L’evoluzione del delivery, tra rider, ambiente e piccoli centri



Tra tutti i lavori sicuramente il settore del delivery è quello che è diventato sempre più centrale nella vita del nostro Paese. Un settore che prima del lockdown aveva mostrato qualche ombra che come è facile immaginare la crisi non ha fatto altro che accentuare.

la dichiarazione di Giovanni di Socialfood su Delivery

In questo podcast ho cercato di vedere gli aspetti che mi sembrano centrali nella questione delivery: i cambiamenti del settore, la condizione dei lavoratori e altre due questioni che non sono certo da meno. Quella territoriale e quella ambientale. E cioè che ruolo giocano i piccoli centri nella partita del delivery? Quali sono le ricadute dal punto di vista della sostenibilità di questo lavoro che vede la strada come luogo di azione?

Se le prime due sono questioni spinose e in continua evoluzione, per le altre è interessante capire quali sono leopportunità per quelle realtà che già oggi stanno operando.

 


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Le voci di chi lavora nel mondo del delivery e lo sta cambiando

la dichiarazione di Valerio di Socialfood su DeliveryIn questo podcast sentirete le voci di chi lavora nel mondo del delivery e che da dentro lo sta cambiando.

Giovanni Imburgia di Socialfood e vice presidente di Assodelivery, essendo presente sul mercato dal 2013 ci aiuta a capire come è cambiato nel tempo il settore del delivery e ci fornisce anche interessanti prospettive su quello che sarà il post-pandemia. Lo stesso fa Valerio Chiacchio che con Alfonsino, startup casertana, ha scelto di concentrarsi sulle consegne di cibo nei piccoli centri, target difficilmente coperto dai grandi marchi.

Ma il mondo del delivery si porta dietro questioni complesse e tutt’ora in fase di definizione come le condizioni lavorative dei rider. Ho sentito Antonio Prisco del coordinamento rider della CGIL Nazionale che ci offre il punto di vista di chi, ogni giorno, è in strada per consegnare il cibo, rischiando spesso la vita.

la dichiarazione di Antonio di Socialfood su Delivery

Anche per questo motivo, Luca Simeone di Napoli Pedala, spinge per una transizione ecologica che riguardi il mestiere del rider. Per farlo, insieme alla  Direzione regionale Inail Campania e la NIdiL CGIL Nazionale ha istituito a Napoli “la casa del rider”, un luogo dedicato al ristoro, alla socializzazione e alla formazione dei fattori napoletani.

la dichiarazione di Luca di Socialfood su Delivery

Le esperienze di ciascun ospite a mio avviso ci possono aiutare a immaginare quella nuova normalità che dobbiamo costruire da ciò che viviamo adesso.


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Foto di copertina di Lucian Alexe on Unsplash

Il percorso aziendale come scoperta delle persone che ci circondano



Se parliamo di impresa non possiamo parlare delle persone. Sono sempre di più le metodologie che ci hanno abituato a mettere l’utente e i clienti al centro. Un ambito poco indagato è invece quello che le imprese “fanno” alle persone, soprattutto a quelle che decidono di portare avanti un progetto aziendale personale.

È questo il tema del nuovo appuntamento di Fallisci Meglio con Michele Bellocchi che fino a novembre 2019 ha portato avanti Sfreedo.


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La storia di Sfreedo

Sfreedo era un sistema messo in piedi da Michele che metteva in contatto una rete di commercianti e cittadini di Caserta: l’obiettivo era la lotta allo spreco alimentare e il sistema faceva in modo che tutti ci potessero guadagnare. Gli esercenti potevano vendere la merce prossima alla scadenza che rischiavano di buttare, i cittadini potevano acquistare quei prodotti a prezzi scontati. Un sistema ideato e creato da MIchele e che nella fase iniziale veniva gestito utilizzando Whatsapp.

Successivamente Sfreedo cresce, passando a una app proprietaria e il servizio raggiunge circa settemila persone in tutta Caserta. Una crescita che però inizia a mettere in evidenza alcune criticità che porteranno Michele a chiudere questa avventura alla fine del 2019.

Citazione di Michele di Sfreedo su Persone e Impresa

Sfreedo: un “colapasta” che ha fatto emergere il buono che c’è.

La storia di Sfreedo e di Michele mette in risalto gli effetti del percorso imprenditoriale su chi decide di creare qualcosa da zero. Nel caso di Michele poi è più evidente perché Michele ha deciso di creare Sfreedo non nella sua città natale, ma a Caserta, dove si era da poco trasferito. L’esperienza di Sfreedo ha permesso a Michele di conoscere una città più bella di quella che ad un primo sguardo si era immaginato. Questo progetto ha lavorato come un “colapasta” su di lui, facendo emergere tutto il buono presente nella sua nuova città. E una città è sempre fatta dalle persone che la abitano.


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Nel podcast vengono citati questi due articoli:

I prodotti bio dagli agricoltori ai consumatori: il Caso Studio è Biorfarm

Ha creato una vera e propria azienda agricola digitale che permette a chiunque lo desidera di ricevere i prodotti biologici direttamente dagli agricoltori. Lui è Osvaldo De Falco, che ha fondato, insieme a Giuseppe Cannavale, Biorfarm.

Biorfarm è il caso studio di Start Me Up di ottobre. Osvaldo De Falco ha raccontato ai sostenitori di Start Me Up come ha creato l’azienda che dà una mano agli agricoltori e permette a chiunque di avere prodotti bio sulla propria tavola. Dona almeno 15€ (più IVA) adesso e vedi l’appuntamento di ottobre.

Sostieni Start Me Up e vedi il “Casi Studio” con Osvaldo De Falco

La distribuzione basata sugli agricoltori e il consumatore finale dai numeri interessanti

Biorfarm ha registrato in questi anni numeri davvero interessanti. Grazie a una una campagna di crowdfunding nel 2018 l’azienda ha raccolto 30.000€, cifra che gli ha permesso di avere all’incirca 20 mila utenti attivi all’interno della propria piattaforma con un numero di alberi adottati pari circa a 15 mila. Nel 2019 questo bacino di utenza si è visto recapitare direttamente a casa oltre 100 tonnellate di frutta biologica, scelta tra le 70 varietà di prodotto presenti sulla piattaforma. Tutto ciò ha portato Biorfarm a dichiarare un fatturato pari a 340.000€ nel 2019*.

Perché fare impresa: esperienza personale e Minium viable product.

Osvaldo, partendo dalla sua storia, ha sottolineato alcuni aspetti utili del fare impresa. Un esempio è il modo in cui si decide di creare un nuovo prodotto o servizio. È fondamentale partire dall’ambito che si conosce meglio, o perché si è studiato o, come nel caso di Osvaldo, perché lo si frequenta da tempo. Biorfarm nasce perché Osvaldo si era reso conto dell’enorme difficoltà che l’azienda ortofrutticola del padre riscontrava nel vendere al giusto prezzo la propria merce.

Questa intuizione ha spinto Osvaldo a creare un e-commerce gestito interamente da lui: questo, a tutti gli effetti un Minimun Viable Product, ha permesso a Osvaldo di capire che la sua idea era valida e ha continuare a lavorare a Biorfarm. L’esperienza gli ha suggerito che il modello e-commerce non funzionava e così è arrivato alla soluzione di permettere agli utenti di adottare gli alberi.

Vedi l’episodio completo con Osvaldo di Biorfarm

Cosa fa Biorfarm

Biorfarm è la prima comunità Agricola digitale nata per rivoluzionare la relazione tra le persone ed il cibo che arriva sulla nostra tavola.
Fondata su due pilastri, i piccoli produttori e consumatori finali, la startup che ha sede in Calabria vuole far riscoprire il contatto con la natura, valorizzando la qualità e le tradizioni di piccoli agricoltori biologici garantendo allo stesso tempo la creazione di un sistema più sostenibile, dal punto di vista ambientale e sociale.

Cosa è Casi Studio?

Grazie a Casi Studio puoi scoprire le strategie che hanno permesso alle startup di successo di crescere. Mese dopo mese, i founder di alcune tra le migliori startup del Sud Italia raccontano ai membri della community di Start Me Up le mosse e le strategie che hanno permesso ai loro progetti di portare valore a sempre più persone.

Dona almeno 15€ (+ IVA): avrai accesso all’archivio dei Casi Studio passati.

Fai la tua donazione e accedi all’archivio di “Casi Studio”

*Fonte: themapreport.com

Foto di copertina: Scott Warman, via Unsplash

Pronti a un nuovo modo di bere cocktail?



Il mondo degli spirits, il mercato cioè che c’è dietro la creazione e il consumo di liquori, è uno di quelli più attivi al momento. In tanti hanno scoperto il piacere di bere cocktail realizzati con materie prime di qualità e sono sempre di più i bar e i locali dove è possibile gustare questo tipo di preparati. Ma c’è chi già immagina una fase successiva a questa. Un mercato dove gli appassionati potranno bere dei buoni cocktail anche in casa, senza per forza recarsi in un bar o in un locale. È quello su cui sta lavorando anche Giardini d’Amore, azienda che produce liquori di alta gamma che ha sede in Sicilia tra Messina e Catania. Insieme a Emanuela Russo e Katia Consentino raccontiamo la loro storia.


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Essere artigiani con stile

La citazione di Katia di Giardini d'Amore

Il desiderio dei tre founder di Giardini d’Amore – oltre Emanuela e Katia c’è anche Giuseppe Piccolo – era quello di realizzare dei liquori che riuscissero a racchiudere i profumi della Sicilia. Per questo motivo hanno preferito mantenere una certa artigianalità nella loro produzione. Del resto, il liquorificio che i tre hanno rilevato nel 2011 apparteneva a un artigiano che ha insegnato loro le tecniche per poter produrre i liquori. A questo, i tre hanno aggiunto una nota di stile e di mistero che ha dato un nuovo significato all’intera produzione.

Un percorso fatto di sfide vinte con grande soddisfazione

La citazione di Emanuela di Giardini d'AmoreLa storia di Giardini d’Amore è interessante per le numerose sfide che fino ad oggi i tre founder hanno superato. Un percorso che naturalmente non si è fermato e che anzi è sempre ricco di spunti per migliorare. In ballo c’è anche questo cambio culturale che i tre perseguono e ci raccontano nel podcast: permettere al consumatore di gustare un buon cocktail anche a casa. Una sfida – l’ennesima – che il mondo del vino e quello del cibo in generale hanno già vinto grazie a tanto lavoro sul campo e nel settore della comunicazione. Giardini d’Amore ha le carte in regola per giocare la propria partita o, forse sarebbe meglio dire, gli ingredienti giusti pronti per essere mescolati.


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La foto di copertina è di Louis Hansel @shotsoflouis via Unsplash

Per fare un albero ci vuole… una ricetta!

Speriamo che Sergio Endrigo ci perdoni ma non potevamo trovare titolo più azzeccato per questa nuova e bellissima iniziativa che Cookpad ha deciso di adottare.

Una ricetta, un albero!

Cookpad – la più grande community al mondo dedicata alla cucina di ogni giorno – ha deciso infatti di sposare il progetto di #TeamTrees, l’organizzazione che ha l’obiettivo di piantare 20 milioni di alberi entro il 2020. Fino al 31 Dicembre 2019, per ogni ricetta condivisa su Cookpad, Cookpad donerà un albero a #TeamTrees: una ricetta, un albero; 100 ricette, 100 alberi!

Al momento grazie alla pubblicazione di 100.000 ricette sulle piattaforme Cookpad di tutto il mondo, sono stati donati più di 100.000 alberi (dati al 25 novembre 2019). Ma, naturalmente, è possibile fare molto di più! Basta andare su cookpad.it o scaricare l’app di Cookpad, e pubblicare una o più ricette: per ogni ricetta condivisa entro il 31 dicembre, Cookpad donerà un albero a #TeamTrees.

Piantare alberi per contrastare i cambiamenti climatici

È stato calcolato che ognuno di noi ha bisogno di 22 alberi al giorno per ricevere l’ossigeno necessario ed assorbire la CO2 emessa. Un albero di 20 anni assorbe la CO2 prodotta da un’auto che percorre 20.000 km. Gli alberi sono i pilastri vegetali su cui si fonda la Terra. E piantare nuovi alberi non è soltanto uno dei modi più tangibili ed efficaci per ridurre le emissioni di anidride carbonica ma è un atto di gratitudine nei confronti del Pianeta che ci regala il cibo che portiamo in tavola ogni giorno.

Questo Natale facciamo un regalo che vale doppio: doniamo (almeno) una ricetta e (almeno) un albero. Sigla!

Il paradiso del tiramisù è a Roma ed è rosa



Tiramibloom nasce come spazio dedicato al tiramisù, forse il dolce più iconico di tutta Italia, sicuramente tra i più semplici da preparare. I più golosi potranno associarlo a un vero e proprio paradiso perché chi frequenta il bar di via Gracchi a Roma ha la possibilità di gustare un tiramisù appena fatto e frequentare uno dei corsi per imparare a prepararlo. Tiramibloom è un format nato per raccontare il tiramisù e diffondere una cultura del cibo genuina e allo stesso tempo innovativa. Ha aperto da qualche mese ma ha già avuto una forte eco mediatica: abbiamo incontrato Luca Cuniolo, uno dei co-fondatori di Tiramibloom, e ci siamo fatti raccontare qualcosa in più su questo progetto.

Tiramisù: bar e concept.

Tiramibloom si definisce tiramisù bar proprio perché di fatto funziona come un bar. C’è ovviamente una forte attenzione al tiramisù che viene presentato in modo classico e in vari gusti. Chi ha immaginato il progetto – oltre a Luca Cuniolo, ci sono Luca Fiore e Giacinta Trivero – non ha lasciato nulla al caso. L’arredamento, la presentazione del prodotto, l’esperienza del visitatore sono frutto di uno studio accurato e si rifà a un concept specifico. Un lavoro che sulle prime disorienta ma che alla lunga ripaga, come lo stesso Luca dice nell’intervista.

la citazione di Luca di Tiramibloom

Fare impresa: meglio esperienza sul campo o studio?

La storia di Luca e del modo in cui nasce Tiramibloom evidenzia uno degli aspetti forse più dibattuti da quando si è iniziato a parlare di impresa: il rapporto tra studio e mondo del lavoro. Luca ha avuto la fortuna di formarsi e subito dopo lavorare all’interno di una multinazionale del settore turistico e dell’educazione. Questa esperienza ha fatto maturare in lui la consapevolezza di dover affinare ancora le proprie competenze e ha deciso così di licenziarsi e tornare a studiare. Tiramibloom nasce come progetto di tesi dell’MBA svolto da Luca un anno fa: potremmo dire quindi che tutto ciò sia il frutto di questo mix di esperienze.

Tiramibloom: esempio di innovazione non digitale.

Questo podcast entra di diritto tra quelli che ci aiutano a comprendere come l’innovazione non deve essere per forza digitale: può rappresentare un processo, un trasferimento di competenze da un ambito all’altro o può essere anche un modo nuovo di presentare un prodotto. Dove nuovo non vuole dire nuovo in assoluto ma deve esserlo per quel determinato ambito di prodotto, per il mercato a cui appartiene o semplicemente perché in zona (intesa in senso geografico) non esiste ancora una cosa del genere.


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Foto di copertina via facebook.

Tra cibo, editoria e startup per raccontare il bello di raccontare



La vucciria raccontata da AlessandraUn’intervista ricca e con un grosso impegno quella che trovate nel podcast numero 23 di Start Me Up. La protagonista è Alessandra Tranchina che attualmente lavora per packaging-online.it ma che ha alle spalle parecchie esperienze nel campo dell’editoria, delle startup e della grafica. Solo da questo potete capire perché questa sia un’intervista ricca di contenuti solo apparentemente diversi tra loro. L’impegno grosso che ci poniamo invece è quello di farvi venire la voglia di essere presenti l’11 maggio a Palermo per la data di Creative Mornings durante la quale Alessandra sarà la protagonista.

Perché Omero non poteva essere cieco? Per come racconta!

Si parte proprio dal talk che !!!SPOILER SPOILER!!! Si intitolerà “Omero non è cieco”. Nell’intervista Alessandra anticipa alcuni temi di cui parlerà sabato 11, ma soprattutto fa riferimento ai due suoi lavori che sono collegati con il tema del mese di Creative Mornings e cioè Preserve (conserva). Parliamo di Valuta Vucciria e Vucciria Oltrevisibile in cui Alessandra ha riversato tutto il suo amore e la sua passione per uno dei mercati più antichi di Palermo (per cui ha creato anche un font ad hoc!). I due progetti hanno dato la possibilità a Alessandra di raccontare fuori dagli stereotipi uno dei luoghi simbolo del capoluogo siciliano chiuso nella contraddizione di doversi adattare alle esigenze della società moderna restando com’è.

Vestire il cibo per raccontarlo

Al momento Alessandra si occupa di packaging di prodotti alimentari. Ne approfittiamo quindi per chiederle come si racconta il mondo del food che, tra social e programmi specifici, sembra aver dimenticato la sua prima funzione e cioè nutrire le persone e farlo al meglio. Nessuna polemica, sia chiaro, Alessandra ci offre un’interessante punto di vista sul ruolo che la comunicazione e la presentazione dei cibi ha nelle fasi di acquisto di un prodotto e lo fa con l’occhio dell’addetto ai lavori.
Poi si passa a parlare di Mosaicoon, realtà palermitana che lo scorso anno, tra lo stupore generale ha chiuso i battenti. La startup aveva la sua sede principale a Palermo ed era stata una delle prime aziende digitali italiane a conquistare i mercati internazionali. Con Alessandra parliamo delle ripercussioni che un evento simile ha causato in lei in quanto ex collaboratrice, ma soprattutto come palermitana che lavora nel campo della creatività.

Il consiglio di Alessandra su come raccontare al meglio

Infine chiudiamo l’intervista con l’editoria perché citiamo alcuni lavori realizzati da Alessandra. Il primo è Lampedusa 2013, un’infografica che racchiude le principali notizie relative all’isola accadute durante quell’anno. È un esempio di graphic journalism che in Italia abbiamo conosciuto grazie principalmente al Sole24ore e che racconta in modo immediato la realtà dei dati. Inoltre Alessandra cita due sue pubblicazioni: la prima per Fontanella press, piccola casa editrice indipendente e un lavoro che ha svolto per un autore che si è affidato al self publishing. Perché progetti così piccoli? Perché sono quelli che ti danno più libertà di racconto, lo dice lei stessa quasi al termine di questa intervista che – ve lo abbiamo detto – è davvero ricca!

Giallogin interpreta Preserve

Ecco come GialloGin ha interpretato il tema del mese

Non perdete l’evento di Creative Mornings Palermo con Alessandra.

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Foto di copertina, via

Trova il bando giusto per il tuo progetto grazie alla Bacheca di Start Me Up

Tra i bandi che trovate questo mese nella nuova edizione della Bacheca di Start Me Up (i fan della prima ora del programma ne ricorderanno una vecchia versione) ci potrebbe essere quello che darà una scossa al vostro progetto. Materia privilegiata: le Smart city. Ma non preoccupatevi, c’è anche qualcosa per le donne imprenditrici e un’opportunità per ricercatori sociali. Buona lettura e ricordate che – cliccando sull’immagine – potrete leggere la versione estesa del bando.

TIM WCAP 2018 The Future of the City

Bando TIM WCAP

TIM WCAP va alla ricerca dei nuovi trend digitali che ruotano attorno alle Smart City: mobilità, sicurezza, salute, monitoraggio del territorio, beni culturali, turismo, e-government, sostenibilità energetica e ambientale. Saranno privilegiati servizi basati su nuove tecnologie quali, ad esempio, IoT, Big Data, Artificial Intelligence, Augmented Reality, Virtual Reality, Blockchain.

A chi si rivolge il bando?

Il bando si rivolge a startup e progetti anche early stage purché innovativi, con un modello di business ad alto potenziale e coerenti con il piano strategico di TIM.

Cosa viene offerto?

La possibilità fruire degli spazi di TIM WCAP Catania per 12 mesi e un Contributo Economico di €20.000 equity free che saranno assegnati secondo le modalità specificate nel Regolamento. Durante il percorso sarà svolto un Programma di Accelerazione finalizzato alla crescita imprenditoriale che si svolgerà nell’ hub TIM WCAP Catania, in collaborazione con il partner Tree.

Termine ultimo bando

15 Gennaio 2019

EU Prize for Women Innovators

Logo commissione Europea

L’EU Prize for Women Innovators mira a premiare quattro imprenditrici europee che hanno sviluppato e portato sul mercato progetti innovativi che hanno migliorato la vita dei cittadini europei.

A chi si rivolge il bando?

Possono partecipare a questo bando tutte le donne che risiedono in Europa, in una delle nazioni associate al programma Horizon 2020 e che hanno fondato un’azienda, portando sul mercato un progetto innovativo.

Cosa viene offerto?

In palio ci sono 3 premi da 100.000€ ciascuno e uno dedicato alle “Rising Innovator” con età inferiore o pari a 35 anni di 50.000€.

Termine ultimo bando

16 gennaio 2019

Collaborazione con ricercatore sociale – Materahub

Bando ricercatore sociale materahub

Materahub lancia una call per una collaborazione con un ricercatore per misurare gli impatti di progetti culturali sul territorio. La collaborazione prevede la definizione di indicatori e la misurazione di impatti territoriali che andranno a sperimentarsi per la prima volta su un progetto di produzione artistica, innovazione e sviluppo sociale.

A chi si rivolge il bando?

Ricercatore sociale e/o progettista in ambito culturale, con esperienza nell’analisi di impatti socio/economici e culturali, specie nei settori dello spettacolo dal vivo e delle performing arts.

Cosa viene offerto?

Una collaborazione a partire da gennaio fino a dicembre 2019. Le modalità di svolgimento sono da concordare.

Termine ultimo bando

21 gennaio 2019

Terza Call for Impact di Get it!

Bando Smart Cities, Food & Environment di Get it

L’iniziativa – promossa da Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore in collaborazione con Cariplo Factory – vuole supportare la nascita e il rafforzamento di nuove iniziative imprenditoriali a impatto sociale, ambientale e culturale in Italia.

A chi si rivolge il bando?

L’obiettivo del bando è di selezionare fino a 10 iniziative nell’ambito delle smart cities, food & environment.

Cosa viene offerto?

Un percorso di 6 mesi di incubazione/accelerazione e mentorship sponsorizzato dalla Fondazione, oltre alla possibilità di competere per una serie di opportunità di investimento.

Termine ultimo bando

25 febbraio 2019

Immagine di copertina di Samuel Zeller via Unsplash

23. Authentico e la lotta contro i fake alimentari



Contro le fake news stiamo lottando ancora ma sui fake alimentari possiamo contare su una nuova arma. In Campania c’è chi vuole difendere il made in Italy in campo alimentare con Authentico, una app che grazie al crowdsourcing vuole scovare tutti quei cibi che non sono prodotti in Italia. Oltre Authentico, è nato anche il cosiddetto Osservatorio dell’Italian Sounding, un ente che va a caccia di tutti quei prodotti che “suonano” italiano ma che in realtà hanno ben poco a che fare con il nostro paese.

Un approccio nuovo, ci dice Pino, alla lotta contro questi fake alimentari perché per la prima volta non si parte da consorzi o etichette, ma si chiede il diretto coinvolgimento dei consumatori, prime vittime di questi imbrogli. Dopo di loro ci sono anche le aziende italiane – quelle vere – che sono penalizzate enormemente da prodotti falsi in termini economici e poi di immagine. Conseguenze che si abbattono sull’intera categoria di prodotti che rischia di perdere quel prestigio per cui è riconosciuta in tutto il mondo.

La citazione di Pino di Authentico

Cosa possiamo imparare dalla storia di Authentico?

Authentico nasce dopo circa tre anni di studi sul mercato del cibo italiano e dei meccanismi dell’export e dell’import italiano e non. Come dice Pino nell’intervista, c’è voluto tanto lavoro di ricerca, tante interviste a esperti del settore e di economia per pensare a un prodotto che potesse rispondere a una problematica sentita e che ha dei risvolti economici importanti. È lo stesso Pino a dirci che negli ultimi anni il mercato dei fake alimentari ha fatturato circa 70 miliardi di euro, contro i 40 di quelli dei prodotti autentici. È un fenomeno da non sottovalutare.

Authentico e tutta la sua community sono pronti a fare la loro parte ed essere un’arma in più contro i numerosi fake alimentari che nascono ogni giorno e in ogni mercato del mondo. Il tutto a sostegno delle aziende italiane e, ovviamente, del buon cibo.


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16. Contro lo spreco alimentare ci vuole un frigo solidale



La rima ci è venuta spontanea, ma non potevamo esimerci dal non farla. Il frigo solidale è un’iniziativa che già da qualche mese ha preso piede a Bari: l’obiettivo è ridurre lo spreco alimentare, incrementando il senso di comunità tra le persone. Ce lo racconta in questo sedicesimo podcast Saverio Fanfulla di Kenda Onlus, la no-profit che promuove l’iniziativa insieme all’Aps Farina 080 onlus, Link– sindacato studentesco, Zona Franca, The Hub, il Comune di Bari – Assessorato al Welfare e con il sostegno di Fondazione con il Sud.
Frigo Solidale copertinaSono in tutto 7 i frigoriferi che sono stati collocati in tutto il capoluogo pugliese e ognuno di questi è a disposizione della comunità di riferimento. Nel frigo ognuno sarà libero di mettere i cibi che non intende mangiare, seguendo, naturalmente, alcune regole imposte dal proprio gruppo. Se state però pensando che a beneficiare di questi cibi sia solo chi si trovasse in condizioni di povertà siete leggermente fuori strada.

In effetti è vero che in alcuni casi sono le fasce più povere della popolazione a attingere ai frigoriferi, ma questo è solo uno degli scopi di frigo solidale. L’obiettivo principale resta infatti ridurre lo spreco alimentare: va da sé quindi che ogni membro di una comunità (in condizioni di povertà o meno) riesca a comprendere l’importanza di una spesa che sia in linea con propri i consumi quotidiani e riesca quindi a non buttare il cibo perché in eccesso. In questa ottica tutti possono prendere il cibo, a patto che poi venga effettivamente consumato.

La citazione di Saverio di Frigo Solidale

Al momento il frigo solidale è attivo a Bari, ma Saverio ci dice che sono già tante le associazioni che hanno espresso il desiderio di portarne uno (o più) in altre città. In questo senso, i ragazzi di Bari sono a totale disposizione per fornire il supporto necessario e mettere a servizio di altri la propria esperienza. Un modo – se volete – per dire che la solidarietà non si ferma mica al frigo.


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