Quali sono gli Startup Studio al Sud Italia?

Ci sono aziende che per mestiere creano altre aziende. È la mission degli startup studio, un modello di business nato negli Stati Uniti nel 1996 con Idealab. All’incirca dieci anni dopo, a Berlino, nasceva Rocket Internet, che ha consacrato questo modello di business.

E al Sud Italia? Ci sono realtà che lavorano come Startup Studio o Venture Builder? Sì, ovviamente, anche se spesso oltre ai servizi che solitamente questo tipo di aziende offrono, ne mettono insieme altri, dedicati a PMI e enti pubblici.

Prima di presentarvele, facciamo un primo ripasso su cosa è uno Startup Studio.

Cosa è uno Startup Studio o Venture Builder

Uno Startup Studio è una azienda specializzata nel creare più startup in modo parallelo, seguendole dall’ideazione fino all’exit. Sono per questo definite spesso come aziende che realizzano aziende e, per quanto possa sembrare riduttiva, questa definizione racchiude bene il senso e lo scopo di uno startup studio.

Sono due gli elementi su cui uno Startup Studio costruisce il proprio lavoro: ricerche di mercato e la costituzione di un team efficace.

Lontani infatti dalla retorica della “startup che nasce all’interno di un garage da parte di due ventenni smanettoni di computer”, uno startup studio basa tutto su un approccio più freddo. Studia il mercato per capire quali siano i trend su cui investire e lavora solo su quelle innovazioni che possono essere accolte con più facilità da parte del pubblico.
Successivamente mette insieme un team che lavora a quell’idea: l’obiettivo è ottenere una exit così da poter ripetere il ciclo con una nuova idea di business.

Startup studio o venture builder: analogie e differenze.

Uno startup studio può anche essere definito venture builder o startup factory. Per gli appassionati di definizione, suggeriamo questo articolo di Alessandro Arrigo di Startup Bakery che sottolinea le differenze tra le aziende che si definiscono venture builder e quelle che invece si definiscono startup studio

Per conoscere invece la storia del modello startup studio, quando e come è nato, la pagina di Wikipedia è piuttosto esaustiva, anche perché mette in evidenza le differenze con un altro tipo di azienda a cui gli startup studio vengono associati: gli incubatori e gli acceleratori.

Startup Studio al Sud Italia

E quindi, quali e dove sono gli startup Studio al Sud Italia? Dobbiamo precisare che non in tutte le regioni sono presenti questo tipo di aziende e spesso il loro modello di business è ibrido: lavorano cioè anche al fianco di PMI e come incubatori.

Broxlab – Basilicata

Con sede a Potenza (ma anche a Roma, Bologna e Milano) Broxlab offre una serie di servizi che vanno al di là di un semplice startup studio; alcuni di questi sono dedicati anche alle PMI. Nell’elenco presente sul loro sito leggiamo che l’azienda si occupa, tra le altre cose, di digital marketing e di formazione su temi legati al digitale, a cui affianca l’attività di incubazione di nuove idee di impresa.

Feedel Ventures – Puglia

Feedel Ventures ha sede a Latiano, in provincia di Brindisi, e sul sito dichiara di essere il primo startup studio che mette in comunicazione l’Italia con il mondo. Tra i suoi progetti c’è anche uno startup studio remoto dedicato all’innovazione nel continente africano.

Kitzanos – Sardegna

Kitzanos ha sede a Cagliari e oltre lavorare su nuove idee di business, lavora spesso al fianco di PMI e Pubblica Amministrazione. Tra le attività che solitamente rientrano in quelle di uno startup studio Kitzanos NON si occupa di copycat. Lo sottolineamo perché questo è stato uno degli argomenti che abbiamo trattano con uno dei founder, Nicola Pirina, quando è stato nostro ospite all’interno di uno dei nostri podcast.

Manca qualcosa?

Camera a Sud nasce come osservatorio e guida del panorama dell’innovazione al Sud Italia. Se pensi ci sia qualche errore o se conosci uno startup studio che ha sede al Sud Italia e non è stato inserito in questo elenco, faccelo sapere.

Foto di Michael Fousert via Unsplash

È di nuovo quel momento dell’anno per pensare a come evolve il mondo del lavoro

È di nuovo quel momento dell’anno in cui vi consigliamo di prendere parte alla discussione sul futuro del lavoro nel modo meno convenzionale possibile.

È infatti tempo di pensare all’Ohana Meetup che quest’anno si svolgerà il 24 e 25 giugno. Dove? Il luogo ancora non c’è: come da tradizione infatti, la sede dell’evento verrà scelta in base alla provenienza degli iscritti.

Cosa è l’Ohana Meetup?

Ohana Meetup 2022 - Copertina

L’Ohana Meetup è un abilitatore dell’ecosistema per l’intera tribù di professionisti, rivoluzionari, agenti del cambiamento, persone appassionate che vogliono far evolvere il mondo (del lavoro)”. Questo è quello che puoi leggere sul sito ufficiale dell’evento.

Per esperienza personale ti posso dire che l’Ohana Meetup è un incontro di due giorni che permette a tutti i partecipanti di discutere in modo totalmente libero e appassionato del futuro del mondo del lavoro.

Se pensi quindi di essere un vero e proprio agente del cambiamento, durante l’Ohana avrai modo di incontrare tanti che come te desiderano e lavorano affinché ciò avvenga. E non ci sono limiti di professioni (essere interessatə all’argomento basta) o di preparazione. Per capire l’atmosfera è necessario esserci, ma dare un’occhiata al video della passata stagione può aiutare.

Come partecipare all’Ohana Meetup?

Oltre alla tradizionale della scelta del luogo in base alla provenienza dei partecipanti, l’Ohana Meetup ha da sempre due tipi di biglietti: uno per chi è sicurə di volerci essere e l’altro per chi ci sta pensando, ma non vuole comunque perdere l’opportunità di partecipare.

  • Biglietto Ohana Party 80€ + IVA

Il biglietto “Ohana Party” ti dà la possibilità di accedere all’intero evento. Occhio che le vendite terminano il 15 maggio 22.

  • Biglietto Ohana Supporter 10€ + IVA

Il ticket “Ohana Supporter” ti consente di supportare l’evento anche se non puoi essere presente. Se però in seguito dovessi liberarti e decidi di partecipare, puoi cambiare il tuo biglietto in uno “Ohana Party” tra il 16 e il 31 maggio 2022.

Ohana Meetup 2022 - Partecipanti ed 21

L’Ohana Meetup è un evento internazionale e si svolgerà in lingua inglese. È promosso da Cocoon Pro, azienda specializzata nell’evoluzione del mondo del lavoro. Uno dei founder, Stelio Verzera, è stato spesso ospite di Start Me Up. 

Se vuoi saperne di più, visita il sito ufficiale dell’evento.

Perché un libro di storia può stare dentro la biblioteca di Start Me Up

Nella biblioteca di Start Me Up questo mese mettiamo il libro Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond. Un libro che – come potete facilmente intuire – non è un manuale pratico su una qualche tecnica di marketing. È piuttosto un ottimo spunto per pensare a come si muove l’innovazione e un buon motivo per contrastare una qualsiasi teoria di supremazia di questo o quell’altro popolo. Un argomento che affidare al caso sarebbe troppo semplice e sbagliato se lo dovessimo considerare nella sua totalità. Certamente il caso ha giocato il suo ruolo, ma non è stato il solo e non è stato quello più determinante.

La domanda di partenza è piuttosto semplice: perché alcuni popoli hanno sentito l’esigenza di partire e conquistare altre terre e altri no? Quali sono state le condizioni che li hanno spinti a operare in questo modo? Da questa considerazione l’autore conduce il lettore in un viaggio ricco di spiegazioni scientifiche e storiche, ricco di aneddoti e curiosità che ci aiutano a capire il perché la storia abbia preso il corso che conosciamo.

I punti salienti sono proprio nelle tre parole del titolo: Armi, acciaio e malattie. Sono i tre elementi chiave che stanno alla base del successo o dell’insuccesso di una particolare popolazione. Siamo chiari, non solo elementi che spesso i popoli hanno controllato, ma che in un modo o in un altro ne hanno favorito le sorti.

Ma quindi che c’entra un libro di storia con Start Me Up?

copertina libro di Diamond (storia)Beh, innanzitutto c’è da dire che questo libro nasce da una ricerca fatta con metodi nuovi per il campo in cui opera. Jared Diamond ha spiegato la storia applicando principi scientifici e ponendosi domande più generiche. Attività che si discostano dal metodo classico degli storici abituati allo studio dettagliato di un particolare popolo in un particolare periodo (lo ha raccontato lui stesso in una intervista a Corriere Innovazione). Un metodo che ha portato i suoi frutti visto che la prima edizione del libro ha vinto il Premio Pulitzer e ha trasformato Jared Diamond in una specie di dio con un seguito osannante.

E poi perché Armi, acciaio e malattie permette di scoprire come le tecnologie si siano diffuse nel mondo, cosa le ha generate, perché proprio in quel momento e perché proprio lì. Ci aiuta perciò a capire quali siano i fattori vincenti da un punto di vista evolutivo e sociale. Siamo chiari, mica vogliamo da domani conquistare chissà cosa, ma sono nozioni utili per comprendere quali siano gli elementi essenziali su cui costruire qualcosa dentro un ecosistema esistente e i meccanismi che li governano. Un esempio? Pensate al cosiddetto Principio di Anna Karenina che l’autore descrive nel nono capitolo: è stato ripreso dal fondatore di Paypal Peter Thiel, per spiegare l’unicità delle aziende che arrivano al successo a fronte di una certa somiglianza degli errori commessi da quelle che invece non ce la fanno.

Questo è quello che per noi si dice: aprire la mente. E Armi, acciaio e malattie fa proprio questo: ti apre la mente. Quale altro motivo serve per volere questo libro nella biblioteca di Start Me Up?

Foto di copertina Nick Fewings via Unsplash

Enry’s Theory: una guida per fare impresa nell’incertezza del contesto.

Tra le definizioni che ritengo più calzanti nel descrivere cosa sia una startup c’è quella di Eric Rise. Secondo l’autore di The Lean Startup una startup è: “Un’organizzazione impegnata a costruire qualcosa di nuovo, in condizioni di estrema incertezza”.

La parte che trovo più interessante è l’ultima, quel “in condizioni di estrema incertezza” che dà, a mio avviso, la cifra di quanto il mondo di chi fa impresa sia dinamico, sfidante e pieno di dubbi.

È il mondo in cui si muove Enry’s Theory – Teoria, modelli e metodi per la gestione dell’economia liquida (nell’Era dell’Acquario). Scritto da Luigi Valerio Rinaldi, questo libro sintetizza l’esperienza che il fondatore di Enry’s Island ha vissuto seguendo numerose startup.

Naturalmente non siamo davanti a un memoir, bensì a un manuale che fissa nero su bianco la Enry’s Theory.

Rendere il proprio business “aderente al cambiamento” di paradigma.

La Enry’s Theory è la teoria – appunto – creata per “definire in maniera innovativa, efficace ed efficiente i fattori necessari per la creazione di valore economico e finanziario, assumendo una prospettiva adeguata al contesto attuale, che è quello di una economia liquida”.

L’economia liquida è quella caratterizzata da un’enorme volatilità degli elementi e degli attori coinvolti, un contesto in cui le connessioni sono tante e non sempre durature. È un tipo di economia che impone a chi ci lavora di non potersi preoccupare solo degli aspetti meramente materiali: chi oggi si appresta ad avviare una nuova impresa sa che l’aspetto economico (per citare il più banale) è solo uno dei fattori da tenere sott’occhio.

Ma Enry’s Theory non si limita a mettere in guardia l’imprenditore dal tenere conto di questi aspetti. Fornisce piuttosto un metodo per prevedere e misurare tutte le componenti, anche quelle considerate intangibili, per “rendere aderente il proprio business con gli attuali cambiamenti di paradigma”.

Le parti della Enry’s Theory

Muovendosi in questo contesto “liquido”, la Enry’s Theory si basa sul cosiddetto Enry’s Model, che a sua volta poggia su due paradigmi: quello degli asset e quello delle attività. Il primo fa riferimento agli elementi materiali e immateriali che concorrono alla creazione di valore, mentre il secondo si concentra sulle attività che ogni impresa è chiamata a fare per raggiungere i propri obiettivi.
Ogni evento legato al business verrà quindi analizzato utilizzando questi due paradigmi.

Attraverso poi il cosiddetto Enry’s Assessment sarà possibile valutare le performance di ogni attore coinvolto. Mentre grazie alla Enry’s Evaluation sarà possibile stabilire il valore economico-finanziario dell’azienda.

Da questi brevi cenni è facile intuire la portata del modello presentato da Rinaldi all’interno del suo libro. Ma soprattutto la sua totale contemporaneità del contesto in cui si muove. Questo è l’elemento di forza della Enry’s Theory, l’elemento che promette di guidare, nell’incertezza del contesto, chi vuole fare impresa.

Recensione scritta su invito dell’ufficio stampa di Enry’s Island che ha spedito una copia del volume presso i nostri uffici.

Tre domande sulla empathy map (e relative risposte).

Per creare un prodotto o un servizio che abbia successo non dobbiamo concentrarci sul prodotto o il servizio, bensì sugli utenti. È un mantra che chi frequenta questo blog e ascolta il podcast dovrebbe conoscere bene.

Ci sono una serie di metodologie che ci permettono di immaginare chi sono le persone che potranno usare il nostro servizio/prodotto: tra queste, la empathy map, occupa un posto particolare.

La empathy map è lo strumento che permette a chi produce un prodotto/servizio di immaginare le sensazioni provate dal consumatore finale quando interagisce con esso. È stato creato da David Grey con lo scopo di identificare le sensazioni negative e positive dell’utente, permettendo così al produttore di poter minimizzare i primi ed esaltare i secondi.

ATTENZIONE! Molti confondono la empathy map con le buyer personas. In realtà i due strumenti sono complementari. Perché se le personas aiutano chi progetta prodotti/servizi a tenere a mente un determinato target, attraverso le empathy map si possono intuire i pensieri di queste persone e comprendere le loro emozioni.

Come? Vediamolo insieme!

Cosa è la empathy map?

Online è possibile trovare numerose definizioni della empathy map. Quella che credo sia più calzante è di Lindsay Munro, del team Adobe. Lei scrive (la traduzione è mia):

“La empathy map è uno strumento di visualizzazione usato per fissare su carta ciò che un team che si occupa dello sviluppo di un prodotto conosce di un utente.
Questo strumento aiuta il suddetto team ad avere una comprensione maggiore dei motivi che stanno dietro ai bisogni e ai desideri degli utenti.

Grazie alla empathy map, chi progetta, sposta la propria attenzione dal prodotto che si intende creare ai bisogni reali delle persone che useranno quel prodotto. Questo tipo di approccio può essere definito design empatico.

L’azione di mettere tutte queste informazioni all’interno di uno schema, permette a chi si occupa dello sviluppo del prodotto di avere una visione più olistica del mondo dell’utente e dei suoi problemi, identificando così le possibili opportunità da cogliere.”

Perché si usa la empathy map?

Lo scopo principale di una empathy map è quindi avere una comprensione maggiore delle persone con cui il prodotto o servizio che proponiamo interagiscono, i cosiddetti stakeholder. Il gioco permette di immaginarli all’interno di un contesto specifico (ad esempio quando acquistano il nostro prodotto o quando provano un nostro servizio) e aiuta così a immaginare quali sentimenti potrebbero provare.

Naturalmente il livello di empatia che può essere raggiunto grazie a questo strumento dipende da come viene utilizzato. Lo spiega il creatore di questa mappa, Dave Gray, secondo il quale una sessione di empathy map non dovrebbe durare più di 20 minuti. Questo presuppone che il team che vuole usare questo strumento, abbia una buona conoscenza del target e dei processi che intende esaminare.

In più la empathy map serve anche ad allineare tutto il team su una stessa idea di utente. Sembra un aspetto banale ma spesso alcuni problemi nascono proprio da una diversa concezione che i membri di uno stesso team hanno del target del prodotto.

Come si usa la empathy map?

Per capire come usare in concreto la empathy map facciamoci guidare ancora una volta dal suo ideatore e da ciò che ha scritto su Medium all’indomani di un aggiornamento della empathy map.

Empathy Map canvasClicca sull’immagine per scaricare il pdf della emapthy map

Si inizia in alto a sinistra dalla sezione Goal: qui andrà indicato il soggetto al centro della nostra analisi e una situazione specifica che andremo ad analizzare. ATTENZIONE! La situazione da analizzare deve essere “osservabile”.

Una volta stabiliti i punti 1 e 2 si lavora sugli altri quadranti procedendo in senso orario. Si registrano così i comportamenti esterni (cosa vedono, cosa dicono, ecc…) e solo dopo averli fissati sulla mappa si passa a ciò che c’è dentro la testa della persona.

Qui si inserisce ciò che l’utente prova, lasciandosi guidare naturalmente da tutti gli elementi elencati in precedenza. Questa è la fase più importante di tutto il processo.

La grande testa al centro è uno degli aspetti più importanti del design della mappa. – scrive Dave Gray – Infatti quando abbiamo iniziato a idearlo chiamavamo questo esercizio “La grande testa” perché l’idea di base era di immaginare com’è essere dentro la testa di qualcun altro”.

Come già scritto, per compilare a dovere una empathy map è necessario aver studiato in precedenza il target. Sarah Gibbons, chief designer di NNgroup, consiglia cinque azioni da compiere prima di mettersi davanti a questo strumento.

  • La prima cosa da fare è ovviamente definire il proprio obiettivo e cosa si intende scoprire, andando così a definire quale utente e quale situazione si andrà ad analizzare.
  • È poi importante trovare tutti quei materiali che possano essere utili nella compilazione della empathy map. Nel video Gibbons parla proprio di recuperare una copia della mappa, i post-it (nel caso in cui la sessione si dovesse svolgere dal vivo) oppure organizzare l’evento attraverso tool online come Mural, Miro o una Jamboard di Google.
  • A questo punto non resta che iniziare la ricerca. È necessario in questa fase condurre interviste con i diretti interessati, organizzare sessioni di osservazione diretta dei comportamenti e raccogliere tutti questi dati in modo da avere una prima idea del campo in cui intendiamo muoverci.
  • Secondo Gibbons, arrivati a questo punto, ogni membro del team dovrà in autonomia costruire una prima ipotesi su come riempire gli spazi della empathy map e successivamente esporla agli altri membri del team.
  • Infine, a questa fase divergente ne seguirà una convergente, durante la quale il team verrà a capo della soluzione finale.

Per saperne di più sulla empathy map

Per scrivere questa breve guida sulla empathy map ho consultato:

Foto di copertina UX Indonesia via Unsplash .

Fare startup nel settore salute imparando dai più bravi: 3 storie di successo.

Pubblichiamo con piacere l’articolo scritto da Elena Cicardo sul ciclo “Fare Startup nel settore salute”, che avevamo annunciato qui.

Come fa un’idea nata in un laboratorio di ricerca a diventare una startup di successo in ambito internazionale? Quali sono gli errori assolutamente da evitare? E quali gli elementi chiave che permettono di attrarre gli investitori?

Chiunque stia pensando di mettere in piedi un progetto imprenditoriale vorrebbe avere delle dritte, soprattutto se il settore che si vuole innovare è particolarmente complesso come quello dell’Healthcare che presenta grosse barriere all’entrata, un time to market molto lungo e iter regolamentari complessi, per esempio per ottenere le certificazioni dei dispositivi medici.

Per questo il Consorzio ARCA, l’Incubatore d’Imprese dell’Università degli Studi di Palermo, insieme a EIT Health, la rete dell’Istituto Europeo di Innovazione e Tecnologia (EIT) dedicata al settore sanitario, ha organizzato un ciclo di tre incontri online dal titolo “Fare startup nel settore salute: buone pratiche e storie di successo”, moderati da Fabio Bruno, conduttore del podcast Start Me Up, in occasione dei quali è stato possibile dialogare direttamente con alcuni imprenditori che ce l’hanno fatta, così da conoscere le difficoltà che hanno dovuto affrontare e le strategie individuate per superarle.

Le tre storie di successo di startup nel settore salute

Il primo appuntamento ha avuto come protagonista Ivan Porro che con la sua startup SurgiQ ha dato vita a una piattaforma software basata sull’intelligenza artificiale che supporta gli ospedali pubblici e privati con l’ottimizzazione delle risorse e l’automazione della programmazione dei trattamenti chirurgici e fisioterapici. SurgiQ ha ricevuto già 4 round di investimenti. L’ultimo, da 410mila euro, è dell’anno scorso in piena pandemia e ha dentro Gruppo Cassa Depositi e Prestiti venture capital.

È stata poi la volta del giovane imprenditore Alessandro Monterosso, uno dei 100 top manager italiani per Forbes. La sua startup PatchAI si propone di migliorare la ricerca clinica, e adesso anche la pratica clinica standard, attraverso un assistente virtuale empatico che coinvolge il paziente e raccoglie i dati conversazionali in tempo reale. Nel 2020 PatchAI si è aggiudicata la competizione EIT Health “Catapult”, a gennaio del 2021 ha chiuso un round da 1,7 milioni di euro e a novembre è stata acquisita da Alira Health, colosso americano della sanità.

La terza storia di successo è stata quella della startup palermitana Restorative Neurotechnologies, raccontata dalla sua co-founder Agnese Di Garbo. Il suo team, guidato da Massimiliano Oliveri, medico neurologo e professore ordinario di Neuroscienze Cognitive, dopo 20 anni di ricerca accademica ha progettato le “Mindlenses”, delle lenti prismatiche affiancate da un’app di serious games che stimolano le funzioni cognitive, l’attenzione, la memoria o il linguaggio. Lo scorso anno sono state giudicate come lo strumento più innovativo e completo nel panorama europeo in ambito medicale e hanno ricevuto un investimento da un milione di euro.

Gli elementi chiave di una startup di successo

«Con questo ciclo di incontri abbiamo voluto raccontare storie di successo in modo onesto, senza nascondere le criticità – Spiega Monica Guizzardi, responsabile comunicazione del Consorzio Arca – Per una startup del settore della salute, dal biomedicale al farmaceutico ai servizi alla persona, il percorso che dall’intuizione porta all’immissione sul mercato del prodotto validato è più lungo e tortuoso rispetto ad altri settori, perché spesso si tratta di idee che valorizzano risultati che vengono dalla ricerca, ci sono di mezzo brevetti, servono certificazioni che sono molto complesse da ottenere. Per questo ascoltare le difficoltà incontrate, gli errori commessi e le lezioni imparate da chi ce l’ha fatta crediamo sia importantissimo e possa servire da ispirazione a chi vuole mettere in piedi una startup innovativa».

Dalle storie di successo infatti sono emerse delle costanti, degli elementi chiave ricorrenti utili per chi vuole fare impresa.

Il team è l’elemento più importante. E chi investe ne tiene conto ancor di più dell’idea stessa. Se il team funziona, è eterogeneo e unito può anche aver sbagliato completamente la proposta iniziale di prodotto o segmento di mercato. Guidato arriverà comunque a ottimi risultati.

Gli investitori non sono solo denaro. Vanno scelti bene, non solo per la loro capacità economica ma anche per i loro valori, per il network che hanno alle spalle e quindi per le relazioni che sono in grado di attivare.

Ascoltare clienti, investitori e mercato. Non si deve pensare solo alla propria tecnologia e a come questa migliorerà il mondo ma stare in ascolto, perché altrimenti si rischia di progettare una soluzione perfetta per un problema che non esiste.

Tenere salde la vision e la mission aziendale. A volte può essere necessario orientarsi meglio rispetto ai bisogni del mercato ma non si deve perdere l’obiettivo iniziale. Significa, come il pivot nel basket, fare sì uno spostamento ma mantenendo uno dei due piedi ben saldo a terra.

Non sottovalutare la comunicazione. È importante comunicare in modo semplice ed efficace con contenuti specifici e molto targhettizzati a seconda degli interlocutori.

Imparare a delegare. Soprattutto nel caso di spin-off universitari, con team composti da ricercatori, il processo di delega sugli aspetti di business può essere fondamentale per crescere.

Fare parte di una rete. Entrare nell’ecosistema giusto, fatto di eventi, competition, momenti di formazione, è vitale per una startup, per raggiungere delle milestones nel proprio percorso di crescita internazionale.

Accedere a un network come EIT Health, che non a caso è stato fondamentale per il successo delle tre startup raccontate, significa poter dialogare con persone che conoscono esattamente le criticità del settore di riferimento, e beneficiare di supporto e servizi ad alto valore aggiunto che permettono all’innovazione di fiorire.

Perché chi ha un’idea d’impresa dovrebbe leggere “Da cosa nasce cosa”

Non so quando o perché ho deciso di inserire Da cosa nasce cosa di Bruno Munari nella mia lista pubblica di libri da leggere. Forse ne ho letto un estratto da qualche parte e avevo deciso che doveva rientrare nella mia biblioteca personale. L’incoscienza a volte ci azzecca e nonostante io non sia un designer questo libro mi ha divertito e per certi versi l’ho trovato utile per il mio lavoro.

Un libro sulla creatività

copertina libro Munari Da cosa nasce cosaSe ho deciso di parlare di Da cosa nasce cosa di Bruno Munari per dare il via alla rubrica sui libri di Start Me Up è perché questo è un libro sulla creatività. Vuoi poi per la scrittura leggera, vuoi per la semplicità delle argomentazioni Da cosa nasce cosa è a mio avviso un must per chi risolve problemi per lavoro. L’intento di Munari è quello di insegnare le basi della progettazione di cose alla portata di tutti, che risolvono problemi reali. Perché “se si impara a risolvere piccoli problemi si può pensare di risolvere poi problemi più grandi.” Munari spiega tutto in maniera lineare e attraverso modelli molto semplici. Su tutti, lo schema di risoluzione di un problema a mio avviso andrebbe appeso sul muro di ogni agenzia che progetta soluzioni per qualsiasi tipo di cliente.

La regola fondamentale che sta dietro ogni progetto: semplificare.

C’è anche un paragrafo dedicato all’importanza di semplificare. “Semplificare è un lavoro molto difficile e richiede molta creatività. Complicare è molto più facile”. Ora quanti di voi hanno progettato una app o un servizio, pensandoci di farci una startup, mettendoci dentro decine di funzioni? E adesso, pensate a quante cose o servizi usate proprio perché sono semplici da utilizzare? E, attenzione se non siamo capaci di capire quanto difficile sia semplificare è perché, per natura, è difficile quantificare il lavoro progettuale che c’è dietro a un oggetto o servizio che funziona bene. Sarà capitato a tutti, davanti a un nuovo oggetto che fa qualcosa di semplice esclamare: “Ma questo lo sapevo fare anche io”. La risposta migliore la dà Munari:

“quando qualcuno dice
questo lo so fare anch’io
vuol dire
che lo sa rifare
altrimenti lo avrebbe
già fatto prima”.

E qui capite quanto la novità rappresenti, almeno per alcuni campi, un reale vantaggio competitivo.

citazione da cosa nasce cosa - Bruno Munari

Anche se nasce per designer, Da cosa nasce cosa è perfetto per chi ha un’idea e vuole farci un’impresa. Il testo giusto, che ti induce a dubitare delle cose giuste e a porti le domande corrette. Servono altri motivi per pensare di doverlo leggere?

foto di copertina Chris Benson, via Unsplash

Quali e dove sono gli incubatori certificati al Sud Italia?

Gli incubatori certificati sono una parte importante dell’ecosistema italiano delle startup. Ci sono (almeno sulla carta) sette incubatori certificati al Sud Italia: sapere quali sono e dove si trovano è un buon modo per capire se e come interagire con alcuni di essi.

Stabiliti per decreto legge, gli incubatori certificati sono spesso oggetto di critiche perché accusati (a torto o a ragione) di non dare il contributo che dovrebbero all’ecosistema italiano in termini di innovazione.

Naturalmente generalizzare non fa mai bene e in questo articolo ci limiteremo a fornire informazioni su cosa sono gli incubatori certificati, perché potrebbero essere utili per la tua prossima idea di impresa e indicarti le regioni del Sud Italia dove sono presenti.

Cosa sono gli incubatori certificati

Gli incubatori certificati nascono nell’autunno 2012 quando il Governo Italiano ha deciso di supportare quelle aziende che avevano (e avrebbero) fornito un aiuto allo sviluppo delle startup innovative attraverso un riconoscimento giuridico e una serie di agevolazioni.

È possibile trovare la definizione di incubatore certificato nell’articolo 25, comma 5, del Decreto Legge n. 179:

“…l’incubatore di startup innovative certificato, di seguito «incubatore certificato» è una società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, di diritto italiano ovvero una Societas Europaea, residente in Italia ai sensi dell’articolo 73 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, che offre servizi per sostenere la nascita e lo sviluppo di startup innovative”.

Sempre nello stesso decreto sono indicati i requisiti che un’azienda deve possedere per poter essere riconosciuta come incubatore certificato.

Le aziende devono, ad esempio, disporre di “strutture, anche immobiliari, adeguate ad accogliere startup innovative, quali spazi riservati per poter installare attrezzature di prova, test, verifica o ricerca” con locali adeguatamente attrezzati per effettuare dei test o prototipi e ovviamente con accesso alla rete internet.

Oltre a quelli strettamente strutturali, le aziende devono possedere altri requisiti: come ad esempio avere un’amministrazione o direzione composta da “persone di riconosciuta competenza in materia di impresa e innovazione”, devono avere regolari rapporti con enti di ricerca e devono dimostrare di aver avuto già esperienza nel campo delle startup innovative.

I vantaggi offerti da un incubatore certificato

Ok, ma perché un incubatore dovrebbe essere “certificato”? Il riconoscimento di questo status permette all’azienda che lo ottiene una serie di vantaggi, amministrativi e fiscali.

Per esempio gli incubatori certificati possono beneficiare di un intervento semplificato, gratuito e diretto del Fondo di Garanzia per le Piccole e Medie Imprese. Si tratta di un fondo a capitale pubblico che facilita l’accesso al credito attraverso la concessione di garanzie sui prestiti bancari. La garanzia può coprire fino allo 80% del credito erogato dalla banca alle startup innovative e agli incubatori certificati, fino a un massimo di 2,5 milioni di euro.

Inoltre gli incubatori certificati sono esentati per i primi cinque anni di attività dal pagamento dell’imposta di bollo e dei diritti di segreteria dovuti per gli adempimenti relativi alle iscrizioni nel Registro delle Imprese. In più non sono tenuti a pagare il cosiddetto diritto annuale dovuto in favore delle camere di commercio.

Gli incubatori certificati hanno inoltre la possibilità di utilizzare strumenti di partecipazione al capitale sociale, le cosiddette stock option, e possono retribuire i propri collaboratori con sistemi di work for equity.

Infine, viene garantito agli incubatori certificati un accesso prioritario al programma Italia Startup Visa: le candidature al visto per lavoro autonomo provenienti da cittadini non UE che intendono avviare una startup innovativa in Italia mediante il sostegno di un incubatore certificato godono di un canale ulteriormente semplificato rispetto a quello già ordinariamente previsto nell’ambito del programma ISV.

Per conoscere il dettaglio di tutte le agevolazioni riservate agli incubatori certificati rimandiamo al sito del Ministero dello Sviluppo Economico.

Quali sono gli incubatori certificati al Sud Italia

Non tutte le regioni del Sud Italia hanno un incubatore certificato. In Campania e Sardegna ce ne  sono due per regione e queste aziende hanno la sede in due città diverse. Il resto delle regioni del Sud Italia ha un solo incubatore certificato ad esclusione della Sicilia dove, ad oggi, non risulta nessun ente di questo tipo.

Di seguito l’elenco dei singoli incubatori*:

Basilicata

Calabria

Campania

Puglia

Sardegna

*Dati estrapolati dall’elenco presente su https://startup.registroimprese.it.

Immagine di copertina di Tyler Franta via Unsplash.

Cerchi lavoro in una startup? Queste sono le offerte di Novembre

Siamo andati alla ricerca dei principali annunci pubblicati online nelle ultime settimane. Sono posizioni di lavoro in startup e non solo che spaziano dalla programmazione al marketing. Molte aziende richiedono la presenza, mentre per altre è possibile lavorare da dove si è. Vediamo le offerte in dettaglio.

Se sei una startup e vuoi allargare il tuo team, faccelo sapere e saremo lieti di inserire il tuo annuncio nel prossimo numero di Bacheca.

Boom

BOOM - lavoro in startup

BOOM è una startup che ha creato una piattaforma automatizzata end-to-end per produrre e gestire risorse visive in tutto il mondo.

Cosa cerca? Brand Specialist

Dove? Lavoro da remoto (in Europa)

Per saperne di più: Annuncio su LinkedIn.

Solenica

Solenica - lavoro in startup

Solenica è una startup focalizzata sulla sostenibilità e il benessere. L’ambizione più grande del team di Solenica è creare una nuova categoria nell’industria globale dell’illuminazione di consumo. Il loro prodotto di punta, Caia, è un eliostato residenziale dal bellissimo design che permette alle persone di reindirizzare la luce solare negli spazi interni.

Cosa cerca? Marketing Executive

Dove? Remoto

Per saperne di più: Annuncio su LinkedIn.

Startup Geeks

Startup Geeks - lavoro in startup

Startup Geeks è una startup con un obiettivo ben chiaro in testa: supportare ogni giorno persone che, come noi, vivono di innovazione.

Cosa cerca? Innovation Project Lead

Dove? Remoto

Per saperne di più: Annuncio su LinkedIn.

2Hire

2hire - lavoro in startup

2Hire è la startup che ha creato il primo sistema di scooter sharing elettrico a Roma, al momento attivo solo per gli studenti LUISS Guido Carli.

Cosa cerca? Product Manager, Car Hacker, Electronic Engineer, Frontend and Backend Developer

Dove? Roma/Milano/Remoto

Per saperne di più: Annunci di lavoro sul loro sito.

Progetto Rena

Progetto Rena - lavoro in startup

RENA è un laboratorio di protagonismo civico, un’associazione formata da persone di tutta Italia che credono nell’importanza di lavorare sulle condizioni che “danno forma alla società”. Persone che vogliono un Paese aperto a sperimentare politiche innovative, in cui le soluzioni ai problemi siano formulate e gestite in modo più collaborativo e trasparente, nel quale gli attori pubblici e privati si sentano responsabili delle proprie azioni verso la collettività.

Cosa cerca? Project Manager

Dove? Remoto

Per saperne di più: Leggi la descrizione della posizione.

Kyso (Spagna)

Kyso - lavoro in startup

La mission di Kyso è quella di costruire la migliore piattaforma per le aziende e i team di ricerca per condividere e discutere i rapporti di analisi dei dati. Il loro punto forte è la capacità di presentare i report tecnici in modo che siano compresi anche da un pubblico che non ha dimestichezza coi dati.

Cosa cerca? DevOps/Self-hosted Engineer

Dove? Remoto in Europa/Spagna

Per saperne di più: Annunci di lavoro sul loro sito.

Foto di copertina Eric Prouzet on Unsplash.

TEDx: una miniguida e un elenco delle edizioni del Sud Italia.

Il TEDx è un’iniziativa creata a livello locale, che ricalca lo spirito del TED: come la manifestazione americana anche i TEDx vanno alla ricerca di quelle “idee che vale la pena diffondere”.

Forse stiamo andando troppo veloce. Ok, facciamo un passo indietro.

Cosa è il TED (senza la “x” finale!!!)

Foto TED talk

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Il TED è un acronimo che sta per Technology Entertainment Design (Tecnologia, Intrattenimento e Design). Dietro questa sigla vengono raccolte una serie di conferenze, chiamate anche TED talks, gestite dall’organizzazione privata non-profit statunitense Sapling Foundation.

TED è nato nel febbraio 1984 come evento singolo e dal 1990 si è trasformato in una conferenza annuale. Come è facile intuire, all’inizio gli interventi erano dedicati a tecnologia e design, (è pur sempre un evento che nasce dentro la Silicon Valley). In seguito la manifestazione ha esteso il suo raggio di competenza al mondo scientifico, culturale e accademico.

Durante un evento TED si susseguono una serie di speaker. Ognuno ha un certo periodo di tempo (solitamente ogni intervento dura meno di 20 minuti) per raccontare il proprio progetto relativo a una “idea che vale la pena diffondere”. La struttura dell’intervento e la scenografia in cui l’oratore è inserito seguono delle linee guida specifiche.

Vista l’esclusività degli eventi TED (partecipare tra il pubblico è relativamente costoso) e l’enorme successo che questo format ha registrato nel tempo, gli organizzatori hanno deciso di dare la possibilità a gruppi locali di organizzare degli eventi nel luogo in cui vivono. Questi eventi prendono il nome di TEDx e, ogni anno, se ne svolgono in ogni parte del mondo almeno 3000, come dichiarato sul sito ted.com.

Cosa è il TEDx (con la “x” finale)

tedx sala

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I TEDx sono perciò degli eventi organizzati da individui appassionati che vanno alla ricerca di scoperte e ricerche che abbiano avuto un impatto all’interno della propria comunità. I TEDx offrono la possibilità a queste persone di amplificare queste idee e condividerle dal vivo durante un evento specifico e poi online, attraverso la condivisione delle registrazioni delle singole conferenze.

Gli eventi TEDx sono organizzati in modo indipendente sotto una licenza gratuita concessa da TED. Questo significa che questi eventi non sono controllati direttamente da TED, ma gli organizzatori accettano di rispettare il format e ricevono istruzioni precise per quanto riguarda l’allestimento della sala, il modo in cui i relatori dovranno raccontare la propria esperienza e in generale, come gestire l’intera organizzazione dell’evento.

Solitamente i TEDx hanno il limite di 100 persone. Solo chi nel team ha qualcuno che ha partecipato a un evento TED ufficiale ha la possibilità di organizzare un evento con un pubblico superiore a quella cifra.

Chi organizza un TEDx e come vengono scelti gli speaker

Il primo passo di chi decide di organizzare un TEDx è quello di chiedere la licenza attraverso il form online. L’evento nasce per identificarsi come comunità, per questo motivo la richiesta deve essere fatta da una singola persona che rappresenti un gruppo il più possibile eterogeneo. Gli organizzatori si impegnano a lavorare gratuitamente e l’evento dovrà essere sostenuto attraverso sponsor e il denaro ricavato dalla vendita dei biglietti.

In virtù di questo spirito “identitario” il nome dell’evento non prende mai quello della città in cui si svolge, ad eccezione di quegli appuntamenti riservati a più di 100 partecipanti. Le linee guida consigliano di riferirsi a un quartiere o a un elemento che identifica quella comunità proprio per accentuare questo aspetto.

tedx team

foto, via.

Ogni gruppo organizzatore sceglie liberamente i relatori, solitamente lasciandosi guidare da un tema specifico che ogni edizione ha. Le linee guida generali mettono dei paletti sulla scelta degli speaker: sono ad esempio da evitare interventi che pubblicizzano apertamente libri o servizi realizzati dagli oratori, oppure sono vietati tutti quegli argomenti che le linee guida identificano come “bad science”; quelle ricerche cioè non supportate da dati scientifici, o da dati poco trasparenti.
Il tutto è demandato alla sensibilità degli organizzatori locali che devono tenere a mente che lo spirito di un evento TEDx è quello di stimolare il dibattito e spingere a pensare fuori dagli schemi, non mettere persone l’una contro le altre.

Come si scrive e si pronuncia TEDx

TEDx si scrive con le prime tre lettere maiuscole e la “x” minuscola (sarebbe da mettere in apice). A questa sigla segue il nome del posto in cui l’evento è organizzato che si scrive tutto attaccato, ad esempio TEDxCapoPeloro o TEDXGiardinodellaMinerva.
La “x” può essere pronunciata in italiano “ics” o in inglese “ex”. A voi la scelta.

Cosa si fa durante un TEDx e perché si dovrebbe partecipare almeno una volta nella vita

Chi decide di partecipare a un evento TEDx dovrà perciò aspettarsi degli interventi dal vivo (senza la possibilità di poter rivolgere domande agli oratori) e tra un intervento e l’altro avrà la possibilità di vedere anche video di interventi passati, selezionati dall’archivio TED (è tutto materiale che viene rilasciato in Creative Commons). Gli interventi sono spesso intervallati anche da coffee-break in cui è possibile confrontarsi con i presenti e i relatori stessi.
In generale, è un’esperienza che consigliamo a chiunque stia leggendo questo articolo. Una scusa per sapere cosa si muove nel territorio in cui si vive e fare nuove conoscenze.

Quali e quanti sono i TEDx al Sud Italia

Ogni TEDx è frutto di organizzazioni locali e le licenze vengono concesse di anno in anno. Pertanto è possibile che qualche edizione locale non sia più attiva. In questo elenco, trovate i TEDx citati sul sito ufficiale ted.com. Ne manca qualcuno? Fatecelo sapere!

La mappa dei tedx al Sud Italia

Molise

Campania

Basilicata

Puglia

Calabria

Sicilia

Sardegna

Foto di copertina, via.