedicata all’agricoltura sociale fosse inclusa la possibilità a aziende agricole, associazioni e cooperative di promuovere progetti comuni.

Per sua natura, inoltre, l’agricoltura sociale è anche un modo per contrastare il triste fenomeno del caporalato nei campi. Ed è qui che la strade del forum pugliese incontrano quelle di Humus Job.


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Humus: contratto di rete per un cibo più sano e sostenibile.

Fondata in Piemonte come associazione di promozione sociale e oggi startup innovativa, Humus Job ha fatto tesoro del contesto agricolo in cui è nata. Sin da subito ha cercato di risolvere con azioni mirate e concrete i bisogni delle aziende agricole fino alla scoperta dei contratti di rete. Lo Stato Italiano, spiega Claudio Naviglia nel podcast, prevede infatti che aziende di piccole dimensioni possano unirsi per condividere mezzi e risorse, inclusa la manodopera. Un modo quindi per assicurare ai lavoratori contratti continuativi e alle aziende la divisione degli oneri, oltre la possibilità di costruire rapporti di fiducia con i propri dipendenti e con gli altri operatori presenti sul territorio.

La citazione di Claudio su Agricoltura Sociale

Lo scorso 17 luglio il Forum dell’agricoltura sociale pugliese e Humus Job hanno firmato un accordo per promuovere il contratto di rete tra le aziende del territorio. È il primo al Sud Italia.


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Foto di copertina di GreenForce Staffing via Unsplash.

Programmatori e progettisti per costruire una Sicilia diversa



Seconda parte dello speciale formazione in Sicilia (qui la prima parte). Protagoniste di questo podcast due realtà che lavorano in modo diverso ma che condividono un obiettivo di fondo: immaginare una Sicilia e un Sud Italia diverso.

Develhope mette insieme il bisogno delle aziende alla ricerca di personale qualificato e la voglia di chi vorrebbe studiare per migliorare le proprie competenze ma non ha la possibilità di farlo. Abadir invece è una accademia che dieci anni fa ha deciso di puntare sul design e la comunicazione.

Ne parliamo con Alessandro Balsamo e Lucia Giuliano.


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Paghi solo se vieni assunto: la scommessa sociale di Develhope

Mettere insieme la domanda e l’offerta abbattendo le soglie di ingresso. Si potrebbe sintetizzare così la scommessa di Develhope che da Palermo forma sviluppatori in sei mesi senza chiedere un pagamento ai suoi studenti. O meglio, glielo chiede, ma solo dopo che questi hanno trovato il primo impiego.

Come racconta Alessandro Balsamo in questo secondo podcast dedicato alla formazione in Sicilia, questo espediente responsabilizza sia la figura da formare che la scuola stessa.
Inoltre, riveste la scuola di una mission che è prettamente sociale, visto che i dati sulla disoccupazione in Sicilia e al Sud Italia non sono del tutto incoraggianti (vedi qui cosa dice l’Istat). E puntare su una professione come quella dello sviluppatore dà qualche chance in più visto che è un tipo di lavoro che sarà sempre più richiesto (qui la ricerca di Microsoft citata nel podcast).

La citazione di Alessandro di Develhope sulla formazione in Sicilia

Seppur gratuito, il corso non è affatto una passeggiata. La selezione e il lavoro che aspetta le classi che studiano da Develhope è fatto di corsi e prove sul campo. Come sempre la regola è quella: prima fai, prima sbagli e prima impari.

La prossima classe è attualmente in formazione e ci si può candidare entro il 28 giugno sul sito della scuola.


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Imparare a progettare per creare e comunicare in modo migliore

Lucia Giuliano dal 2010 dirige Abadir, l’accademia di design e comunicazione con sede a Catania. Anche Abadir nasce da una scommessa. Una scommessa fatta all’incirca dieci anni fa quando si decise di mettere da parte materie come il restauro e i beni culturali per far posto al design e alla comunicazione. Da circa dieci anni quindi gli studenti e le studentesse di Abadir si dedicano allo studio dei processi che stanno dietro la comunicazione visiva e digitale.

La cultura del progetto è alla base dell’insegnamento di Abadir. Lo dice espressamente Lucia, sottolineando quanto ce ne sia bisogno in Sicilia (e al Sud Italia, aggiungiamo noi). E lo dimostra anche la storia di Abadir e alcune sue iniziative, una per tutte, Sicilia Felicissima (qui il sito del concorso).

La citazione di Lucia di Abadir sulla formazione in Sicilia

Nel podcast Lucia fa, tra le altre cose, un bilancio di questi dieci anni. Non anticipiamo nulla se non che gli impatti, per questo tipo di iniziative, sono decennali. E prima di vederli nei territori, si vedono nelle persone.

Bisogna lavorare molto sulla cultura del progetto per far pesare il senso del progetto in tutto quello che facciamo: lo dice Lucia nel podcast. Serve per capire meglio la realtà che ci circonda e interpretarla nel modo migliore.


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Questo podcast fa parte di uno speciale dedicato alla formazione in Sicilia (qui puoi ascoltare il podcast numero 1) ed è realizzato grazie a:


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Nella foto di copertina, l’opera Cosmogonia Mediterranea di Domenico Pellegrino, in una foto di Thamara Emanuele.

La formazione per mettere la Sicilia al centro dell’area del Mediterraneo.



Scegliere la Sicilia per la propria formazione è qualcosa che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile dire. Oggi non è più così e lo racconto in questo podcast. I protagonisti sono Camilla Fortunati di Ortygia Business School e Marco Imperato di Edgemony.

Le rispettive scuole (che in realtà solo scuole non sono) lavorano affinché il capitale umano presente al Sud Italia sia in grado di affrontare le sfide offerte da contesti complessi. Con approcci e verso target diversi Ortygia Business School e Edgemony condividono il sogno di mettere la Sicilia al centro dell’area del Mediterraneo.


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Una scuola per i manager delle aree complesse

La fondazione Ortygia Business School nasce dall’iniziativa dell’economista italiana Lucrezia Rechlin. Insieme al professore Francesco Drago e l’avvocato Piero Filloley ha creato un polo formativo al centro del Mediterraneo per i manager che desiderano operare in “Paesi caratterizzati da una forte complessità di tipo politico, economico e sociale”. Nel tempo l’offerta formativa della scuola si è allargata alle piccole e medie imprese, soprattutto quelle a conduzione familiare, con programmi dedicati al passaggio generazionale e la leadership femminile.

L’intento di Ortygia Business School è duplice: attrarre talenti e imprese nell’Area del Mediterraneo per contrastare l’emorragia di capitale umano e promuovere attività di valore per lo sviluppo del territorio.

Formazione di qualità, parità di genere e svolta sostenibile: Manifesto Capitale Umano Sud.

A seguito del primo lockdown, Ortygia Business School si è fatta promotrice di una serie di incontri online che durante i quali sono stati coinvolti i partner della rete della scuola. Da questi incontri è nato il Manifesto Capitale Umano Sud.

Il documento si regge su tre direttive principali: formazione di qualità, parità di genere e svolta sostenibile. Per quanto l’impegno della scuola sia rivolto al Sud Italia, i promotori sono convinti che “un nuovo impegno per il Sud sia la via da percorrere per riavviare l’intero Paese”. Naturalmente ciò non può essere fatto senza coinvolgere il capitale umano presente soprattutto nel Sud Italia.

La citazione su formazione in Sicilia di Camilla di Ortygia Business School

Studentesse e manager a confronto per crescere professionalmente

Diretta conseguenza del Manifesto Capitale Umano Sud è il programma YEP. YEP è un acronimo che sta per Young Women Empowerment Program ed è un programma che ad oggi ha coinvolto 150 studentesse iscritte ad un percorso di Laurea Magistrale STEM delle principali Università del Sud. A ciascuna è affidata una mentor con cui confrontarsi sul proprio sviluppo professionale e formativo. Le mentor arrivano dalle principali aziende partner della scuola e vengono scelte in base alle aspettative e i progetti delle studentesse.

Nel podcast, Camilla Fortunati, racconta i benefici e il successo delle due edizioni di YEP, mettendo in evidenza i motivi che hanno spinto Ortygia Business School ad affidarsi al mentoring come metodo di lavoro. In più, sottolinea la caratteristica che le studentesse di YEP condividono.


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Sicilia hub mediterraneo del digitale: la sfida di Edgemony.

Il motto che descrive Edgemony è “An Human Accelerator”. E dietro c’è Marco Imperato (sì, quel Marco Imperato che abbiamo conosciuto qui e qui) insieme a Daniele Rotolo. Entrambi, forti dell’esperienza in Mosaicoon, hanno deciso di mettere le loro conoscenze e il loro network al servizio di una mission: rendere la Sicilia un hub per i lavoratori del digitale.

Per farlo hanno messo in piedi un team di sviluppatori che lavora per una startup in Silicon Valley e un coding bootcamp che, ciclicamente, forma sviluppatori (una delle figure più richieste nel mondo del digitale). Hanno realizzato un master in digital marketing (giunto alla seconda edizione) che ha visto il coinvolgimento dei principali attori del mondo del digitale.
Infine, in collaborazione con l’altro prodotto portato avanti da Marco Imperato, Product Heroes, edgemony forma i dipendenti di alcune grandi aziende italiane su Product Management e OKR.

Impara, fai e sbaglia: velocemente, se possibile.

L’intera offerta formativa di Edgemony parte da Palermo: “Una cosa impensabile fino a qualche anno fa”, dice Marco nell’intervista. Sia per il tipo di pubblico a cui la scuola si rivolge ma anche per i docenti/mentor che vengono coinvolti.

La citazione su formazione in Sicilia di Marco di Edgemony

Gli studenti di Edgemony sono persone che già lavorano nel mondo del digitale o chi ha deciso di voler cambiare ambito e ha intrapreso il cosiddetto “re-skilling”, cioè il voler imparare nuove competenze per poter sperimentare nuovi ambiti lavorativi. Sono per lo più siciliani e tanti sono tornati a Palermo – dice Marco – a causa della pandemia da Covid-19. Per loro Edgemony è un vero e proprio nuovo punto di partenza.

La forza di Edgemony sta nel network di docenti che ti mette a disposizione. Ma, come ogni cosa, non è tanto ciò che possiedi ma come lo “utilizzi”. Marco sottolinea questo aspetto nell’intervista dicendo che ogni mentor/docente porta non solo la propria esperienza ma anche la mentalità che ha imparato in azienda. L’offerta formativa di Edgemony non mira infatti all’insegnamento di nozioni ma vuole dare la possibilità alle studentesse e agli studenti di imparare, mettere in pratica ciò che hanno imparato e, soprattutto, sbagliare. Il tutto in un loop continuo e possibilmente, da fare nel modo più veloce possibile.


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Foto di copertina, via.

Speciale UnicaLab: Emperìa è il progetto premiato dalla community di Start Me Up



Lo scorso 26 marzo sono stato tra i giurati della finale della terza edizione di “UniCaLab”, il contamination LAb dell’università della Calabria. A me è stato affidato il compito di assegnare l’UniCaLAb Speaking, il premio dedicato al team che ha esposto meglio la propria idea di impresa. In palio c’era la partecipazione a questo podcast realizzato per l’occasione.

La citazione di Maurizio Muzzupappa di Unical

Anche per questo motivo è per me un onore e un piacere ospitare il team di Emperìa, cioè Donata Bilotto, Federica Gigliotti, Gina Venneri e Carmelo Giofrè. Inoltre, mi faccio raccontare qualcosa di più sul Contamination Lab di Cosenza dal prof. Maurizio Muzzupappa, delegato del rettore al trasferimento tecnologico dell’Università della Calabria.


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La contaminazione (buona) che crea cultura di impresa

Come è facile immaginare il Contamination Lab nasce nel segno della contaminazione delle idee. Per questo motivo il laboratorio è aperto agli studenti di qualsiasi facoltà dell’ateneo che lo promuove. Più il gruppo è eterogeneo, più sarà facile intrecciare le connessioni. Una regola che non vale solo per gli studenti, ma che spesso include anche i “professori”. Se metto professori tra virgolette è perché le docenze sono spesso affidate a esperti del mondo dell’impresa o a dei veri e propri imprenditori.

La citazione di Federica di Emperìa - Unicalab

È uno degli obiettivi degli organizzatori, mi spiega il prof. Maurizio Muzzupappa, delegato del rettore al trasferimento tecnologico dell’Università della Calabria in questo podcast speciale, fare in modo che diverse realtà entrino in contatto tra loro. Un percorso che porta i suoi frutti e che – al termine – permette ai team vincitori di essere seguiti durante la creazione di impresa. È bello vedere – ci dice ancora il professore – studenti che si appassionano alla vita di impresa. Sono segni che in Calabria e in generale al Sud assumono un significato ancora più importante perché sintomi di una nascente cultura di impresa: “Non c’è lavoro? Creiamocelo!”.

La citazione di Gina di Emperìa - Unicalab

Emperìa, la piattaforma del turismo esperienziale che ha vinto il premio UnicaLab Speaking

Se Adiutor, Fly Away e Skulpt sono i tre progetti vincitori di questa terza edizione di UniCaLab, il premio per la migliore esposizione è stato assegnato a Emperìa. Il team ha illustrato con competenza e chiarezza il valore del progetto che rientra nel turismo esperienziale. Attraverso una piattaforma proprietaria, Emperìa permette al visitatore di organizzare autonomamente una serie di attività sul posto. Il gruppo, formato da tre storiche dell’arte e un ingegnere gestionale, ha strutturato l’idea nel corso del Contamination Lab lasciando che le competenze si mescolassero. È l’aspetto che più li ha colpiti, dicono nel podcast.

La citazione di Donata di Emperìa - Unicalab

UnicaLab Speaking: in che modo è stato assegnato il premio?

Mi sembra infine utile spendere due parole sul processo che ha portato alla valutazione di Emperìa come team vincitore dell’UniCaLab Speaking.
Un grazie va a Sonia Gennaro, Giuseppe Arrigo e Mattia Rapisarda (tutti membri della community) che hanno partecipato attivamente alla valutazione degli abstract di ciascun team. A me è spettato il compito di valutare l’esposizione degli studenti prendendo in esame quattro fattori: il public speaking, la comprensione da parte del resto della giuria dell’idea di impresa, i tempi di esposizione e la grafica utilizzata nelle slide. La somma dei punteggi accumulati ha fatto in modo che a vincere sia stato il team di Emperìa.

La citazione di Carmelo di Emperìa - Unicalab


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L’impatto dell’Intelligenza Artificiale nel settore turistico e culturale



Quale argomento migliore per chiudere il ciclo di BeBravo con quello che tradizionalmente viene associato al futuro del mondo in generale e quindi anche del settore del turismo e della cultura: l’intelligenza artificiale. In realtà, questa tecnologia è già presente nelle nostre abitudini di viaggio anche se ci sono ancora alcuni tabù da abbattere.

Partendo dalla scontata e quasi certa perdita di alcuni tipi di posti di lavoro che l’avvento di questo tipo di tecnologie porterà nel breve periodo, cercheremo di delineare i processi che ci aspettano da qui in avanti. Lo facciamo con Giovanna Manzi, CEO di BWH Hotel Grup Italia. Mentre per indagare alcune possibili applicazioni dell’intelligenza artificiale ci facciamo raccontare dalle due startup protagoniste di questo podcast cosa fanno. Parliamo di The Thinking Clouds di Livio Ascione e Threebot di Federico Lima.


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Rigenerazione territoriale: i protagonisti di questo podcast targato Bebravo.

Le voci delle persone che puoi ascoltare all’interno di questo quinto podcast del ciclo Bebravo e i progetti che portano avanti.

Giovanna Manzi, CEO di BWH Hotel Grup Italia

Giovanna Manzi su intelligenza artificiale- bravo innovation hub

Giovanna Manzi è CEO di BWH Hotel Group, realtà del mondo alberghiero che raccoglie tre brand: World Hotels, Best Western e Sure Hotel. Ha lavorato presso Travelonline, primo portale italiano b2c di turismo. Divenuta CEO a soli 37 anni si è occupata di traghettare Best Western nel delicato passaggio da consorzio di hotel a Gruppo Alberghiero strutturato con risorse, organizzazione e obiettivi chiari e misurabili. Grazie al suo lavoro il gruppo si consolida accrescendo il numero di alberghi affiliati e dipendenti.

Livio Ascione di The Thinking Clouds

Livio Ascione di The thinking clouds su intelligenza artificiale- bravo innovation hub

The Thinking Clouds è la startup che produce “Genius Loci”, una piattaforma informatica che permette la customizzazione di app mobile per la promozione dei beni culturali, percorsi turistici ed enogastronomici, borghi e città d’arte.

Federico Lima di Threebot

Federico Lima su intelligenza artificiale- bravo innovation hub

Threebot è una azienda palermitana che ha progettato due prodotti. Il primo è un assistente di viaggio dotato di intelligenza artificiale, chiamato Travelino. Travelino è un robot che comprende le intenzioni dell’utente attraverso i messaggi di testo vocali in chat e attraverso l’intelligenza artificiale lo supporta semplificando e rendendo elementare il processo di ricerca e reperimento di qualunque contenuto o servizio di viaggio.

La startup ha lavorato inoltre a una seconda soluzione a supporto delle agenzie di viaggio: una piattaforma dal nome Digital Agencies, che fornisce soluzioni integrate per gli operatori che intendono sviluppare nuove opportunità avvalendosi dell’implementazione digital del loro business.

Cosa è Bravo Innovation Hub

Bravo Innovation Hub tra le Cinque notizie dal mondo dell’innovazione del Sud Italia

Bravo Innovation Hub è l’acceleratore d’impresa di Invitalia dedicato alle imprese del turismo e della cultura più innovative del Mezzogiorno, realizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, Destination Makers e Ashoka Italia.
Fondazione Giacomo Brodolini coordina il percorso di accelerazione con cui le imprese selezionate possono velocizzare l’ingresso sul mercato, sviluppando modelli di business con il supporto dei migliori esperti del settore.

Cosa è Bebravo

Bebravo è la serie di cinque podcast che va alla scoperta delle dieci startup che sono entrate a far parte del percorso di accelerazione di Bravo Innovation Hub, l’acceleratore d’impresa di Invitalia dedicato alle startup del turismo e della cultura che arrivano dal Sud Italia.
La serie è prodotta in collaborazione con Fondazione Giacomo Brodolini, Destination Makers e Ashoka. Bebravo non sarebbe stata possibile senza l’enorme contributo di Federica Fulghesu che ha coordinato tutte le interviste e ha curato i rapporti con gli ospiti.

Ascolta tutta la serie: radiostartmeup.it/specialebravoinnovationhub.


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Foto di copertina di Possessed Photography via Unsplash