Community al femminile a sostegno dell’empowerment delle donne

La nascita di community al femminile nel nostro paese è un fenomeno in crescita, da inquadrare come risposta al divario di genere in ambito professionale che ancora oggi affligge l’Italia. Stiamo parlando di gruppi che supportano le donne, proponendo loro corsi di formazione e percorsi di crescita professionale.

Queste community agiscono online come veri luoghi di incontro creati da donne per le donne, e mirano ad accrescere l’empowerment femminile, colmare il digital gender gap e costruire un tipo di leadership inclusiva.

Parità in tutti i campi: occupazione, lavoro e retribuzioni

L’articolo 23 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea recita così:

“La parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzioni”. 

Sappiamo bene che in realtà il gender gap è ancora troppo profondo e nonostante si siano fatti molti passi verso il miglioramento, il raggiungimento di una vera parità di genere è ancora purtroppo lontano.

Secondo il Gender Diversity Index 2020, primo indice che misura il grado di diversità di genere nelle società quotate in Europa, la presenza femminile nei CdA delle aziende è al 34%, solo il 6% delle aziende ha un amministratore delegato donna e solamente nel 13% delle aziende una donna ha un ruolo come CEO, CFO o COO. A questo si aggiunge il digital gender gap, un ritardo in termini di utilizzo di internet e delle nuove tecnologie da parte del genere femminile.

Le cause di questa situazione sono molteplici: problemi di natura economico-sociale, scarsa alfabetizzazione tecnologica e una marea di preconcetti, per esempio l’associazione della tecnologia al concetto di virilità.

Per questo motivo ci sembra importante segnalare alcune delle principali community al femminile che operano sia on che offline a sostegno dell’imprenditoria e dell’empowerment delle donne.

Palermo mamme: Ritrovarsi nella comune esperienza di essere donne e madri.

Community al femminile: Palermo mamme

Palermo mamme è la community nata nel 2017, da un’idea di Simona Sunseri, con lo scopo di offrire connessioni e percorsi di apprendimento non solo alle madri di Palermo, ma anche a quelle di altre città, accompagnandole nel loro cammino di crescita personale e professionale. La community è il luogo dove poter fare rete in modo costruttivo attraverso la condivisione di esperienze e idee, dove ritrovarsi nella comune esperienza di essere donne e madri.

Terziario Donna – Confcommercio Imprese per l’Italia – Catania: Sostegno alle imprenditrici.

Community al femminile: Terziario Donna Catania

Terziario Donna Catania è il gruppo che rappresenta le imprenditrici associate a Confcommercio-Imprese per l’Italia nella sezione di Catania. Comprende tutte quelle imprese operanti nei settori del commercio, del turismo, dei servizi, delle PMI e nelle professioni. Si tratta di un supporto fondamentale che consente di creare sviluppo e opportunità per tutte quelle donne che desiderano fare impresa sapendo di poter contare su un valido supporto istituzionale.

Il Gruppo Terziario Donna – Catania promuove ormai da tre anni il premio “Impresa è Donna”. Nel 2021, per la prima volta, il premio è stato esteso a tutta la Sicilia e ha come tema la resilienza. Sulla pagina facebook ufficiale del gruppo è possibile seguire le fasi di premiazione di questa terza edizione.

Re-Generation Y-outh: Rigenerazione sociale e culturale per l’empowerment femminile.

Community al femminile: regeneration youth

Re-generation Y-outh è un Think Tank con sede principale a Salerno, creato da giovani donne con lo sguardo aperto verso l’Europa e impegnate in un progetto di rigenerazione sociale e culturale per la trasformazione digitale e l’empowerment femminile.

Re-Generation (Y)outh poggia su tre “gambe”: le donne, il Sud e le competenze. Sono gli elementi che accomunano questa community al femminile caratterizzata fortemente dall’interdisciplinarietà delle sue componenti.

Una delle fondatrici, Giusy Sica, è stata ospite di Start Me Up, all’interno del Web Café di marzo. In quella occasione abbiamo parlato di leadership, non solo al femminile, e abbiamo sottolineato la necessità di lavorare per una maggiore inclusività negli ambienti di lavoro.

Caratteristiche di un buon leader- webinar su leadership con Giusy Sica

Young Women Network: Valorizzare il ruolo della donna nella società.

Community al femminile: Young Women Network

Nata nel 2012, a Milano, per iniziativa di un gruppo di volontarie, Young Women Network è un’associazione che riunisce giovani donne di talento e le sostiene nel loro percorso di crescita personale.

Attraverso il networking, il mentoring e l’empowerment femminile Young Women Network sostiene le associate coinvolgendole in uno scambio fruttuoso di idee, esperienze e progetti comuni con l’obiettivo di valorizzare il ruolo della donna nella società.

La filosofia di Young Women Network è condivisa dalle sei volontarie, che fanno parte del board, e da un comitato d’onore composto da quattro donne dirigenti di importanti realtà italiane.

Women Techmakers Italia: Donne e tecnologia per cambiare il mondo.

Community al femminile: Women Techmakers Italia

Patrocinata da Google, Women Techmakers Italia è una community impegnata nel promuovere l’utilizzo della tecnologia da parte delle donne e delle minoranze. L’esempio di donne leader di successo nel settore tecnologico, può essere di ispirazione a quante desiderano lavorare in questo campo. Women Techmakers crede che le donne possano contribuire in maniera determinante al cambiamento del mondo, per questo motivo è necessario supportarle affinché possano perseguire i propri sogni e diventare agenti di rinnovamento.

WomenX Impact: L’evento dedicato alla leadership al femminile.

Community al Femminile: WomenXImpact

WomenX Impact è l’evento internazionale dedicato alla leadership al Femminile in Italia, che si terrà dal 30 settembre al 1 ottobre 2021, presso il Fico Eatly World a Bologna e online. Si tratta di un’iniziativa che unisce vari ambiti: imprenditoria, innovazione, comunicazione, trasformazione digitale, tutto declinato al femminile.

All’evento parteciperanno donne provenienti da tutto il mondo con esperienze importanti da condividere per ispirare tutte le donne determinate a realizzare grandi progetti. La community che si sta costituendo online sarà il luogo in cui incontrarsi, scambiare idee, ascoltare storie di donne talentuose e creare connessioni per crescere professionalmente e costruire un nuovo tipo leadership.

GammaDonna: Integrazione di genere e generazionale.

Community al femminile: Gammadonna

L’associazione GammaDonna di Torino promuove l’innovazione imprenditoriale per favorire l’inserimento di donne e giovani all’interno del tessuto produttivo del paese. Si tratta di una piattaforma che accoglie lo sviluppo di progetti innovativi e li supporta attraverso il networking, creando contatti e momenti di confronto.

Due importanti iniziative portano la firma di GammaDonna: la prima è GammaForum, il Forum Internazionale dell’Imprenditoria femminile e giovanile e il Premio GammaDonna, riconoscimento che premia la creatività e l’innovazione nel fare impresa.

Community al femminile: le storie che sono passate da Start Me Up.

Start Me Up è stato media partner di alcune edizioni dell’evento promosso da Gammadonna. In quelle occasioni abbiamo avuto modo di raccontare le storie delle finaliste che arrivavano dal Sud Italia.

È stato il caso di Antonella D’Ercole, project manager di Lucana Sistema srl, e Cristina Angelillo, cofondatrice di Marshmallow Games. Cristina Angelillo, è stata anche la protagonista del caso studio di luglio.

Caso Studio: Marshmallow Games

Al di là della partnership con il premio Gammadonna, a Start Me Up ci siamo  spesso occupati di community al femminile che agiscono a sostegno delle donne che intendono fare impresa. Ecco alcune storie che sono passate dai nostri microfoni:

  • YEP, Young Women Empowerment Program, il programma di mentorship di Ortygia Business School che mette in contatto le studentesse dei principali atenei del Sud Italia con le imprendritici provenienti da aziende italiane e internazionali.
  • Prime Minister, scuola di politica per giovani donne di età compresa fra 14 e 18 anni. Le scuole (una per ogni città) sono dedicate a quelle ragazze che vogliono intraprendere un percorso di formazione alla Politica.
  • LeRosa, una community al femminile che lavora sulla professionalità e le competenze delle donne che vogliono operare nel campo del digitale, supportandole nella costruzione del loro percorso lavorativo.
  • Work Wide Women, una piattaforma di social learning tutta al femminile nata con l’obiettivo di accrescere la conoscenza del digitale tra le donne.
  • W.o.W. – Women on Work, progetto di digitalizzazione per donne sopra i 45 anni promosso da FabLab Catania.

Foto di copertina: Lindsey LaMont via Unsplash

Linkedin: il social network per il business basato sui rapporti umani.

Il quinto appuntamento de Le interviste di Spidwit è incentrato su Linkedin. E per sapere come sfruttare al meglio tutte le potenzialità di questo social abbiamo chiamato una delle maggiori esperte del settore: Maria Letizia Russo, aka Social Seller Gram.

Più che un’esperta Maria Letizia si definisce una specialista di Linkedin. Ha iniziato a lavorare come programmatrice e ha scoperto le potenzialità di questo social quasi per caso. I suoi corsi e i consigli che dispensa tramite i suoi canali sono frutto della sua esperienza personale. Lo ha fatto anche durante la diretta che si è svolta giovedì 13 maggio.

Se te la sei persa puoi:

recuperare il video sui profili di Spidwit

ascoltare l’audio in formato podcast

L'intervista a Maria Letizia Russo su Linkedin per il business in podcast

leggere il breve report che trovi su questo blog.

Linkedin: il social con al centro l’interazione.

Linkedin nasce come social dedicato alle aziende e ancora oggi è forse quello più utile per il contesto b2b. Maria Letizia Russo, visto il suo background professionale da programmatore, vede questo social come un vero e proprio database.
Queste parole “tecniche” però non devono spaventare e soprattutto non devono portarci a sottovalutare il profilo umano di questo social. Alla base di Linkedin ci sono infatti le interazioni tra gli utenti. Più interagiamo, più ciò che scriviamo verrà mostrato agli altri. Funziona anche con i messaggi privati. Se con un contatto scambiamo alcuni messaggi privati, l’algoritmo mostrerà nel nostro feed i messaggi di quel contatto.

Linkedin: Account vs. Pagina

Persona = account e Azienda = Pagina. È una regola di Linkedin, non è un consiglio! Il rischio è vedere sparire il nostro account/pagina da un giorno all’altro. I liberi professionisti possono naturalmente creare una pagina a proprio nome: del resto è un lavoro!

Solitamente le pagine servono a creare “una cultura” attorno al settore in cui si opera. È quindi consigliato non solo aggiornare i propri follower su ciò che l’azienda fa, ma anche dispensare consigli e/o aggiornamenti sul proprio settore di appartenenza.
Per la creazione di un calendario efficace Maria Letizia consiglia la Regola 1 su 5. Per ogni post relativo alla propria azienda, bisogna scriverne cinque dedicati a informazioni relative al settore di appartenenza.

Se la pagina è dedicata a questo tipo di aggiornamenti, il profilo dovrà concentrarsi sulle esperienze professionali. È quindi il luogo in cui condividere consigli e/o riflessioni che scaturiscono dalla routine quotidiana.

Linkedin: consigli utili per migliorare il proprio profilo

Nel corso dell’intervista Maria Letizia ha dato alcuni suggerimenti su come utilizzare al meglio Linkedin.

Partendo dal presupposto che il vero valore di Linkedin è creare interazioni è importante sapere scrivere bene i messaggi, soprattutto quelli privati. Sconsigliata la vendita al primo contatto, è bene tenere a mente che è sempre meglio donare che ricevere.

Un buon profilo poi è quello che descrive in ogni sua parte le competenze di una persona: l’obiettivo è crearsi una buona reputazione. Questo ci permetterà di trovare lavoro senza effettivamente cercarlo perché saranno gli altri a trovarci.
Per questo motivo è importante scrivere in modo diretto la sezione informazioni. È fondamentale dire chi si è e di cosa ci si occupa. Non dimenticare di utilizzare le parole chiave che descrivono meglio la propria attività. Ricorda: Linkedin è un motore di ricerca!

Un buon post nasce sempre da una buona idea che deve essere annotata sul momento. In seguito bisognerà prendersi il tempo necessario per scrivere il testo e, una volta completato, chiedersi: A chi può interessare? È abbastanza chiaro? Perché una persona dovrebbe leggerlo? E apporre le giuste modifiche…

Se utilizzi un video deve essere una pillola di non più di un minuto e mezzo e deve avere i sottotitoli.

Ruolo di Linkedin nella comunicazione aziendale

Una delle tecniche più utilizzate all’interno di Linkedin è la cosiddetta Employer advocacy, utilizzare cioè la voce dei dipendenti per parlare della propria azienda. È una tecnica di branding che parte dal presupposto secondo il quale i dipendenti sono i migliori ambassador della propria azienda. Naturalmente non ci deve essere nulla di imposto e l’advocacy può avvenire sia attraverso post personali dei propri dipendenti oppure attraverso commenti e “mi piace” ai post della pagina aziendale. È il miglior modo per diffondere un contenuto all’interno del social network.

Traffico a pagamento o organico?

Il consiglio è sempre quello di lavorare in organico con un calendario editoriale strutturato e misurando tutte le interazioni su cui possiamo contare (mi piace e commenti del nostro network). Ha senso investire in una campagna a pagamento solo se ciò rientra in una strategia ben strutturata: al momento infatti il costo è eccessivo e gli stessi risultati possono essere raggiunti anche con azioni gratuite.

Statistiche

Linkedin restituisce delle buone statistiche per quanto riguarda le pagine. Sono molto utili ed è possibile anche scaricarle. Anche quelle relative al profilo sono utili: il problema è che sono poche e si riferiscono ad un arco di tempo limitato. Per questo motivo esistono dei tool a pagamento esterni a Linkedin che ti aiutano a tenere traccia dell’andamento del tuo profilo. In alternativa, puoi ovviare a tutto ciò con una buona dose di creatività e un file excel.

Chi è Maria Letizia Russo

Maria Letizia Russo è una consulente e trainer che si occupa di formazione all’utilizzo di Linkedin e di strategie Social Selling, LinkedIn e Sales Marketing.

Grazie all’esperienza maturata in ambito Marketing B2B oggi si rivolge a professionisti e aziende, per le quali elabora strategie Linkedin Marketing ed Employer Branding.
Il suo approccio alla formazione Linkedin è caratterizzato nel coinvolgimento di tutti i ruoli presenti all’interno dell’azienda. In più include il Sales Marketing (SMarketing) ossia l’interazione e collaborazione tra comparti Marketing e Vendite nelle aziende al fine di creare team coesi, coordinati e interattivi per incrementare i fatturati, agevolare e accelerare i processi di vendita.

Il suo sito è marialetiziarusso.com.

Le interviste di Spidwit

Spidwit apre il suo salotto virtuale per una serie di interviste con i principali esperti italiani di social media, che possono fungere da ispirazione per imprese e professionisti, nel loro lavoro quotidiano sui social media.

Padrone di casa sarà Fabio Bruno di Start Me Up, il podcast che ormai da sette stagioni si occupa di raccontare l’innovazione tecnologica, sociale e culturale del Sud Italia.
Il modo migliore per seguire le interviste di Spidwit è la diretta, ma nel caso dovessi perderle, puoi vedere le registrazioni sui canali ufficiali di Spidwit o ascoltare l’audio dei video in podcast.

Misura l’impatto positivo della tua azienda

Spesso negli eventi o nei podcast di Start Me Up abbiamo evidenziato l’importanza di avere un impatto positivo attraverso le nostre aziende. Lunedì 26 aprile alle ore 18:30 abbiamo compreso in cosa consiste questo impatto e come possiamo misurarlo insieme a Lavinia Pastore di Open Impact durante il laboratorio online: “Misura l’impatto positivo della tua azienda”.

L’evento è stato organizzato in collaborazione con LITA.co e la diretta è stata trasmessa sulla pagina Facebook di Start Me Up. Se l’hai persa e vuoi accedere alla registrazione e inoltre vuoi avere un canale privilegiato per entrare in contatto con il nostro ospite, entra a far parte della community di Start Me Up.

Voglio vedere il laboratorio con Lavinia Pastore di Open Impact

L’importanza di creare, monitorare e mostrare l’impatto positivo della propria azienda

Con “impatto positivo” si intende tutte quelle ricadute che le azioni di una azienda hanno in termini economici, sociali e ambientali. Sono aspetti che non possono essere ignorati per almeno due motivi. Il primo è il fattore etico: è sotto gli occhi di tutti che il periodo storico che stiamo vivendo è caratterizzato da catastrofi generate anche da un uso sconsiderato delle risorse naturali. In più, le questioni legate all’impatto positivo hanno ricadute importanti dal punto di vista promozionale. Sempre più spesso i consumatori scelgono un’azienda rispetto ad un’altra in virtù dell’impatto che essa ha sul territorio.

La teoria del cambiamento come punto di partenza

La teoria del cambiamento è una metodologia che ci permette di impostare l’impatto positivo di un qualsiasi ente: startup, azienda o PA. Immaginando gli obiettivi che si intendono raggiungere nel lungo periodo si ripercorrono a ritroso le tappe intermedie che ci permetteranno di arrivare alla meta.

La teoria del cambiamento è il punto di partenza di una azienda che vuole lasciare un impatto positivo nel mondo, un requisito sempre più necessario da affiancare ai business model di qualsiasi impresa.

Non potevamo perciò non partire da questa metodologia per poi definire i parametri principali di un impact framework che possa andare bene per la propria attività.

Il laboratorio è rivolto principalmente a chi porta avanti progetti profit digitali, ma siamo certi che la registrazione possa rappresentare un’ottima risorsa anche per chi amministra un ente pubblico, una PMI o una azienda tradizionale. Tutti infatti possono avare un impatto positivo sul proprio territorio. Lo trovi nell’archivio dei contenuti speciali riservati alla community.

Guarda il laboratorio con Lavania Pastore

Open Impact e LITA.co

Il laboratorio “Misura l’impatto positivo della tua azienda” è organizzato da Start Me Up in collaborazione con Open Impact e LITA.co.

Open Impact è una piattaforma che supporta l’intero ciclo di vita dell’impatto, abilitando i decisori a compiere scelte sempre più consapevoli, rafforzando la sostenibilità economica delle imprese sociali e facilitando l’incontro tra finanza e impatto sociale.

Open Impact è una startup innovativa e spin-off della ricerca dell’Università di Roma Tor Vergata. Nasce dall’incontro di esperienze e competenze diverse provenienti dal mondo dell’Accademia, dell’impresa sociale e dell’impresa digitale. Coniugando cultura digitale e impatto sociale, abilita nuove forme di creazione di valore condiviso.

LITA.co è la prima piattaforma crowdfunding specializzata nell’impact investing, cioè per aziende e investimenti sostenibili e a impatto positivo.

Su LITA – grazie all’equity crowdfunding – investitori, crowd e professionali, possono investire in aziende sostenibili con un impatto sociale e ambientale positivo e misurabile, con un ritorno economico e sociale anche per le comunità locali.

Gli investimenti a impatto sono investimenti orientati a generare un impatto sociale o ambientale misurabile e, al tempo stesso, un rendimento economico. LITA.co è nata in Francia e opera in Italia dal 2019.

Come vedere il laboratorio “Misura l’impatto positivo della tua azienda”

Per vedere la registrazione del laboratorio “Misura l’impatto positivo della tua azienda” con Lavinia Pastore di Open Impact e organizzato in collaborazione con Lita.co, scaricare le slide e avere il contatto diretto con il nostro ospite, entra a far parte della community di Start Me Up.

Voglio entrare a fare parte della comunity di Start Me Up

Foto di copertina di Volkan Olmez via Unsplash  

Sperimentare per crescere: il Growth Hacking di Raffaele Gaito.

Sperimentare per far crescere le aziende attraverso un costante lavoro di analisi, elaborazione dati e strategie personalizzate: questo è il growth hacking secondo Raffaele Gaito, protagonista del quarto appuntamento delle interviste di Spidwit (anche se Fabio durante la diretta ha detto quinto!).

Grazie alla sua esperienza come growth coach, Raffaele Gaito ha spiegato in modo semplice in cosa consiste questa tecnica di marketing e le sue applicazioni ai social media.

Puoi guardare la registrazione dell’evento sui canali di Spidwit.

Oppure ascoltare semplicemente l’audio in formato podcast

Raffaele Gaito - player podcast
Sperimentare con metodo per crescere

Il concetto di growth hacking è qualcosa di molto semplice. Si tratta di un processo di sperimentazione che ha come fine trovare nel modo più veloce quella azione di marketing che porti alla crescita dell’azienda. Bisogna ovviamente sperimentare con metodo per raggiungere i risultati stabiliti a monte da un’analisi: niente è affidato al caso e tutto si basa sui dati.

La multidisciplinarietà del Growth Hacker

La figura del growth hacker (che Raffaele preferisce chiamare growth coach) è per definizione di tipo orizzontale perché abbraccia varie competenze in relazione alla multidisciplinarietà della materia e comprende sia aspetti tecnici che creativi. Da una parte ci si trova a lavorare con dati e interviste, dall’altra servono competenze di marketing e comunicazione. La crescita può essere raggiunta solo coinvolgendo tutti i reparti che collaborano per il raggiungimento dell’obiettivo.

Anche il growth hacking ha un costo

Raffaele confuta la convinzione che le tecniche di Growth Hacking non necessitino di investimenti. Per natura questi processi sono brevi ed economici, ma per capire su cosa puntare per generare crescita è necessario fare una serie di test: molti non andranno a buon fine ma ci aiuteranno a capire cosa funziona e cosa no.

Un continuo processo di apprendimento

Nel growth hacking non esistono certezze, bisogna sperimentare. Per questo è impossibile stabilire a priori quale sia il canale su cui puntare per la promozione di un prodotto digitale. Si procede per tentativi: tutto quello che non è misurabile non porta da nessuna parte. Nel business è necessario prendere decisioni basate sui dati. Ad ogni test si impara qualcosa sui clienti, sui competitors e la percezione del prodotto o servizio che intendiamo vendere in un continuo processo di apprendimento.

Il tempo e il budget, i parametri da tenere in considerazione nella sperimentazione

In ogni esperimento bisogna considerare il tempo e il budget a disposizione. Una piccola azienda che ha poco denaro da investire dovrà prolungare il tempo di sperimentazione perché impiegherà di più ad elaborare i dati, mentre quando si lavora per realtà consolidate e senza problemi economici si può spingere con gli investimenti e dedicare meno tempo ai test.

E in Italia? Più che di crescita esponenziale meglio parlare di crescita sostenibile

Applicare il growth hacking al contesto italiano ha significato, per Raffaele e gli altri pionieri del settore, copiare ciò che veniva fatto all’estero e verificarne il funzionamento nel nostro paese. Con il tempo l’approccio è stato cambiato proprio per adattarlo ad uno scenario in cui non è possibile parlare di crescita esponenziale, ma di crescita sostenibile. Per vincere la diffidenza delle aziende è stato necessario semplificare il modo di comunicare al pubblico certe informazioni attraverso un lavoro di sensibilizzazione sull’argomento, operando anche dei cambiamenti lessicali ed escludendo i termini inglesi.

Le 4 caratteristiche del mindset di un growth hacker

Le caratteristiche principali del mindset di un growth hacker sono quattro:

  • Sperimentazione;
  • Raccolta e analisi dei dati;
  • Creatività;
  • Curiosità: porsi delle domande.

Se i primi due punti sono stati ampiamente trattati nella prima parte dell’intervista, è bene adesso concentrarsi su creatività e curiosità. La prima, spesso sottovalutata, è fondamentale per fare i test. Se non hai un approccio creativo non puoi trovare nuovi modi di dire e fare le cose. Per questo motivo la creatività va stimolata per accendere il pensiero laterale e integrare così il settore analitico che, supportato dai dati, può misurare quanto fatto.

Per quanto riguarda il porsi domande poi, possiamo tranquillamente affermare che è la base di ogni buona sperimentazione. La curiosità quindi è ciò che ti porta a trovare strade nuove per raggiungere i tuoi obiettivi. Sia una nuova campagna o una nuova tecnica da applicare: tutto nasce da uno spirito curioso.

Creatività data-driven

L’hacker è quindi una persona creativa, che si fa guidare dai dati. Si interroga e mette in relazione tutti gli elementi, aiutando tutto il team a mettersi in discussione per migliorare. Lavora sulle domande da porsi e non ha mai risposte certe. Il ruolo del growth hacker è proprio questo: stimolare. Non esistono risposte universali, ogni business ha una storia diversa: serve metodo, non formule magiche.

Quando smettere di avere pazienza

L’ultimo libro di Raffaele Gaito si intitola L’arte di avere pazienza. Quello della pazienza è un tema a lui caro, a cui ha anche dedicato un TEDx talk. Per questo motivo non potevamo non citarla. Questa caratteristica è qualcosa che chi fa impresa deve avere: “La pazienza è un muscolo da allenare”, per usare le parole di Raffaele.

Se comunque credere nelle proprie idee è importante, non bisogna accanirsi nel portare avanti un progetto che non mostra risultati. Mai come in questo caso è fondamentale non innamorarsi della propria idea. Crederci va bene, ancora più importante è sperimentare ed analizzare i dati. Se la risposta però non arriva nei tempi previsti è arrivato il momento di mollare. Ma attenzione! Arrendersi non è qualcosa di negativo, è solo una delle opzioni disponibili. Si può e si deve fare tesoro di quanto imparato fino a quel momento e spostare risorse ed energie altrove.

I miti da sfatare sul growth hacking e un esperimento

Chi è Raffaele Gaito.

Raffaele è un growth coach che aiuta le aziende a migliorare il loro business e promuovere i loro prodotti. E’ anche autore, speaker e blogger che dispensa quotidianamente consigli di marketing attraverso i suoi canali social. Al centro dei suoi contenuti ci sono suggerimenti su come gestire la propria azienda o progetto lasciandosi guidare dai dati, dagli esperimenti e dal pensiero laterale. Raffaele Gaito insegna alla Business School de Il Sole 24 Ore e da poco ha pubblicato il suo ultimo libro “L’arte della pazienza”. Il suo sito è www.raffaelegaito.com.

Le interviste di Spidwit

Spidwit apre il suo salotto virtuale per una serie di interviste con i principali esperti italiani di social media. Una serie di incontri con chi, ogni giorno, lavora con il digitale e i social network.

Grazie a Le interviste di Spidwit potrai quindi apprendere dai maggiori esperti del settore alcune tecniche per migliorare la tua presenza sui canali social. Sia che tu sia a capo di una impresa o tu abbia una partita IVA, è ormai imprescindibile saper gestire con costanza e coerenza la comunicazione attraverso questi canali che possono diventare dei veri e propri alleati dei tuoi affari.

Le interviste di Spidwit sono trasmesse sui canali social (facebook e youtube) di Spidwit e sono realizzate in collaborazione con Start Me Up. Puoi anche ascoltarle in formato podcast sul tuo player preferito!

Bebravo: alla scoperta delle dieci startup di Bravo Innovation Hub

Bebravo è la serie di Start Me Up in cinque podcast che ti permette di conoscere le dieci startup che sono entrate a far parte del percorso di accelerazione di Bravo Innovation Hub, l’acceleratore d’impresa di Invitalia dedicato alle startup del turismo e della cultura che arrivano dal Sud Italia.

Cinque podcast per raccontare dieci startup

BeBravo racconta le dieci startup attraverso le parole di chi le ha create. Ogni azienda è stata classificata in base a un macro argomento, uno per ciascuno dei cinque podcast:

  1. Rigenerazione territoriale,
  2. Arte e Cultura,
  3. Gamification,
  4. Aree Interne,
  5. Intelligenza Artificiale.

In ciascun episodio poi, un mentor di Bravo Innovation Hub ha avuto il compito di fornire una panoramica sul tema al centro di ogni puntata.

Ogni argomento è declinato sui temi del turismo e della cultura, perno del percorso di impresa proposto da Bravo Innovation hub.

Cosa è Bravo Innovation Hub

Bravo Innovation Hub è l’acceleratore d’impresa di Invitalia dedicato alle imprese del turismo e della cultura più innovative del Mezzogiorno, realizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, Destination Makers e Ashoka.

Fondazione Giacomo Brodolini coordina il percorso di accelerazione con cui le imprese selezionate possono velocizzare l’ingresso sul mercato, sviluppando modelli di business con il supporto dei migliori esperti del settore.

Bebravo è prodotto in collaborazione con Fondazione Giacomo Brodolini, Destination Makers e Ashoka Italia. Bebravo non sarebbe stato possibile senza l’enorme contributo di Federica Fulghesu che ha coordinato tutte le interviste e ha curato i rapporti con gli ospiti.

“L’Ultimo Concerto?”: La silenziosa protesta dei live club che fa rumore

“L’Ultimo Concerto?” è l’evento che lo scorso 27 febbraio ha coinvolto oltre 300 live club e numerosi artisti del panorama musicale italiano per manifestare l’assenza della musica e l’importanza dei luoghi di intrattenimento, chiusi da un anno per le restrizioni dovute alla pandemia.

Federico Rasetti - direttore di Keepon Live promotore di ultimo concerto

Federico Rasetti – direttore di Keepon Live

Ispirata all’omonima campagna spagnola “El ultimo concierto?” l’evento ha voluto mettere in luce il difficile momento che stanno vivendo queste realtà, così per una sera i palchi dei live club si sono illuminati per una serie di eventi trasmessi in streaming.

Oltre 100.000 visualizzazioni e un’amara scoperta per gli spettatori: in scena solo il silenzio assordante che comunica, per contrasto, l’urlo di un settore in grave crisi, a cui gli artisti hanno voluto manifestare tutta la loro solidarietà.

Ho intervistato Federico Rasetti, direttore di Keepon, promotore di questo evento insieme ad Assomusica e Arci, per sapere com’è nata l’iniziativa, gli effetti che ha generato e come proseguirà.

Perché nasce L’ultimo concerto?

“L’ultimo concerto?” nasce per mettere un grosso punto interrogativo sul futuro dei live club che sono chiusi da un anno e rischiano di non riaprire più, con conseguenze pesanti sia per il pubblico con la perdita di una socialità sana e dell’aggregazione positiva sui territori, ma anche per tutto l’indotto lavorativo: i professionisti che lavorano nei live club, le produzioni e gli artisti. Dopo un anno non di silenzio, perché ci siamo fatti sentire anche in altri modi, è nata l’esigenza da parte di questi luoghi di fare una grande manifestazione di impatto.

Quanti sono i lavoratori che ruotano intorno al mondo dei live club in Italia?

Difficile fare una stima precisa, se consideriamo gli artisti, i professionisti, i baristi, i social media manager, quindi non soltanto i tecnici che lavorano direttamente allo spettacolo, abbiamo stimato circa sulle 30.000 unità.

Dietro la chiusura di questi luoghi ci sono progetti imprenditoriali fermi da un anno che non hanno mai riaperto, giusto?

Teoricamente avrebbero potuto riaprire con la ripresa autunnale a settembre-ottobre, però sarebbe stato insostenibile economicamente. Di fatto nessuno ha davvero riaperto.

L’evento principale è stato il 27 febbraio, ma l’iniziativa è partita molto prima. Quali sono stati i passi per arrivare all’evento?

In realtà siamo stati abbastanza veloci perché l’idea iniziale è arrivata più o meno a dicembre, forse prima di Natale, e quando abbiamo visto un’iniziativa molto simile, nata in Spagna, che si chiamava “El ultimo concierto?” abbiamo deciso di emularla in Italia. Lì aveva funzionato abbastanza bene, ottenendo anche un riconoscimento da parte del Governo sotto forma di aiuto economico alle sale, e coinvolgendo circa sessanta live club spagnoli. A quel punto ci siamo chiesti come fare a veicolare un messaggio che fosse positivo e ponesse l’attenzione sulla situazione dei live club, e questa poteva essere un’iniziativa alla quale guardare. Tramite la Live DMA, che è un’associazione internazionale della quale facciamo parte e che racchiude tutte le associazioni di live club europee, abbiamo chiesto ai nostri colleghi spagnoli – mantenendo il segreto per non rivelare in italia il senso dell’iniziativa – se potevamo prendere in prestito l’idea, e loro ci hanno dato l’ok. Così abbiamo iniziato organizzare in un solo mese tutto il piano di comunicazione, il coinvolgimento del club, degli artisti e delle agenzie. Il 28 gennaio, un mese prima dell’evento, abbiamo diffuso un poster con tutte le facciate riempite da punti interrogativi che riportavano l’anno di apertura del locale e il 2021 come anno di probabile chiusura.

All’inizio anch’io sono rimasto spiazzato dal post “L’ultimo concerto?”, pubblicato dal Retronouveau, un locale della mia città. Poi ho capito che il gioco era chiedere ai propri fan quale fosse stato l’ultimo concerto a cui avessero assistito.

Sono state le persone a interpretarlo così, in realtà noi non volevamo chiedere quale fosse stato l’ultimo concerto, ma porre la domanda: quale sarà l’ultimo concerto, quello che avete visto l’anno scorso o quello che ci sarà nel 2021? Perché se continua così non potremo farne altri. Questa cosa ha suscitato interesse e dato forza alla campagna di comunicazione dell’iniziativa.

Il 27 febbraio si è svolto l’evento completo in diretta su facebook. Tutti si aspettavano un’esibizione dal vivo e invece è stata trasmessa una serie di video con la presenza di numerosi artisti. Che cosa abbiamo iniziato a vedere quel giorno?

Il 27 febbraio, accedendo al sito, si aveva la possibilità di scegliere il live club e l’artista di riferimento da vedere. In realtà, non abbiamo mai detto che ci sarebbero stati dei concerti. Abbiamo sempre parlato di eventi e usato questa sottile linea di comunicazione. La stampa stessa ci era cascata tutta, dai grossi network nazionali fino alle webzine indipendenti. Collegandosi si poteva assistere alla preparazione di un live club, si capiva che non era in diretta perché erano dei video montati che simulavano l’inizio di un live, solo che poi non avveniva. Al momento di iniziare il concerto, l’artista rimaneva muto, o faceva partire una nota di chitarra e si fermava. Oppure faceva una dichiarazione o ancora restava completamente fermo davanti al palco. Questo ha provocato uno shock a molte persone. È proprio questa la sensazione che provano ormai da un anno gli operatori del settore, molti di loro stanno addirittura cambiando lavoro, ed è in atto qualcosa di molto grave, per certi versi irrecuperabile. Si sta perdendo capitale umano oltre che capitale d’impresa, e il senso di angoscia è veramente molto forte. Artisti e club volevano trasmettere questo grave pericolo, in primis alle istituzioni.

La cosa che mi ha stupito è che in tanti hanno criticato questa iniziativa. Molti hanno ritenuto che non fosse necessario fare una cosa del genere perché tutti sappiamo cosa significa stare senza concerti. Sono arrivate anche a te queste critiche? Come hai reagito?

Le critiche ci sono arrivate e un po’ ce lo aspettavamo. Noi avevamo paura soprattutto della reazione della stampa perché il nostro target erano le istituzioni. Invece gli organi di informazione hanno capito, esaltando moltissimo l’iniziativa sia per l’efficacia che per la creatività. L’evento è stato apprezzato soprattutto per l’educazione con la quale si è svolto, perché non era facile organizzare un’iniziativa che fosse di rottura senza infrangere la legge, come, invece, hanno fatto gli esercenti pubblici rimanendo aperti o facendo delle manifestazioni di piazza che in questo periodo sono rischiose e possono favorire i contagi.

Probabilmente qualcuno ha sacrificato una serata in cui avrebbe potuto vedere un concerto per un’oretta e mezza, gratuitamente, e magari è arrabbiato perché non si è divertito. Chi ha reagito così non ha compreso il messaggio. Molti hanno detto di sapere com’è la situazione, ma in realtà non è stato facile realizzare questo evento perché i costi di produzione sarebbero stati impossibili da sostenere con l’attuale emergenza economica nel nostro settore. Mi hanno scritto anche le multinazionali, qualche giorno prima, chiedendomi cosa stessimo facendo e prevedendo una figuraccia. Ci dicevano che sarebbe stato impossibile gestire 130 streaming per la nostra piattaforma. Chiaramente un evento musicale dal vivo implica un coinvolgimento diverso, ma è impossibile capire fino in fondo quanto lavoro, fatica e risorse ci siano dietro. Nessuno si permetterebbe di dire che sa come funziona la fisica quantistica, in realtà la musica ha dei meccanismi e delle tipicità che la rendono altrettanto sconosciuta al pubblico. Però questo ha reso evidente che gli artisti con un vasto seguito, come per esempio Ligabue, muovono molte persone. Infatti non abbiamo potuto annunciarlo per problemi di ordine pubblico perché avremmo rischiato che arrivassero tantissime persone a campeggiare davanti al box solo per vederlo. Anche i Subsonica sono stati criticati nell’esporsi facendo una cosa del genere. Mentre tra il pubblico dei piccoli circoli, che è molto più vicino alla realtà del club, quasi nessuno si è lamentato.

In realtà anch’io sono rimasto spiazzato quando ho visto che l’evento era gratuito, poi mi sono accorto che si trattava di brevi video e ne ho guardati un po’…

Alcuni di questi video sono molto ben fatti e commoventi. Questa è stata una protesta rock e, da quando è nato, il rock non ha mai accontentato tutti. Il senso di ribellione ha sempre tracciato dei solchi, un prima e un dopo, ed è quello che speriamo faccia questa manifestazione. In realtà anche le proteste sono servite perché hanno fatto crescere l’evento, generando attesa e dibattito. Infatti i risultati sono arrivati perché ha richiamato l’attenzione sulla situazione dei live club.

Si è parlato tanto del teatro e del cinema ma qualche esponente politico si è espresso sul mondo della musica prima dell’evento del 27 febbraio?

No, per questo motivo le associazioni che rappresentano i live club e che hanno organizzato questo evento, già da prima della pandemia cercavano un contatto con le istituzioni per far sì che queste realtà venissero tutelate. I locali di musica dal vivo non esistono per l’ordinamento giuridico, negli anni, a forza di insistere, c’è stato qualche accenno a questi luoghi e nel 2019 si stava arrivando anche ad un riconoscimento formale. Poi cadde il Governo e, come sempre succede, si dovette ricominciare da capo. L’esposizione dei politici o delle istituzioni in generale è stata sempre molto bassa, mentre dopo “L’ultimo concerto?” uno dei risultati ottenuti è che tre giorni dopo già la parola live club appariva in tre decreti. L’evento è servito a far capire che questi luoghi impattano su milioni di persone in Italia, prima, però, erano molto poche le voci a favore.

Oltre alla protesta quali sono le proposte avanzate per risolvere i problemi del settore?

Le proposte ricadono in tre macro ambiti: il primo che, forse, è il più importante e in futuro aiuterebbe ogni altra attività è quello del riconoscimento per i live club, cioè riconoscere realmente il valore sociale e culturale che hanno questi spazi, ormai al pari di cinema e teatri. L’altro è un riconoscimento formale attraverso la creazione di un albo, per far sì che lo Stato riconosca e tuteli anche economicamente i live club con delle piccole erogazioni, cosicché possano continuare a svolgere il loro lavoro, come già succede per i cinema che distribuiscono film indipendenti. Quello è un ottimo modello a cui guardare perché i club non fanno solo intrattenimento, ma molto spesso scommettono sulle giovani band, creano contenuti artistici e culturali e quindi, secondo noi, vanno sostenuti. Gli altri due grossi macro ambiti sono quello della ripartenza, quindi del sostegno alle arene estive perché si possano fare in modo sostenibile, ma con protocolli di riapertura anch’essi insostenibili, sicuramente non si può riaprire con il 25 % di capienza. E il terzo e ultimo, ma forse il più importante, la riscrittura di una legge dello spettacolo, che è ormai vecchia, con l’abolizione dell’ ISI, una tassa sull’intrattenimento, fino all’equiparazione delle capienze tra spettacoli con il loro aumento a 2.0 e l’abbassamento dell’iva al 10 % con l’equiparazione di questa, ad esempio, sui biglietti per tre differenti spettacoli.

Oltre alle varie agevolazioni di tipo fiscale, leggo anche la volontà di essere parte attiva di un cambiamento con proposte che vedono la rigenerazione urbana e un ruolo anche sociale dei club che molto spesso sono situati in zone della città in cui non c’è niente, in cui la musica gioca un ruolo fondamentale proprio perché dà alle persone la possibilità di incontrarsi e crescere anche dal punto di vista culturale.

E’ proprio così. Peraltro questa è una delle linee che più mi piace dei nostri locali e che sento più vicina nella narrativa che facciamo, ed è quella di favorire la crescita culturale e sociale dei territori. Magari non si parla proprio di rigenerazione urbana perché è una parola con una connotazione specifica. Però i live club aiutano sicuramente i territori e sono importanti nelle periferie, dove a volte sono gli unici posti, in zone afflitte dalla povertà sociale e culturale, che danno un’alternativa rispetto al solito pub o alla discoteca. Inoltre garantiscono la sicurezza: un quartiere dove c’è un locale di musica dal vivo, che fa molto spesso anche altre attività, per esempio associazionistiche, è un quartiere dove le persone possono aggregarsi in sicurezza e il territorio è presidiato anche in orari in cui sarebbe senza controllo. Certo c’è la presenza delle forze dell’ordine e questi luoghi non si vogliono sostituire ad esse, quindi possiamo dire che sarebbe bene avere più telecaster e meno telecamere.

Quanto è diffusa la cultura del live club in Italia? Ci sono tanti club in tutte le parti d’italia oppure è possibile distinguere delle zone? Ci puoi fornire un quadro…

La situazione che emerge è molto diversa. Ad esempio, al sud i live club sono molto meno frequenti, anche la cultura di partecipazione a questi luoghi, ahimè, sta calando, vuoi per la concorrenza del divano e di Netflix che spinge le persone ad uscire sempre meno, ma anche per via dei social network e per ragioni economiche. Di queste realtà, ad esempio, al nord ce ne sono di più, sono più grandi e impattano anche le politiche sociali e culturali delle regioni. In Emilia Romagna avevamo pubblicato una cartina con i live club di tutta la nazione, ed è evidente che proprio qui, oltre ad esserci un quarto dei club di tutta Italia, sono veramente ben distribuiti. In Lombardia, invece, si trovano sostanzialmente a Milano, in Piemonte a Torino, le grosse città la fanno da padrone, mentre in Emilia Romagna dove, da tre anni, c’è una legge sulla musica che tutela questi luoghi e un sistema storico di associazionismo più diffuso, i club, anche se piccoli, sono sempre stati più frequentati. Anche i piccoli paesini hanno il loro circolo dove si fa musica dal vivo.

Quindi secondo te non è qualcosa che è legato soltanto al discorso economico? C’entra anche la cultura e la voglia di usufruire di questo tipo di spettacoli…

Certo, al sud si trascorre generalmente meno tempo in uno spazio chiuso. Ci sono davvero tante concause in realtà.

Che cosa si intende per Live Club?

Guarda questa è una bella domanda. Noi abbiamo fatto un decalogo, che abbiamo consegnato ai ministeri per identificare i live club. Secondo la definizione sono quegli spazi che hanno come ragione economica e/o identitaria la musica dal vivo come prevalente. Devono avere, inoltre, una programmazione che abbia almeno il 50 % di musica dal vivo, di cui il 60-70 % di musica dal vivo originale. Cover e dj set si possono fare, anche perché il dj set performativo è a tutti gli effetti una performance. Devono avere un impianto audio residente, anche a noleggio o in comodato d’uso, e una zona palco adibita e stabile per la musica.

Voi come Keepon raggruppate buona parte dei live club in Italia permettendo loro di fare rete e, in un periodo del genere, anche di far valere i diritti di chi gestisce questi posti, giusto?

Proprio così. Noi li tuteliamo e difendiamo i loro interessi. Il nostro dovere è proprio quello di far sì che riescano a fare al meglio il loro lavoro e accrescano il loro pubblico. Lo facciamo soprattutto con le istituzioni, ma anche tramite attività di networking. Abbiamo organizzato un evento che una volta l’anno li riunisce tutti, è una sorta di convegno medico, ma un po’ più punk. E’ un’iniziativa in cui, ad esempio, un club del Piemonte può confrontarsi con un club siciliano su problematiche, desideri e obiettivi comuni.

Il testo è la trascrizione adattata dell’intervista andata in onda su radioantidoto.org.

Per seguire le attività de “L’Ultimo Concerto?” visita il sito ufficiale dell’iniziativa e la pagina facebook e l’account su Instagram.

Il marketing elegante di Riccardo Scandellari

Un approccio rispettoso del cliente, obiettivi chiari da perseguire e costanza nel creare i contenuti: questi sono solo alcuni dei comportamenti da mettere in atto per realizzare quel marketing elegante di cui ci ha parlato Riccardo Scandellari nell’ultimo appuntamento del ciclo “Le Interviste di Spidwit”.

Consulente in materia di marketing e personal branding, Riccardo Scandellari, aka Scande, ha dispensato consigli utili per chiunque desideri comunicare la sua immagine, utilizzando gli strumenti digitali.

Puoi guardare la registrazione dell’evento sui canali di Spidwit

Oppure ascoltare semplicemente l’audio in formato podcast

Riccardo Scandellari in podcast

Un marketing elegante che rispetta il cliente

Avere rispetto per le persone a cui ci si rivolge, non creare aspettative troppo alte e soprattutto mantenere le promesse permette di stabilire un rapporto alla pari con il cliente. Secondo Riccardo, questo atteggiamento che oggi in pochi hanno, in futuro diventerà una pratica determinante nel marketing.

Nella costruzione del personal branding bisogna essere costanti

Quando si comincia a creare dei contenuti, è normale che i risultati non siano visibili nell’immediato. La costanza è sicuramente un’ottima alleata per superare i vari step fino ad ottenere qualche effetto; è come essere all’interno di un videogioco in cui esistono diversi livelli e non ci si deve fermare al primo ostacolo.

Il personal branding funziona se si ha un obiettivo

Affiancare il personal branding al marketing istituzionale aumenta la capacità di raggiungere il pubblico perché – se ci metti la faccia – sei più approcciabile. Riccardo consiglia di farlo, ma l’esito dipende da tanti fattori, soprattutto dal tipo di scopo che ci si è prefissati perché il personal branding funziona se si ha un obiettivo chiaro che una volta individuato, va perseguito, e non ha niente a che vedere con i like.

Dobbiamo piacere a chi ci somiglia

E’ impossibile piacere a tutti, questo si sa, per questo ci si deve mantenere fedeli a se stessi perché in realtà dobbiamo piacere a chi ci somiglia; è come guardarsi in uno specchio. Dobbiamo raccontare cosa facciamo, ma anche mostrare chi siamo affinché chi ci è affine possa sceglierci.
Questo non significa raccontare tutto di sé o esporsi raccontando cose inutili. Per esempio, Riccardo suggerisce di raccontare solo ciò che porta valore alla propria azienda, non questioni di poco conto come la fede calcistica o il credo politico. Significherebbe segmentare inutilmente il pubblico, invece è importante operare una selezione basandosi su fattori quali: l’etica, la moralità, le idee.
Inoltre scegliere con cura quali aspetti mettere in luce, ci consente di suscitare nelle persone quelle sensazioni che le indurranno a pensare di aver trovato la persona giusta per il servizio di cui hanno bisogno.

Le due fasi del personal branding

Anche la scelta dei canali su cui fare personal branding dipende dal fine che si ha, perché ogni piattaforma ha caratteristiche differenti. L’importante è presidiare tutti i canali che si ritiene adatti per il raggiungimento del risultato.
E nonostante la varietà dei social esistenti, è bene ricordare che essi sono il luogo in cui si fa comunicazione e si creano le opinioni, mentre il sito internet è dove realmente avviene la vendita, per questo motivo non va trascurato. Dato che il personal branding consta di due momenti: il marketing (comunicazione) e la vendita (relazione), chi arriva sul sito e poi cerca un contatto è davvero interessato a ciò che viene proposto.

Infine Riccardo ha risposto a domande su casi concreti, spiegando la tendenza da parte degli utenti a utilizzare messaggi o gruppi privati per sentirsi più al sicuro e quanto sia importante comunicare direttamente con il cliente senza la mediazione dei social o delle piattaforme di vendita.

Se vuoi saperne di più, leggi la nostra recensione di “Fai di te stesso un brand”.

Chi è Riccardo Scandellari

Autore, formatore, consulente e speaker, Riccardo Scandellari si occupa di marketing e personal branding. Ogni giorno attraverso i suoi canali aiuta aziende e appassionati a migliorare la comunicazione di chi utilizza gli strumenti digitali per far conoscere sé stesso e la propria azienda. I consigli di Riccardo Scandellari sono frutto di una esperienza ventennale sul campo (ha lavorato per numerose aziende tra cui Ford, Amazon e Banca Mediolanum) e di una formazione continua nel campo del marketing.

Riccardo Scandellari è anche autore di cinque manuali sul marketing. Il suo ultimo libro si intitola “Dimmi chi sei” e il suo sito è skande.com.

Le interviste di Spidwit

Spidwit apre il suo salotto virtuale per una serie di interviste con i principali esperti italiani di social media. Una serie di incontri con chi, ogni giorno, lavora con il digitale e i social network.

Grazie a Le interviste di Spidwit potrai quindi apprendere dai maggiori esperti del settore alcune tecniche per migliorare la tua presenza sui canali social. Sia che tu sia a capo di una impresa o tu abbia una partita IVA, è ormai imprescindibile saper gestire con costanza e coerenza la comunicazione attraverso questi canali che possono diventare dei veri e propri alleati dei tuoi affari.

Le interviste di Spidwit sono trasmesse sui canali social (facebook e youtube) di Spidwit e sono realizzate in collaborazione con Start Me Up. Puoi anche ascoltarle in formato podcast sul tuo player preferito!

Perché abbiamo ancora bisogno del Pensiero Meridiano di Franco Cassano

Un mese fa circa è venuto a mancare Franco Cassano, intellettuale e professore di Sociologia dell’università di Bari, autore di un saggio che ha segnato la vita e gli studi di tanti, tra cui il sottoscritto. Mi riferisco a Il Pensiero Meridiano, libro che ho scoperto grazie a una podcast di Start Me Up e che, in questo ultimo mese, ho riletto, sottolineato e sintetizzato (per i sostenitori di Start Me Up). Il tutto da appassionato del Sud Italia e non da sociologo o economista. Lo preciso per mettere in evidenza eventuali pecche che la mia breve analisi potrà mostrare.

La cosa che mi ha colpito è il punto di partenza che fa scaturire il Pensiero Meridiano. Nasce – dice l’autore stesso – come “reazione teorica a una figura rappresentata in modo così negativo e caricaturale da non poter essere vera”. Oggi forse la visione del Sud non è più così negativa ma è certamente caricaturale e chi segue Start Me Up sa come la penso in proposito. Inoltre, tutto il testo parte da un concetto di “orgoglio” che non è solo amor loci ma anche “fiducia nei propri mezzi, nella volontà di accettare le sfide senza l’aiuto degli interessi tutori”.

E questi sono solo alcuni presupposti che hanno dato il via al Pensiero Meridiano.

Per evitare di divagare mi piacerebbe mettere in evidenza qui alcune citazioni che credo dicano tanto su quanto ancora questo saggio possa insegnarci nel vedere il Sud Italia in modo nuovo e quindi totalmente in sintonia con linea editoriale di Start Me Up.

La Misura non è pensabile senza l’andare a piedi, senza fermarsi a guardare gli escrementi degli altri uomini in fuga su macchine veloci. Nessuna saggezza può venire dalla rimozione dei rifiuti. È da questi, dal loro accumulo dalla merda industriale del mondo che bisogna ripartire se si vuole pensare al futuro.

Sin dalle prime pagine de Il Pensiero Meridiano Cassano mette in chiaro che la sua è una visione concreta, che si basa su quello che c’è. Possiamo immaginare ciò che vogliamo ma il punto di partenza deve essere la realtà, lo stato delle cose. E solo lavorando su queste cose possiamo costruire il nostro futuro.

Saremo tutti più ricchi non quando avremo ulteriormente incrementato il nostro bottino privato ma quando avremo restituito a tutti le strade, le spiagge e i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione. Allora la bellezza tornerà a visitarci.

Qui c’è una denuncia verso una forma di privatizzazione degli spazi messa in atto da tempo nel Sud Italia. Eppure nei racconti dei nostri padri (ma anche se penso alla mia personale esperienza) le cose più belle che mi fanno pensare al Sud Italia sono gratis o comunque accessibili. Dobbiamo renderci conto che la bellezza a cui il sud ci ha abituato non può essere ingabbiata o privatizzata: la sua gratuità è insita in quella bellezza.

La Germania come centro d’Europa ha la paranoia di centro, quella paranoia che nasce dalla sua qualità ontologica di ogni essere per definizione circondato, accerchiato. Essa non conosce l’esperienza del confine che invece i Greci avevano interiorizzato proprio attraverso la struttura frattale della propria terra, la pervasività del mare.

Questo passaggio mi piace un sacco perché dà, se vogliamo, una spiegazione scientifica all’eterna opposizione tra modelli e stili di vita di persone che vivono in parti diverse di Europa. Posto che una suddivisione così netta è comoda solo a fini teorici, c’è da dire che trovare una spiegazione “geografica” a una differenza così netta e che spesso è stata usata per gag (o in casi più gravi razzismo), beh, mi ha fatto sorridere.

In più mi ha fatto pensare a un concetto di società decentralizzata che è molto moderno. Ho pensato a tutti gli studi che ci invitano a governare il caos e gestire la modernità. Il modello mediterraneo potrebbe insegnarci molto, se visto sotto questo punto di vista.

Non è andando verso il centro dell’identità e verso le capitali degli stati che si trova il futuro. Nelle capitali dove sembra che esista il cuore della comunità degli uomini esiste invece soltanto la sua separazione dalle altre comunità, da quelle che sono al di là della frontiera.

Questo estratto richiama quanto scritto poco sopra. La bellezza della frontiera, il suo essere luogo complesso. Un luogo caratterizzato da estreme mobilità e pervasività sia dei luoghi che delle persone: caratteristiche rendono le frontiere il luogo eletto per le innovazioni.

La libertà produce lo sradicamento che a sua volta genera la richiesta di protezione. Quest’ultima però muta le sue forme e al posto dello sviluppo e del danaro ritorna di moda la durezza sacrificale delle solidarietà di appartenenza (religione o nazione) quando e dove non si è già affermata l’economia criminale.

Metto questo passaggio perché credo che sia importante far notare come Cassano giustamente non evita di prendere in considerazione anche gli aspetti peggiori del Sud Italia. Quando lo fa, li inquadra come conseguenze di quel modello occidentale a cui il Sud è chiamato a uniformarsi e che nei casi peggiori ha effetti devastanti.

È quindi l’integralismo asettico dello sviluppo quello che bisogna mettere per primo in discussione. Senza il suo declino è difficile che si riesca a favorire quello degli altri.

Chiudo forse con l’atto di accusa principale contenuto nel saggio. Quello contro lo sviluppo forsennato, un vero e proprio integralismo a cui – a detta dell’autore – il mondo Occidentale si è votato. E io non riesco a non essere d’accordo con lui soprattutto in un momento storico in cui sempre più persone (e a quanto pare anche le istituzioni) si stanno rendendo conto che uno sviluppo senza fine non è sostenibile, in nessun campo e per nessuno di noi.

Anche per questo motivo credo che oggi più che mai ci sia ancora bisogno del Pensiero Meridiano di Franco Cassano.

Quali sono le caratteristiche di un buon leader?

Il web café di marzo nasce da una semplice domanda: quali sono le caratteristiche di un buon leader? Il dubbio ci è venuto perché negli ultimi anni il concetto di leadership è stato messo più volte in discussione e non è raro trovare immagini online che semplificano questo ruolo spiegandolo attraverso semplici elenchi o frasi motivazionali.

Per essere certi di avere la risposta giusta ci siamo affidati a chi di leadership se ne intende: Giusy Sica, fondatrice del think thank Re-Generation (Y)outh e inserita da Repubblica tra le 50 donne dell’Anno (nel 2020) e una delle 100 leader under30 secondo Forbes nel 2019.

Giusy è stata nostra ospite lo scorso 11 marzo e ha condiviso con noi la sua esperienza di leadership.

Accedi alla community e vedi il video integrale dell’incontro

Ascolto e conoscenza del proprio team: le basi di una buona leadership

Nel corso del web café Giusy Sica ha sottolineato l’importanza dell’ascolto e della conoscenza profonda dei membri del proprio team. Sono queste due caratteristiche fondamentali di un buon leader. Elementi che hanno effetti positivi sul team e che migliorano anche il leader.

Re-Generation (Y)outh: donne, Sud e competenze

Orgogliosa appartenente alla generazione millennial, Giusy decide di fondare insieme a altre sette donne il think thank Re-Generation (Y)outh. Lo scopo è contribuire all’empowerment politico, sociale, economico e culturale delle giovani donne attraverso la sostenibilità, la rigenerazione culturale, l’innovazione e la formazione continua.

Per farlo, Re-Generation (Y)outh mette insieme tre elementi: le donne, il Sud e le competenze in un gruppo caratterizzato fortemente dall’’interdisciplinarietà delle sue componenti.

Caratteristiche di un buon leader- webinar su leadership con Giusy Sica

In questi anni più volte Giusy si è trovata a parlare di leadership, rivolgendosi principalmente a giovani donne. Numerosi sono i suoi inviti a non aver paura di mollare gli ormeggi e percorrere strade poco battute. Un po’ come la sua, di strada, che dalla Campania l’ha portata a parlare di rigenerazione sociale e urbana nel cuore dell’Europa.

Questo incontro è stato possibile grazie alla collaborazione con la Fondazione Erasmo (che ringrazio).

 

Chi è Giusy Sica?

Classe ’89, campana d’origine e viaggiatrice europea per “legittima difesa”, è specializzata in Cultural Heritage Management e di tematiche europee. È stata referente scientifico di attività ed eventi volti ad incoraggiare la partecipazione dei giovani alla politica europea. Relatrice, mentore e speaker accademica in diversi incontri tematici, nel 2019 è stata inserita da Forbes Italia tra i “100 leader del futuro under 30” nella categoria “Social Entrepreneur”. Oltre ad aver fondato il già citato Re-Generation (Y)outh, Giusy è stata selezionata dalla Unit Youth Outreach dell’European Parliament tra le 50 più influenti giovani founder europee.

Cos’è il web cafè?

Il web café è un webinar con un esperto del mondo dell’innovazione del Sud Italia: lo scopo è imparare un po’ di più su un determinato argomento o sviluppare in modo corretto una particolare competenza. Lo stile è informale e durante i web café i partecipanti contribuiscono alla realizzazione del contenuto ponendo domande prima o durante la diretta.

Solo i membri della community di Start Me Up possono partecipare ai web café. Come si diventa membro della community? Basta donare solo 5€ + I.V.A. al mese (16 centesimi al giorno) e accedi a questo e ad altri contenuti riservati: sono webinar su comunicazione, digital marketing, comunicazione e tanto altro. Scoprili tutti!

Entra a far parte della community e guarda tutti i web café

Foto di copertina di Brooke Lark via Unsplash

Veronica Gentili e la concretezza del suo facebook marketing

In questo secondo appuntamento de “Le interviste di Spidwit”, Veronica Gentili, esperta di facebook marketing, ci ha dato alcuni importanti suggerimenti su come gestire le campagne pubblicitarie, rivelandoci potenzialità e limiti di questo versatile strumento di promozione.

Ci ha così guidati alla scoperta del suo mondo di formatrice e consulente per piccole e grandi imprese che ogni giorno si trovano a fare i conti con i cambiamenti che i social subiscono.

Puoi vedere l’incontro qui

oppure ascoltare l’audio in formato podcast!

Il podcast della registrazione del video con Veronica Gentili

Clicca sull’immagine per ascoltare il podcast

Facebook è il mezzo e non il fine

Il primo mito a cadere è quello delle interazioni sui social, esse sono un mezzo per raggiungere veri risultati di business: contatti, reputazione, customer care. Il coinvolgimento degli utenti deve servire a creare conversioni.
L’analisi è al centro del lavoro del social media manager, secondo Veronica. Quando si lancia una campagna bisogna analizzare lo storico, in modo da confrontare i risultati passati con quelli attuali. Anche il target viene preso in esame attraverso la definizione del pubblico che vogliamo raggiungere. Alla fine resta il budget, la cifra da distribuire in campagne differenziate per poi creare un funnel mirato all’acquisto.

Per gestire i social servono: tempo, competenza e formazione continua

Ogni negoziante che voglia gestire in autonomia i social dovrà tenere a mente che attitudine e interesse sono alla base del suo lavoro, e poi, naturalmente, dovrà avere tempo a disposizione da dedicare a questa attività.

Veronica sottolinea che è possibile ottenere dei buoni risultati, ma nella maggior parte dei casi è complicato per l’imprenditore gestire tutti gli aspetti; per questo esiste la possibilità di affidarsi a professionisti oppure dar vita a soluzioni ibride, in cui vengono suddivisi i compiti. La formazione continua è un fattore estremamente importante dato che l’algoritmo di facebook cambia di frequente, favorendo alla vista degli utenti alcuni contenuti rispetto ad altri.

Cosa bisogna fare prima di lanciarsi in una campagna facebook

Le premesse di un’efficace campagna facebook sono:

  • obiettivi chiari,
  • un pubblico ben definito a cui rivolgersi
  • un’azione di testing sui macro-aspetti.

Creatività, un buon copy e un sapiente utilizzo delle immagini aiutano a differenziare le inserzioni, rendendole più pertinenti e in grado di raggiungere un pubblico sempre più vasto.

Infine Veronica ha risposto in modo semplice e diretto a una serie di domande che sono arrivate dal pubblico.

Per esempio, specificando che facebook non è la soluzione a tutto perché non offre le stesse possibilità a ciascuno. Se si parla di raggiungere un numero ridotto di persone, è preferibile scegliere altri canali come Linkedin oppure il contatto diretto.

Mentre l’importanza dei clic va ridimensionata perché non implica che il contenuto verrà visualizzato, ma sarà necessario ottimizzarlo proprio per generare visualizzazioni sulla pagina di destinazione. Questo a conferma che è necessario investire nelle attività di promozione perché una strategia basata sull’organico arriva poco lontano.

Chi è Veronica Gentili

Con il suo atteggiamento pragmatico e la determinazione di chi vuol raggiungere obiettivi concreti, Veronica Gentili è stata inserita tra i 50 esperti più influenti nel campo dell’ Ad Tech. Consulente, speaker e docente di facebook marketing, nel 2016 è stata insignita del titolo di Facebook Certified Planning Professional e nel 2020 del Facebook Certified Media Buying Professional. Nel 2017 ha creato la Veronica Gentili Academy dove tiene corsi di facebook marketing.

Puoi seguire Veronica Gentili sulla sua Academy Facebook  e Instagram.

Le interviste di Spidwit

Spidwit apre il suo salotto virtuale per una serie di interviste con i principali esperti italiani di social media. Una serie di incontri con chi, ogni giorno, lavora con il digitale e i social network.

Grazie a Le interviste di Spidwit potrai quindi apprendere dai maggiori esperti del settore alcune tecniche per migliorare la tua presenza sui canali social. Sia che tu sia a capo di una impresa o tu abbia una partita IVA, è ormai imprescindibile saper gestire con costanza e coerenza la comunicazione attraverso questi canali che possono diventare dei veri e propri alleati dei tuoi affari.

Le interviste di Spidwit sono trasmesse sui canali social (facebook e youtube) di Spidwit e sono realizzate in collaborazione con Start Me Up. Puoi anche ascoltarle in formato podcast sul tuo player preferito!