Il percorso aziendale come scoperta delle persone che ci circondano



Se parliamo di impresa non possiamo parlare delle persone. Sono sempre di più le metodologie che ci hanno abituato a mettere l’utente e i clienti al centro. Un ambito poco indagato è invece quello che le imprese “fanno” alle persone, soprattutto a quelle che decidono di portare avanti un progetto aziendale personale.

È questo il tema del nuovo appuntamento di Fallisci Meglio con Michele Bellocchi che fino a novembre 2019 ha portato avanti Sfreedo.


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La storia di Sfreedo

Sfreedo era un sistema messo in piedi da Michele che metteva in contatto una rete di commercianti e cittadini di Caserta: l’obiettivo era la lotta allo spreco alimentare e il sistema faceva in modo che tutti ci potessero guadagnare. Gli esercenti potevano vendere la merce prossima alla scadenza che rischiavano di buttare, i cittadini potevano acquistare quei prodotti a prezzi scontati. Un sistema ideato e creato da MIchele e che nella fase iniziale veniva gestito utilizzando Whatsapp.

Successivamente Sfreedo cresce, passando a una app proprietaria e il servizio raggiunge circa settemila persone in tutta Caserta. Una crescita che però inizia a mettere in evidenza alcune criticità che porteranno Michele a chiudere questa avventura alla fine del 2019.

Citazione di Michele di Sfreedo su Persone e Impresa

Sfreedo: un “colapasta” che ha fatto emergere il buono che c’è.

La storia di Sfreedo e di Michele mette in risalto gli effetti del percorso imprenditoriale su chi decide di creare qualcosa da zero. Nel caso di Michele poi è più evidente perché Michele ha deciso di creare Sfreedo non nella sua città natale, ma a Caserta, dove si era da poco trasferito. L’esperienza di Sfreedo ha permesso a Michele di conoscere una città più bella di quella che ad un primo sguardo si era immaginato. Questo progetto ha lavorato come un “colapasta” su di lui, facendo emergere tutto il buono presente nella sua nuova città. E una città è sempre fatta dalle persone che la abitano.


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Nel podcast vengono citati questi due articoli:

Musica, industria 4.0 e automotive: storia di un ecosistema.



Mettere insieme musica, industria 4.0 e automotive non è cosa da tutti. Ci provo in questo podcast per raccontare tre progetti che arrivano da Messina, la città dove sono nato. Si tratta di b-rain, arancino.cc™ e Stretto in Carena.

b-rain sequencer

b-rain - in azione. Parte di un ecosistema

b-rain, un sequencer creato partendo da una Raspberry Pi 4, e utilizzando i linguaggi di programmazione Puredata e Python. b-rain punta sulla facilità d’uso, la versatilità e l’essere “open”. È uno strumento utile sia in fase di registrazione che durante un live set perché aiuta a gestire con facilità più fonti e racchiude una serie pressoché infinita di strumenti raggiungibili con pochi click grazie all’interfaccia d’uso molto semplice.

b-rain è  un progetto realizzato da Alessio Zaccone, Peppe Ruggeri e Vincio Siracusano.

arancino.cc™

arancino - parte di un ecosistema

arancino.cc™, un’architettura sviluppata da smartme.IO® basata sullo stesso concetto di comunicazione tra emisfero destro ed emisfero sinistro del cervello umano. L’architettura arancino.cc™ semplifica l’interazione cloud-IoT e facilita l’implementazione dei Cyber Physical System, inoltre sfrutta l’edge e il fog computing e si adatta perfettamente alle soluzioni di intelligenza artificiale e di machine learning.

Ne parlo con Sergio Tomasello, che lavora alla parte di programmazione di alto livello di arancino.cc™.

Stretto in Carena

team di Stretto in Carena - parte di un ecosistema

Stretto in Carena è un progetto dell’Università di Messina che in questi anni ha costruito da zero una vera e propria scuderia coinvolgendo studenti da tutte le facoltà. L’obiettivo è realizzare un prototipo di moto utile a prendere parte alla motostudent. La competizione, aperta agli atenei di tutto il mondo, valuterà le scuderie non solo dai risultati ottenuti in pista ma anche in base al lavoro di progettazione e costruzione dei veicoli.

Ne parlo con Gianmarco Interdonato, responsabile reparto elettronica di SIC.


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Ecosistema: un luogo di relazione e sviluppo.

Pur ricadendo in tre ambiti molto diversi tra loro, ho visto in questi tre progetti un legame che non è solo territoriale, ma che è facile da riassumere con il termine di ecosistema.

Un ecosistema è qualcosa i cui abitanti entrano in relazione tra loro e si influenzano, non per forza volutamente, semplicemente portando avanti i propri progetti e – se è il caso – supportandosi a vicenda.


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Foto di copertina, via b-rain.net

Il Sud Italia come non lo avete mai ascoltato



Tra due settimane si torna in podcast. A partire da novembre, per due volte al mese, pubblicheremo le storie di chi al Sud Italia sperimenta nuovi modelli lavorativi, sociali e culturali.

Ci apprestiamo a inaugurare questa settima (!!!) stagione di Start Me Up in uno scenario inedito: in un mondo sconvolto dalla pandemia abbiamo scoperto il South Working e prima che la Covid-19 ci cogliesse tutti di sorpresa il Governo Italiano aveva lanciato il Piano per il Sud. Sembra quindi che Sud Italia sia tornato finalmente al centro del dibattito nazionale.


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Start Me Up ha fatto umilmente la sua parte, raccontando in questi anni le storie di chi al Sud Italia vive e lavora. Continueremo a farlo anche nei prossimi mesi, attenti ai cambiamenti e alle sfide che ci troveremo davanti. Lo scopo è sempre duplice: da un lato sostenere chi porta avanti iniziative di valore al Sud Italia e dall’altro offrire spunti e ispirazione per chi vuole e non sa se e come passare all’azione. Per loro e per tutti voi è pensato questo podcast.

Come si ascolta Start Me Up

Ascoltare Start Me Up è facile e gratuito: basta cercarlo su Spreaker, Spotify, Apple podcast, Google podcast o sulla vostra piattaforma di podcasting preferita. Abbonatevi e ogni due settimane riceverete una storia direttamente sul vostro device preferito.

Una storia che arriva da un Sud Italia che non avete mai ascoltato.

Foto di Alireza Attari via Unsplash

Per il rilancio del Sud Italia partiamo dal lavoro a distanza



C’è un detto in Sicilia che recita “Cu nesci, arrinesci”, cioè chi esce, chi emigra, si afferma. Se questo proverbio spinge le persone a partire e a “conquistare” il mondo, dall’altra parte sottolinea la rassegnazione di chi sa che il luogo dove è nato non potrà mai cambiare. La storia che raccontiamo in questo podcast ci permette di leggere questo detto sotto un altro punto di vista: forse questo “uscire” non è necessariamente legato alla fisicità o alla geografia di un territorio. Forse per affermarsi è necessario “uscire” da quelle che sono le nostre convinzioni e abitudini.

È ciò che sta facendo la protagonista di questa storia che possiamo quindi definire “rinisciuta” (affermata). Non tanto perché ha vissuto per dieci anni fuori dall’Italia, ma perché, tornando, ha deciso di sfidare un sistema che in questi anni non ha funzionato, che non ha prodotto quello che prometteva.

Questa introduzione è necessaria per sottolineare che South Working proposto da Elena Militello – questo il nome della protagonista di questo podcast – non è semplicemente lavoro a distanza, ma un programma di rilancio del Sud Italia e delle aree periferiche di questo Paese.


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South Working: il lavoro come agente di coesione del Paese

South Working è un progetto di advocacy volto a creare un movimento di opinione sulla possibilità di lavorare a distanza in via principale e finalizzato al miglioramento della coesione economica, sociale e territoriale tramite il mezzo dei contratti di lavoro permanenti o principale a distanza.
Lo ha immaginato Elena Militello che per dieci anni ha vissuto e lavorato con un contratto di post doc in diritto fuori dalla Sicilia, la Regione in cui è nata. Il suo poteva essere il destino di tante ragazze e ragazzi che ogni anno lasciano il Sud Italia alla ricerca di un lavoro o di un corso di studio (per conoscere i numeri di questa vera e propria emorragia, leggi il rapporto 2020 su profilo e occupazione dei laureati presentato da Almalaurea a giugno scorso).

Elena rientrando a casa a causa delle restrizioni dovute al contenimento della pandemia da Covid-19 ha immaginato e poi sperimentato il lavoro a distanza. Da lì l’intuizione di mettere a sistema – sfruttando le leggi italiane in vigore – la possibilità dei lavoratori di rimanere nel luogo di origine mantenendo però gli incarichi presso strutture e uffici dislocati altrove.

Rendere l’Italia un Paese più coeso grazie al lavoro a distanza

Ma se ci fermassimo alla sola questione del lavoro sminiuremmo la portata rivoluzionaria di South Working. Il sistema, per come è stato immaginato da Elena, rappresenterebbe la chiave per rendere più coeso il nostro Paese e permettere alle aree interne di trovare lo stimolo e le risorse per colmare il divario esistente. Come? È la stessa Elena a spiegarlo durante l’intervista.

Al momento Elena Militello, supportata dalla sezione palermitana dell’associazione Global Shapers, sta raccogliendo i dati per fornire un quadro sull’esistente da inserire nel prossimo rapporto SVIMEZ. I dati serviranno soprattutto per creare un portale che possa assistere tutti quei lavoratori che vorrebbero tornare nei propri luoghi di origine mantenendo il proprio lavoro.

La citazione di Elena di South Working su lavoro a distanza nel Sud Italia

Solo il tempo ci dirà se South Working vedrà una sua attuazione concreta e porterà gli effetti sperati. Noi ce lo auguriamo, ovviamente. In ogni caso il pregio di questo progetto al momento è quello di aver proposto un modello altro a qualcosa di già visto e che – nei fatti – ha dato prova di non essere adatto a risolvere un problema che si trascina da troppo tempo. Elena Militello con South Working è uscita da quegli schemi e solo per questo si è già affermata. E il successo e l’eco che ha generato fin qui ne è la dimostrazione.


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La foto di copertina è di Vilija Valeisaite via Unsplash

Pronti a un nuovo modo di bere cocktail?



Il mondo degli spirits, il mercato cioè che c’è dietro la creazione e il consumo di liquori, è uno di quelli più attivi al momento. In tanti hanno scoperto il piacere di bere cocktail realizzati con materie prime di qualità e sono sempre di più i bar e i locali dove è possibile gustare questo tipo di preparati. Ma c’è chi già immagina una fase successiva a questa. Un mercato dove gli appassionati potranno bere dei buoni cocktail anche in casa, senza per forza recarsi in un bar o in un locale. È quello su cui sta lavorando anche Giardini d’Amore, azienda che produce liquori di alta gamma che ha sede in Sicilia tra Messina e Catania. Insieme a Emanuela Russo e Katia Consentino raccontiamo la loro storia.


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Essere artigiani con stile

La citazione di Katia di Giardini d'Amore

Il desiderio dei tre founder di Giardini d’Amore – oltre Emanuela e Katia c’è anche Giuseppe Piccolo – era quello di realizzare dei liquori che riuscissero a racchiudere i profumi della Sicilia. Per questo motivo hanno preferito mantenere una certa artigianalità nella loro produzione. Del resto, il liquorificio che i tre hanno rilevato nel 2011 apparteneva a un artigiano che ha insegnato loro le tecniche per poter produrre i liquori. A questo, i tre hanno aggiunto una nota di stile e di mistero che ha dato un nuovo significato all’intera produzione.

Un percorso fatto di sfide vinte con grande soddisfazione

La citazione di Emanuela di Giardini d'AmoreLa storia di Giardini d’Amore è interessante per le numerose sfide che fino ad oggi i tre founder hanno superato. Un percorso che naturalmente non si è fermato e che anzi è sempre ricco di spunti per migliorare. In ballo c’è anche questo cambio culturale che i tre perseguono e ci raccontano nel podcast: permettere al consumatore di gustare un buon cocktail anche a casa. Una sfida – l’ennesima – che il mondo del vino e quello del cibo in generale hanno già vinto grazie a tanto lavoro sul campo e nel settore della comunicazione. Giardini d’Amore ha le carte in regola per giocare la propria partita o, forse sarebbe meglio dire, gli ingredienti giusti pronti per essere mescolati.


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La foto di copertina è di Louis Hansel @shotsoflouis via Unsplash

La lotta per la parità dei diritti passa anche dalla tecnologia



Se parliamo di viaggi agli inizi di luglio 2020 è perché in questo periodo chi sta provando a mettersi su un treno o un aereo per raggiungere altri luoghi sta toccando con mano quanto difficile sia il riprendere certe abitudini. È comprensibile anche perché diamo per scontato che possiamo andare dove, quando e come ci pare. In realtà non è per tutti così e il covid-19 c’entra poco. Sembra paradossale ma ancora ci sono Paesi dove alcune persone rischiano addirittura la vita se provano a metterci piede: ci riferiamo alle persone LGBT.
In questo podcast parliamo di lotta per la parità dei diritti con Federica Saba di Babaiola.


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Cosa è Babaiola

Babaiola è il primo social Travel in Italia dedicato alla comunità LGBT. Per ispirarsi e programmare le proprie vacanze Babaiola mette a disposizione il suo sito web babaiola.com, il suo blog blog.babaiola.com e le app dedicate.

Il progetto nasce 4 anni fa grazie a Federica Saba, Enrico Garia e Nicola Usala. Babaiola è il loro contributo “tecnologico” alla lotta per la parità dei diritti.

I viaggi LGBT un mercato complesso e redditizio

I dati sul mercato dei viaggi LGBT restituiscono un quadro allettante. Solitamente questa categoria è considerata alto spendente con un alto tasso di fidelizzazione. Dall’altra parte però sono ancora tanti (ma anche se ce ne fosse uno solo sarebbe un problema) i Paesi che non ammettono queste persone. In alcuni di essi si rischia persino la vita. Ma il problema dei diritti non è legato solo al mondo dei viaggi. Come riporta il sito gaycenter.it in un anno oltre 20 mila persone si sono rivolte al servizio gayhelponline o la chat Speakly.org per raccontare le discriminazioni e le violenza che subiscono. Un dato purtroppo in crescita. Anche per questo motivo il 90 per cento degli intervistati italiani durante l’European LGBTI Survey 2020 ha dichiarato di non sentirsi cittadino italiano.

La citazione di Federica di Babaiola su integrazione

Sono dati allarmanti che devono aiutarci a mantenere alta la soglia di attenzione verso questi temi. Nonostante infatti si siano fatti dei passi in avanti negli ultimi dieci anni, c’è ancora tanta strada da fare. La lotta alla parità dei diritti ci riguarda tutti, nessuno escluso.


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La foto di copertina è di Eduardo Pastor via Unsplash

Cambiare lavoro è inutile perché dappertutto è uguale… O no?



Si dice chiusa una porta si apre un portone. E tu quanto ci credi? Questo è un podcast da far sentire a quella vostra amica o a quel vostro amico che si lamenta del suo lavoro e che ci tiene a sottolineare che è inutile cambiarlo, tanto dappertutto è uguale.

Riprendiamo, dopo una lunga pausa, il ciclo fallisci meglio, quelle storie cioè che mettono in mostra il buono dietro il fallimento. Lo facciamo raccontandovi la storia di Emanuele Quintarelli che dopo venti anni ha deciso di chiudere alle sue spalle quella porta che non gli permetteva di vedere il portone spalancato proprio davanti a lui.


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La storia di Emanuele è preziosa per tanti aspetti. Il principale è probabilmente il tipo di esperienza che lui ha. Ha lavorato a vari livelli occupandosi di digital transformation. E quindi ha avuto a che fare sia con startup che con grosse corporate. Paradossalmente questi ambienti erano molto simili, soprattuto nella ricerca del profitto ad ogni costo o alla ricerca del potere verso le persone o i processi aziendali.

Il contatto quotidiano con questo ambiente ha permesso a Emanuele di sviluppare una certa avversione per questi temi. Al contempo cresceva in lui invece l’interesse verso logiche aziendali orizzontali, una visione professionale che prendeva in considerazione non solo il profitto ma anche l’ambiente in cui la società vive e il rispetto verso le persone, clienti e dipendenti.

Tutti quei temi insomma su cui il mondo del lavoro si sta interrogando perché è ormai chiaro che la visione legata al solo profitto è miope. 

La citazione di Emanuele

Dall’alto della sua posizione Emanuele ha provato a fare la differenza: un po’ per la paura di mollare tutto, un po’ perché – razionalmente – era la cosa più sensata da fare. Ma con il tempo si è reso conto che era l’ambiente a suggerire alle persone di comportarsi in quel modo e così è arrivata la decisione di dare le dimissioni e cambiare lavoro. La storia che raccontiamo parte proprio da lì.

Fallisci Meglio

Fallisci Meglio è il ciclo di podcast di Start Me Up che racconta il buono del fallimento. L’idea è mettere in luce ciò che si può imparare da un evento negativo per permettere agli altri di non ripetere gli stessi errori. Se conosci una storia di fallimento o vuoi condividere con gli altri la tua, faccelo sapere.


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Fondi e mobilità. Cosa l’Europa può fare per noi (e cosa noi per lei).



Questo è un podcast che nasce nella mia testa circa un mese fa. L’idea era quella di partire dalla festa dell’Europa, per poi parlare di ciò che il Vecchio Continente – soprattutto dal lato innovazione – aveva fatto durante i mesi di pandemia. Nel tempo però il progetto ha preso una piega diversa e si è concentrato sui fondi europei e il sostegno che in questo momento di crisi l’Europa può darci. Sia a noi in quanto cittadini che a noi come protagonisti del mondo dell’innovazione culturale, sociale e tecnologica.

Per approfondire al meglio questo argomento, mi sono affidato a due specialisti: Giacomo D’Arrigo di Fondazione Erasmo e Paolo Montemurro di Materahub.


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Fondi europei tra miti e verità

Il podcast mi permette di sfatare una serie di miti e confermare alcuni aspetti dei fondi europei. Come funzionano, come vengono spesi, a quali è possibile accedere. Paolo Montemurro racconta l’iter e il funzionamento di questi finanziamenti, illustrando anche le enormi potenzialità che offrono. I canali di Materahub sono in questo senso, preziosi, perché accendono un faro su tutte le opportunità che l’Europa offre al momento.La citazione di Paolo sui fondi in Europa

La mobilità europea non più solo libera ma anche sicura

Il ruolo di Fondazione Erasmo è diverso ma altrettanto importante. Con un focus sulla mobilità europea, il suo ruolo si rivela centrale in questo periodo di pandemia. La libera circolazione dei beni, delle persone e dei talenti è uno dei cardini su cui si fonda l’Unione Europea. Ovviamente la mobilità è uno degli aspetti più colpito dalla pandemia ed è destinato a cambiare inevitabilmente nei prossimi mesi. Ripensarla, in modo libero e sicuro, è uno degli impegni richiesti. Il lavoro di Erasmo non può che essere utile.

La citazione di Giacomo su Europa e mobilità

 

Per quanto le occasioni relative ai fondi potranno essere ghiotte, starà comunque a noi essere bravi a saperle cogliere. E usiamo il noi per includere tutti i cittadini, a ogni livello. Chi amministra deve essere in grado di gestire i fondi e immaginare una strategia affinché non vengano sprecati. Dall’altro lato i cittadini devono essere consapevoli di ciò che ogni giorno l’Europa fa per ciascuno di noi e che le istituzioni del Vecchio Continente sono più vicine a noi di quanto – a volte – ci possano sembrare.


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Foto di copertina di Lukas via Unsplash


La partecipazione come spunto narrativo dei luoghi marginali



Per scoprire le declinazioni sociali e culturali del termine partecipazione sono andato a Cagliari a parlare con Lorenzo Mori, presidente di Riverrun. Il 28 maggio scorso insieme a Sineglossa, associazione marchigiana, Riverrun ha pubblicato con Ediciclo Editore il primo volume della collana Nonturismo. Il libro è un cookbook che raccoglie le ricette del quartiere S.Elia di Cagliari. Naturalmente non stiamo parlando di un “semplice” libro di cucina perché la sua realizzazione ha dietro un lavoro di almeno tre anni portato avanti da facilitatori e un artista in residenza. Nel caso di questo primo volume Don Pasta. Nonturismo sintetizza bene lo spirito di Riverrun ed è il punto di partenza di un discorso che ruota intorno al concetto di partecipazione che nasce dalla cultura e ha effetti a livello sociale.


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Nonturismo collana che nasce da un processo partecipato

Nonturismo è la collana ideata e curata da Riverrun e Sineglossa. Le guide sono redatte attraverso un processo partecipato che coinvolge i cittadini in una “redazione di comunità” guidata da artisti e creativi in residenza. Ogni pubblicazione ha la finalità di promuovere una nuova idea di turismo consapevole accendendo una luce sui luoghi ai margini, sulle periferie lontane dagli itinerari consolidati e i paesi dimenticati in cerca di una nuova identità. La prima guida – uscita il 28 maggio 2020 – è dedicata al quartiere S.Elia di Cagliari.

Oltre ai libri, Nonturismo si arricchisce di una serie di contenuti audio realizzati da Cristina Marras che possono essere ascoltati in loco grazie all’applicazione Loquis.

La citazione su turismo e partecipazione di Lorenzo di Riverrun

Riverrun è un hub di innovazione culturale che applica i processi creativi dell’arte a progetti sperimentali dal forte impatto sociale. Realizza progetti che spaziano dall’innovazione sociale alla rigenerazione urbana, dall’educazione non formale allo sviluppo locale, dal contrasto al disagio giovanile alla democrazia partecipativa. Utilizza strumenti come il teatro, la gamification, le nuove tecnologie, lo storytelling, il podcasting e l’arte relazionale; l’intento è quello di modificare le forme della società per renderle più inclusive ed eque, aumentando consapevolezza, coinvolgimento diretto e responsabilità nei cittadini.


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Foto di copertina: via.


I brani utilizzati in questo podcast:

Tra empatia e tecnologie ecco come evolve il settore delle risorse umane



La lettera che il 5 maggio scorso il CEO di Airbnb Brian Chesky ha pubblicato annunciando il licenziamento del 25% della propria forza lavoro ha dato il La a questo podcast. Partendo infatti dai commenti che ha generato facciamo un piccolo viaggio nel mondo delle risorse umane e di come sta evolvendo. Nel nostro viaggio, tra gli altri, incontriamo anche Carmela Casella di Eiskill, startup campana che propone un servizio che permette di accorciare i processi di preselezione dei candidati.


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La lettera con cui Brian Chesky ha licenziato i 1900 dipendenti di Airbnb ha già fatto storia. Sono tanti i commenti scritti, sia in Italia che all’Estero. Se nel nostro Paese i principali magazine hanno offerto la traduzione integrale del testo, all’Estero la lettera è stata analizzata passo passo.
Lo ha fatto il blogger Tim Dennis nel suo spazio su medium, attirandosi non poche critiche. Di tutt’altra natura è invece l’analisi che fa Khalil Smith del The Neuroleadership Institute, un istituto di ricerca sulle neuroscienze incentrate sulla leadership con sede a NY.
Nonostante le varie differenze, tutti sono concordi nel leggere – tra le righe – la profonda empatia che Chesky riesce a trasmettere. Smith parla di umanità, un aspetto che non risolve tutti i problemi, ma che certamente aiuta.

La citazione su risorse umane di Carmela di Eiskill

Quali sono le tecnologie impiegate nel settore delle risorse umane?

Nella seconda parte del podcast indaghiamo le innovazioni e le tecnologie che in questi anni sono state impiegate nel settore delle risorse umane. Ci facciamo guidare da Carmela Casella di Eiskill. Questa startup campana aiuta le aziende a diminuire i tempi di selezione dei candidati. Lo fa grazie a un servizio che incrocia intelligenza artificiale e psicologia. Eiskill si inserisce in un filone di startup che all’Estero sta spingendo molto su questi temi. Hire Vue e Pymetrics (per citarne solo due) lavorano sui concetti di gamification applicata al mondo delle risorse umane. L’obiettivo è ridurre il lavoro di pre-selezione e permettere alle aziende scegliere in tempi rapidi il candidato giusto. Un risultato oggi facilmente raggiungibile grazie alle tecnologie disponibili.

 


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Nella foto di copertina: Olivier Collet via Unsplash


I brani utilizzati in questo podcast: