Bebravo: alla scoperta delle dieci startup di Bravo Innovation Hub

Bebravo è la serie di Start Me Up in cinque podcast che ti permette di conoscere le dieci startup che sono entrate a far parte del percorso di accelerazione di Bravo Innovation Hub, l’acceleratore d’impresa di Invitalia dedicato alle startup del turismo e della cultura che arrivano dal Sud Italia.

Cinque podcast per raccontare dieci startup

BeBravo racconta le dieci startup attraverso le parole di chi le ha create. Ogni azienda è stata classificata in base a un macro argomento, uno per ciascuno dei cinque podcast:

  1. Rigenerazione territoriale,
  2. Arte e Cultura,
  3. Gamification,
  4. Aree Interne,
  5. Intelligenza Artificiale.

In ciascun episodio poi, un mentor di Bravo Innovation Hub ha avuto il compito di fornire una panoramica sul tema al centro di ogni puntata.

Ogni argomento è declinato sui temi del turismo e della cultura, perno del percorso di impresa proposto da Bravo Innovation hub.

Cosa è Bravo Innovation Hub

Bravo Innovation Hub è l’acceleratore d’impresa di Invitalia dedicato alle imprese del turismo e della cultura più innovative del Mezzogiorno, realizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, Destination Makers e Ashoka.

Fondazione Giacomo Brodolini coordina il percorso di accelerazione con cui le imprese selezionate possono velocizzare l’ingresso sul mercato, sviluppando modelli di business con il supporto dei migliori esperti del settore.

Bebravo è prodotto in collaborazione con Fondazione Giacomo Brodolini, Destination Makers e Ashoka Italia. Bebravo non sarebbe stato possibile senza l’enorme contributo di Federica Fulghesu che ha coordinato tutte le interviste e ha curato i rapporti con gli ospiti.

Il ruolo delle aree interne nel settore turistico e culturale italiano



Quando si parla di aree interne spesso si minimizza l’aspetto forse principale: cioè che queste zone, nel complesso, rappresentano il 60% dell’intero territorio nazionale. Anche per questo motivo è impossibile non immaginare un ruolo di questi territori all’interno del settore turistico e culturale italiano.

In questo podcast partiamo da un’analisi su ciò che le aree interne oggi rappresentano. Uno sguardo che non può non considerare quella fetta di popolazione che ha cominciato a pensare questi luoghi come posto dove vivere dopo l’impatto della pandemia del 2020. Se l’immaginario verso le aree interne è cambiato però, è anche vero che queste restano aree in cui mancano i servizi essenziali.

Lo sottolinea bene in questo podcast Massimiliano Ventimiglia di Onde Alte. In più, in questo quarto appuntamento del ciclo Bebravo raccontiamo le storie di due startup: Hearth e Holiders. Per farlo ci affidiamo alla voce dei co-founder: rispettivamente Massimiliano Imbimbo e Giampiero Ammaturo.


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Aree interne: i protagonisti di questo podcast targato Bebravo.

Le voci delle persone che puoi ascoltare all’interno di questo quarto podcast del ciclo Bebravo e i progetti che portano avanti.

Massimiliano Ventimiglia di Onde Alte

La citazione di Massimo Ventimiglia sulle aree interne

Massimiliano Ventimiglia è founder e CEO di Onde Alte. Appassionato di tecnologia e digitale, si laurea in Economia Aziendale all’Università Ca’ Foscari, nell’indirizzo Marketing e Comunicazione Aziendale. Nel 2004 è cofounder di H-FARM e nell’aprile 2005 fonda H-ART. A maggio 2018 fonda Onde Alte, azienda che si occupa di progetti che combinano sostenibilità economica e ritorno sociale.

Massimiliano Imbimbo di Hearth

la citazione di Massimiliano Imbimbo su aree interne

Hearth propone un prodotto tecnologico ambizioso, attualmente in fase di sviluppo. Il progetto ha un impatto sociale. La sua finalità è la valorizzazione dei territori turistici meno frequentati con una piattaforma digitale che consente a imprese, pubbliche amministrazioni, DMO ed enti/associazioni di promozione territoriale, di cooperare attraverso un unico strumento per la piena digitalizzazione dell’offerta turistica del territorio. L’idea imprenditoriale si basa su esigenze del territorio ed il bisogno è stato validato con stakeholder territoriali.

Giampiero Ammaturo di Holiders

La citazoine di Giampiero di Holiders su aree interne e turismo

Holiders è una piattaforma di sharing economy che opera nel settore del turismo culturale. Mette in contatto esperti locali con turisti che vogliono visitare quella specifica area: grazie a logiche di data-mining il sistema è in grado di analizzare il sentimento degli utenti e creare filtri di preferenza personalizzati.

Cosa è Bravo Innovation Hub

Bravo Innovation Hub tra le Cinque notizie dal mondo dell’innovazione del Sud Italia

Bravo Innovation Hub è l’acceleratore d’impresa di Invitalia dedicato alle imprese del turismo e della cultura più innovative del Mezzogiorno, realizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, Destination Makers e Ashoka Italia.
Fondazione Giacomo Brodolini coordina il percorso di accelerazione con cui le imprese selezionate possono velocizzare l’ingresso sul mercato, sviluppando modelli di business con il supporto dei migliori esperti del settore.

Cosa è Bebravo

Bebravo è la serie di cinque podcast che va alla scoperta delle dieci startup che sono entrate a far parte del percorso di accelerazione di Bravo Innovation Hub, l’acceleratore d’impresa di Invitalia dedicato alle startup del turismo e della cultura che arrivano dal Sud Italia.
La serie è prodotta in collaborazione con Fondazione Giacomo Brodolini, Destination Makers e Ashoka. Bebravo non sarebbe stata possibile senza l’enorme contributo di Federica Fulghesu che ha coordinato tutte le interviste e ha curato i rapporti con gli ospiti.

Ascolta tutta la serie: radiostartmeup.it/specialebravoinnovationhub.


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Foto di copertina di Alessio Bachetti via Unsplash 

Il gioco come strumento di comunicazione e di marketing per la cultura e il turismo



Nel terzo appuntamento dedicato alle imprese che hanno preso parte al percorso di accelerazione di Bravo Innovation Hub parliamo del gioco. Il gioco, qui intenso (con un po’ di libertà) anche nel senso di gamification è un ambito che solitamente viene considerato emergente ma che in realtà già da parecchio tempo ricopre un ruolo da padrone nel panorama della creatività. Inoltre, ha ampiamente dimostrato che, se applicato a qualsiasi ambito, permette di avere risultati difficilmente raggiungibili da altre modalità espressive.

In questo podcast ci interessano ovviamente le applicazioni relative al mondo della cultura e del turismo. Le esploreremo insieme a Ludovico Solima, professore presso l’università della Campania “L.Vanvitelli” e ideatore del videogioco “Father and Son”, Angelo Annichiarico di Blindgate e Bianca Iafelice di Trawellit.


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Gioco e gamification: i protagonisti di questo podcast targato Bebravo.

Le voci delle persone che puoi ascoltare all’interno di questo terzo podcast del ciclo Bebravo e i progetti che portano avanti.

Ludovico Solima

Ludovico Solima è Professore ordinario di “Economia e gestione delle imprese” e titolare della cattedra di “Management delle imprese culturali” presso l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Il professore Solima collabora con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli per cui ha ideato il videogioco Father and Son che per i risultati ottenuti è diventato un vero e proprio caso studio della comunicazione museale in Italia.

Angelo Annichiarico di Blindgate

La citazione di Angelo Annichiarico di Blindgate su gioco e turismo

Blindgate mira a creare pacchetti last minute diversificati con una soluzione di raccolta e analisi dei dati per costruire esperienze di viaggio personalizzate a prezzi vantaggiosi. Adotta la formula “roulette”, spostando il classico paradigma “tempo, prezzo e destinazione” alla valorizzazione dell’esperienza di viaggio.

Bianca Iafelice di Trawellit

La citazione di Bianca Iafelice su gioco e cultura

Trawellit porta avanti il progetto Spot4Elements, una caccia al tesoro che, grazie ad un’applicazione game per smartphone geolocalizzata, permette di scoprire le località turistiche, svelandone curiosità e storia.

Cosa è Bravo Innovation Hub

Bravo Innovation Hub tra le Cinque notizie dal mondo dell’innovazione del Sud Italia

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Foto di copertina di Zachary Nelson on Unsplash

Liberare l’arte e la cultura per leggere, capire e cambiare la nostra società



Dagli inizi del 2000 l’arte e la cultura sono al centro di un profondo cambiamento all’interno della nostra società. Il cambiamento in atto interessa sia il significato di ciascun termine che il ruolo che questi due aspetti ricoprono all’interno della vita di ciascuno di noi.

Tutto ciò ha una stretta connessione con lo sviluppo delle tecnologie digitali. Un cambiamento che non investe però solo il modo in cui ognuno di noi fruisce questi contenuti. In molti casi, l’avvento del digitale porta una carica di significati impensabili fino a poco tempo fa.

È quello che hanno sperimentato i team delle due startup protagoniste di questo podcast: Visionary e ArtMate. Ce le presentano i due co-founder, rispettivamente Benedetta Rosini e Armando Monda. A guidarci nei cambiamenti dei termini arte e cultura il mentor di Bravo Innovation Hub Emmanuele Curti, manager culturale.


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Arte e cultura: i protagonisti di questo podcast targato Bebravo.

Le voci delle persone e i progetti che portano avanti al centro di questo podcast, il secondo del ciclo Bebravo .

Emmanuele Curti

Emmanuele Curti su arte e cultura - bravo innovation hub

Emmanuele Curti, è un manager culturale, dopo la formazione a Perugia, è approdato a Londra, e successivamente si trasferisce a Matera. Si è occupato per anni di processi di acculturazione nell’antichità fra mondo greco, romano ed indigeno, ed ha portato avanti progetti di ricerca a Pompei e in Giordania. Negli ultimi anni la sua attenzione si è concentrata sui cambiamenti dei paradigmi delle discipline umanistiche legate ai beni culturali e al necessario sviluppo di un nuovo approccio alla dimensione socio/economica della cultura. Ha collaborato con Matera2019 e attualmente porta avanti Lo Stato dei Luoghi.

Benedetta Rosini di Visionary

Benedetta Rosini di Visionary su arte e cultura - bravo innovation hub

Visionary propone esperienze culturali per la fruizione immersiva di contenuti storici e artistici attraverso l’utilizzo di Realtà Aumentata e Realtà Virtuale. Il primo prodotto è stato sviluppato e testato a Lecce nell’estate del 2020. L’esperienza coinvolge l’utente attraverso lo storytelling legato ai personaggi che hanno fatto la storia del luogo.

Armando Monda di ArtMate

la citazione su arte e cultura da parte di Armando Monda di ArtMate, startup di bravo innovation hub

L’idea di Artmate, che già opera sul mercato, consiste nell’attivare un processo di fruizione dell’arte basato su due punti di forza: le nuove tecnologie 4.0 che permettono di riprodurre gli spazi, rendendoli fruibili anche a distanza, unite la produzione “bottom up” delle guide multimediali in modalità UGC. Questo elemento dovrebbe cambiare la percezione del concetto di guida dando a tutti la possibilità di diventare un “Artmate”, ovvero una guida virtuale che attraverso contenuti multimediali conduca i frequentatori alla scoperta della mostra selezionata.

Cosa è Bravo Innovation Hub

Bravo Innovation Hub tra le Cinque notizie dal mondo dell’innovazione del Sud Italia

Bravo Innovation Hub è l’acceleratore d’impresa di Invitalia dedicato alle imprese del turismo e della cultura più innovative del Mezzogiorno, realizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, Destination Makers e Ashoka Italia.
Fondazione Giacomo Brodolini coordina il percorso di accelerazione con cui le imprese selezionate possono velocizzare l’ingresso sul mercato, sviluppando modelli di business con il supporto dei migliori esperti del settore.

Cosa è Bebravo

Bebravo è la serie di cinque podcast che va alla scoperta delle dieci startup che sono entrate a far parte del percorso di accelerazione di Bravo Innovation Hub, l’acceleratore d’impresa di Invitalia dedicato alle startup del turismo e della cultura che arrivano dal Sud Italia.
La serie è prodotta in collaborazione con Fondazione Giacomo Brodolini, Destination Makers e Ashoka. Bebravo non sarebbe stata possibile senza l’enorme contributo di Federica Fulghesu che ha coordinato tutte le interviste e ha curato i rapporti con gli ospiti.

Ascolta tutta la serie: radiostartmeup.it/specialebravoinnovationhub.


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Foto di copertina di Andy Art on Unsplash.

Il teatro a domicilio: l’esperienza del Delivery Theater di Carullo Minasi

Carullo Minasi è una compagnia teatrale che durante il periodo di Natale 2020 ha portato in giro per le strade della propria città il Delivery Theater. Il progetto declina la forma tipica di consegna (il delivery, appunto) applicata però all’arte teatrale (Theater).

L’intento è presto detto: dimostrare l’essenzialità del teatro e di ogni forma d’arte, nonostante le restrizioni dovute alle norme del contenimento della pandemia che ancora oggi tengono chiusi i luoghi della cultura.

Ippolito Chiarello, il barbonaggio e il menù teatrale.

Il duo artistico siciliano ha risposto all’appello lanciato da Ippolito Chiarello che i primi di dicembre aveva pubblicato sul proprio sito un vademecum per proporre quello che lui ha definito barbonaggio teatrale – delivery. Sono indicazioni che permettono a operatori dello spettacolo di “consegnare la propria merce” anche durante il periodo della pandemia.

Ho incontrato Cristiana Minasi (che insieme a Giuseppe Minasi ha fondato l’omonima compagnia ormai dieci anni fa) e mi sono fatto raccontare qualcosa di più su questa esperienza di Delivery Theater.

Ciao Cristiana, a me la cosa che è rimasta molto impressa, è stato il fatto che non si trattava semplicemente di andare in strada, almeno nel vostro caso. Voi, in realtà, avete strutturato il tutto come un vero e proprio menù. Ce lo puoi descrivere?

Per quanto riguarda il menù, si tratta di una proposta di Ippolito che per semplificare il gioco delle richieste, ci ha invitati a costruire un vero e proprio menù teatrale. Così noi abbiamo preso ciò che ci riguarda più da vicino, cioè i testi con cui siamo soliti operare. Abbiamo spezzettato i nostri spettacoli, preso le parti più salienti, e giocato sull’idea di poter servire una pietanza come se fosse alla carta.

Ciononostante, non nascondo che poi, durante gli eventi, chiedevano a noi quale fosse il menù completo. Quello che ci ha sorpreso di più è stato che molti bimbi hanno voluto vedere più volte lo spettacolo. Quindi abbiamo dovuto anche andare ben oltre quelle che erano le cose che avevamo preparato, ed è stato molto affascinante. Anche nel momento in cui ci siamo relazionati con Laura Benvenga, che è la violoncellista e che a sua volta ha preparato un menù teatrale musicale. Era una scusa, un alibi per cominciare da qualcosa. L’obiettivo era comunque avere un oggetto di possibile richiesta. Ma in realtà, ripeto, poi era più un gioco, perché alla resa dei conti la gente chiedeva a noi un consiglio ed è stato ancora più bello.

Come è stato, quindi, andare fuori? E dico fuori nel vero senso della parola perché alcuni spettacoli si sono svolti proprio per strada, altri invece li avete fatti sui balconi. I vostri spettacoli si prestano a questo tipo di rappresentazione, oppure avete adottato qualche piccolo accorgimento?

Io vengo da un’idea di teatro di strada e ho un grande fascino nei confronti dell’arte del clown. Anche per questo motivo tutti i nostri spettacoli, nella loro forma ufficiale, cioè pensata per essere riprodotta in teatro, sottendono lo spaccarsi della quarta parete. Lo spettatore viene sempre coinvolto, magari in maniera inaspettata. Quindi non è stato tanto difficile portarli fuori perché se in teatro coinvolgiamo il pubblico attraverso l’accensione delle luci in platea o comunque con dei dichiarati segni argomentativi, qui era proprio il fatto in sé.

Delivery Theater di Carullo Minasi - pubblico Vittorio Emanuele

Il pubblico come direttore artistico di ogni rappresentazione

La cosa più importante, secondo me, più determinante, è stato il rischio che deve caratterizzare sempre l’arte attoriale. Nel senso che spesso ritrovarsi in una forma prestabilita preconfezionata è sicuramente un fatto di certezza, che però mette in serio pericolo l’efficacia degli spettacoli, perché nella ripetizione è difficile trovare un’anima; dopo dieci anni di “Due passi sono” [spettacolo con cui la compagnia ha debuttato nel 2011, ndr], è chiaro che farlo all’aperto ti restituisce una sensazione di verità e vivacità assolutamente esclusiva, innovativa. Quello che più ci ha colpito è stato che coloro che chiedevano uno spettacolo, diventavano i direttori artistici dello spazio, della location; sceglievano loro, ipotizzavano loro il contesto e questo è il regalo più grande. Certo, noi poi ci adattavamo, però è chiaro che c’era una forma di coinvolgimento nella richiesta specifica da parte dello spettatore, ma non soltanto dell’oggetto, di ciò che sarebbe stato fatto vedere, ma anche dello spazio. Ti propongono questo spazio, con questa forma, quindi in parte diventano registi, con molta cautela e molto timore.

In realtà veniva affidata alla collettività la scelta della definizione dello spazio. Ci è capitato, per esempio, di realizzarlo alla Passeggiata a mare di Messina (spazio pubblico vicino al mare della città, ndr); si sono avvicinati moltissimi ragazzi incuriositi con le biciclette, proprio costruendo intorno a noi un vero e proprio ferro di cavallo. Quando in realtà lo spettacolo era stato realizzato per un regalo di compleanno di una ragazza commissionato dal marito. È stato veramente appagante.

Quante date avete fatto?

Diciotto/diciannove, ma ce ne sono molte altre ancora da fare. Tutto si è interrotto a causa di delle restrizioni messe in atto.

Sono sicuro che avrete tantissimi aneddoti legati ad ogni rappresentazione…

Ce ne sono stati veramente tantissimi, alcuni estremamente commoventi. Noi siamo stati invitati in luoghi speciali, come per esempio siamo stati ospitati a casa di una persona che ci ha dato la disponibilità dell’intero appartamento in una delle vie centrali della città. Con noi c’erano due musicisti: un fisarmonicista e una persona che suonava sia il violino che il pianoforte. Abbiamo aperto tutte le finestre e quindi inevitabilmente ha partecipato tutta la strada, assistendo allo spettacolo dai balconi. Ad un certo punto è passata una pattuglia della Guardia di Finanza che, vedendo tutta questa gente affacciata dai balconi è rimasta ferma. È stato veramente un momento straordinario perché c’è stato un momento di ghiaccio. Ho detto: “oddio, ora come facciamo a spiegarlo alla Guardia di Finanza?” E’ stato proprio filmico.

Oppure quando, nei cortili condominiali, le signore si affacciavano senza minimamente sapere ciò che stavano guardando, chiedendo e discutendo intorno alle “Operette morali” di Leopardi (a cui alcuni spettacoli della compagnia si ispirano, ndr). Oppure un bambino senegalese che è fuoriuscito da una finestra, proprio rotolando e venendo a vedere lo spettacolo che era stato realizzato in un condominio. E ancora un compleanno, all’interno di un condominio, nella parte interna delle scale, dove le persone venivano a vederci: estremamente bello.

Delivery Theater di Carullo Minasi al balcone

Le case con i cortili interni e con tanti ballatoi si prestano molto a delle rappresentazioni teatrali. E voi li avete sfruttati, almeno in alcuni casi…

Io ho fatto spesso riferimento al “Globe Theater” di Shakespeare perché l’immagine che ancora conservo è proprio quella delle balconate dove ci si affacciava e quindi c’era una partecipazione attiva e dove gli attori stessi salgono sul balcone. Il mio sogno, ma già da prima della pandemia, è proprio quello di realizzare delle scene sociali dove, con tavoli di legno, si connettono tutti i balconi tra di loro e ciascuno prepara la propria pietanza e la condivide. Questo era proprio il progetto di teatro condominiale che ho sempre sognato di realizzare a Messina, perché effettivamente la condivisione di pietanze cucinate dalle persone, anche nella voglia di condividere l’idea di diverse culture, mi sembra una cosa straordinaria.

Nonostante il Delivery Theatre si sia svolto solo a Messina, ci sono stati degli effetti che vanno al di là dei confini cittadini…

Una persona a noi molto legata, che è Dacia Maraini, ci ha invitato al suo festival Teatro sull’acqua, e ci ha seguito tramite il suo curatore artistico che è Luca Petruzzelli. Hanno deciso di riportarci ad Arona e quello che più mi ha colpito è che lui è alla ricerca di una relazione con le case di cura per anziani. Quindi, vorrebbe metterci proprio nei cortili o comunque farci fare un intervento sul battello, perché la gente ci guardi da una balconata rivolta verso il lago di Garda (il luogo dove si svolge il festival, ndr).

Uscire dal teatro per tornare ad esso, portandosi dietro nuovo pubblico.

E poi ci sono tutta una serie di ipotesi che sono la rappresentazione di una forma di teatro diffuso, che intende fuoriuscire dal teatro perché si possa tornare al teatro con una partecipazione maggiore. Inclusa anche quella di tutte le persone che in genere non sono avvezze a questo genere di intrattenimento e che possono a loro volta ritrovare nel teatro una necessità che sconoscono. Questo è il nostro obiettivo, soprattutto, a Messina: raggiungere le zone periferiche.

Se si riuscisse ad allargare sempre di più questo genere di linguaggio non sarebbe male.

Sì, perché spesso il teatro ancora risente di una visione estremamente borghese ed è un peccato. Perché quando i ragazzi e le famiglie riescono a ritrovare nel teatro quella forza di riconoscere nell’altro una parte di sé, si ritorna a quella che è la funzione originaria di questa forma di spettacolo. Allora veramente si comincia a ricostruire il tessuto sociale e politico di una possibile comunità.

Quindi il Delivery Theater nasce come una forma di protesta e in un periodo di emergenza. Tu pensi che ci sarà comunque la possibilità di poterlo riproporre così come lo avete pensato anche passata questa fase?

Sì, assolutamente. Io sono fortemente preoccupata per l’apertura dei teatri, perché c’è già una grande fame da parte di chi vuole ritornare ad attivarsi. Sono bruciati almeno i primi due anni delle prossime stagioni. Questo è un meccanismo che non dovevamo consentire. Si poteva utilizzare la pandemia, così com’era giusto fare su tutti i fronti, anche a livello sociale, per comprendere tutto ciò che è stato slatentizzato come problema inevitabile, indiscutibile. Invece si ritornerà non come prima, peggio di prima.

Delivery Theater di Carullo Minasi - Galleria Vittorio Emanuele

Il Delivery Theater come nuova forma di spettacolo fuori dalla logica dei bandi

Per noi il Delivery Theater non è una sorta di protesta. Non abbiamo da protestare, per me si tratta di un’occasione per tornare all’originarietà del teatro e fungere da attori e autori di un rinnovamento sociale che è fatto di una partecipazione, di una cittadinanza attiva che non è stata finora riconosciuta.

Penso al sistema dei bandi: tutto quello che viene proposto spesso diventa una fiction attraverso la quale si finge. Poi tutto viene edificato in funzione di un obiettivo che prescinde dalla reale necessità del contesto in cui si opera. Avere l’opportunità di andare per emergenze in luoghi inaspettati anche per noi prescinde da ogni tipo di progettualità da bando.

Però quando dici questa cosa la dici nella misura in cui anche in tempi normali in realtà non è che si stava tanto bene?

No, si stava malissimo. Io sono molto preoccupata per un sistema che già era malconcio a livello di produttività. Per esempio, nel nostro caso, due spettacoli molto importanti e molto ben riusciti non hanno avuto l’occasione di circuitare proprio perché vige la regola, un po’ a livello di consumo e anche di finanziamenti, di produrre uno spettacolo sempre nuovo. Gli eventi scenici diventano dei prodotti ed è una cosa gravissima, perché uno spettacolo sottende un processo creativo importante, la necessità di una relazione con il pubblico. Tutto questo è molto dannoso per gli attori, per gli autori e i registi, ma anche per uno sperpero stupido di soldi. Per esempio è il caso di una produzione del Teatro Stabile di Catania a cui noi tenevamo moltissimo. Questa produzione non riusciva a girare per tutta una serie di giochi inevitabili di scambi e determinazioni pregresse. Ma non è colpa di nessuno, è colpa di un sistema che implode su se stesso e uccide appunto il meccanismo, ma questo lo vediamo su tutti i fronti.

Toglimi una curiosità, il mondo del teatro è un po’ come nel resto degli altri ambiti che si è sempre “giovani”? Voi nonostante dieci anni di esperienza siete ancora una compagnia “giovane”?

Purtroppo sì, però è anche lo scarto a far data: dal compimento del tuo trentacinquesimo anno di età, non puoi più rientrare in determinati bandi che da ministero sottendono appunto un aiuto e quindi diventa proprio una fase di mezzo estremamente pericolosa. Perché vent’anni fa, quando Emma Dante vinse il famoso premio Scenario, nel 2001, erano i produttori ad avvicinarsi. Quando lo abbiamo vinto noi nel 2011, invece, abbiamo dovuto vincere dieci premi per produrre i nostri spettacoli, dovendo sempre dimostrare qualcosa. Non è più l’artista ad essere ricercato dall’istituzione, ma è l’artista che deve inseguire l’istituzione, il bando. Diventa un meccanismo molto pericoloso perché si perdono molti artisti che non ce la fanno più, non reggono perché smettono di essere artisti. Un po’ come nel nostro caso si diventa manager di una piccola impresa che comunque fa fatica anche ad essere riconosciuta a livello di personalità giuridica all’interno del contesto attuale. Si diventa imprese sociali, associazioni di promozione sociale, è tutto sempre un ibrido, però non ci sono più le vecchie compagnie di giro.

Voi parlavate di teatro itinerante già nel 2014 e quindi comunque di fatto ve la portate dietro un po’ questa cifra di voler portare in giro i vostri spettacoli.

Sicuramente come piccolissima coppia artistica, piccolissima anche nella struttura, perché comunque viaggiavamo come fossimo una piccola famiglia di giro. Considera che nel momento in cui io sono rimasta incinta, veniva mia madre con me in tournée si portava dietro anche il bambino.

Un’altra cosa che mi ha molto colpito è stata la definizione che l’Associazione Nazionale Critici di Teatro vi ha dato: “l’ultima piccola rivoluzione delle scene teatrali italiane”. Cosa avete fatto di così rivoluzionario?

Di rivoluzionario c’è un po’ un gioco di parole dettato da questo nostro spettacolo che comprende due operette morali di Leopardi che s’intitola “De revolutionibus – Sulla miseria del genere umano”. Leopardi è straordinariamente ironico. Una cosa che non hanno mai insegnato a scuola! Era un genio dell’ironia e della provocazione. Io amo moltissimo recitare Leopardi in un modo molto semplice, come se fossimo al bar. Ed è straordinario perché lui gioca sul fatto, in queste due operette che noi abbiamo preso in considerazione, che l’uomo non fa altro che ribaltare la realtà dei fatti, stando in una finzione ridicola e pensando di sottomettere il sole. Per esempio, nell’operetta del Copernico, finché il sole è stufo di girare intorno alla terra, si rivolge all’ora prima e dice: “Basta, non ne posso più! Che gli uomini capiscano quello che sono.” “E quindi cosa sono? Nulla”. Ecco che allora interviene Copernico con tutto quello che comporteranno le sue torie. E questo è un primo aspetto. Poi c’è la seconda operetta che è “Galantuomo e Mondo”: lì dove la civiltà dice che bisogna fare tutto il contrario, quindi lei va al contrario per ottenere quello che è giusto ottenere.

È uno spirito critico, il nostro. La piccola rivoluzione è anche un po’ un riferimento a questa provocazione sul ribaltamento di quelle che sono le visioni consuetudinarie.

Delivery Theater di Carullo Minasi al  Vittorio Emanuele - foto laterale

Ho notato che hai fatto riferimento alla trilogia sul limite, quella del teatro itinerante del 2014. Quali sono i tre spettacoli che compongono questa trilogia?

In realtà sono spettacoli che sono stati realizzati a prescindere: “Due passi sono”, “T/Empio, critica della ragion giusta” e “Conferenza tragicheffimera, sui concetti ingannevoli dell’arte”. Sono tre spettacoli che sono nati uno dopo l’altro, ci siamo resi conto nell’elaborazione degli stessi che c’è un tema ricorrente: il limite. Partendo poi dal brocardo kantoriano secondo cui è dal limite che viene fuori l’opera d’arte, ecco che quando ci hanno chiesto al Teatro di Messina di fare una proposta, io ho realizzato il mio sogno: quello di portare il teatro in una visione diffusa. Abbiamo superato i limiti istituzionali, abbiamo permesso al pubblico di salire sul palco per “Due passi sono”, dando proprio una visione di superamento di quella soglia e cercando di individuare un progetto che garantisse allo spettatore un superamento da parte dello stesso.

C’è stata anche la partecipazione di Mosè Previti, che è uno storico dell’arte, e di Pier Paolo Zampieri, un sociologo urbano; questo ci ha permesso di spiegare ogni edificio in cui ci si trovava ad operare. Nel primo caso era il Teatro Vittorio Emanuele, nel secondo caso, in “T/Empio, critica della ragion giusta”, che è un dialogo di Platone, si lavorava sul tribunale di Messina, che è il mio sogno, anche perché sono una laureata in legge e quindi l’obiettivo di insinuarmi anche a livello dialogico sui temi della giustizia è sempre stato un sogno.

E poi infine “Conferenza tragicheffimera” che parla della situazione dell’artista, lo abbiamo fatto all’ex Mandalari, il centro diurno di salute mentale, il Camelot. E lì io mi ritrovavo con queste ali giganti tra le opere d’arte realizzate da Chiarenza, che è un artista ed è stato uno degli utenti del centro di salute mentale tanti anni fa.

E lì è intervenuta una visione, come definirebbe Zampieri, psico-magica e logistica. Abbiamo ragionato anche sul perché un centro di salute mentale, ex ospedale psichiatrico, che si trova ai margini della città, venisse esplorato dagli abbonati. È stato bellissimo, veramente.

Loro, cioè gli abbonati, come l’hanno presa?

È stato un divertimento straordinario. Sono stati tutti seduti a terra, sulle sedie, e c’era un alto livello di condivisione, di partecipazione diffusa, nel senso che c’erano sia gli utenti che gli abbonati. Era meraviglioso, su questo poi abbiamo elaborato il nostro seguente spettacolo che era “Delirio bizzarro”, dove si lavora proprio su questa soglia un po’ equivoca tra normalità e follia.

La giurisprudenza come “arte sociale”.

Veniamo alla vostra formazione: tu sei solo laureata in legge o hai anche sostenuto l’esame di avvocato?

Sono anche avvocato, ma non sono iscritto all’ordine; ho fatto l’esame per far piacere a mia madre. Mentre Giuseppe è un teatrante, infatti è un disastro perché vuole proprio fare quello: gli spettacoli, andare in giro… Io invece mi sto buttando più sulla progettazione sociale, lui non ce la fa a non andare tournée, per lui la sua meraviglia è girare il mondo.

Da una parte la giurisprudenza e poi naturalmente il teatro a cui si aggiunge questa vocazione sociale. Nonostante questi siano ambiti molto diversi fra di loro c’è, secondo te, un filo che li lega?

Assolutamente sì. Anche perché ora mi sto buttando sul prospetto educativo legato alle situazioni di difficoltà. Ritengo che solo una visione a livello contemporaneo, che non ha a che fare con la complessità, non è nella condizione di potere agire coerentemente. Non credo nella specializzazione esclusiva di un piccolo elemento, almeno per la mia passione, anche indecisione, follia personale. Sento, in questa trasversalità, di avere trovato probabilmente tutta una serie di particolarità che caratterizzano anche la poetica di cui ci facciamo portavoce all’interno dei nostri spettacoli. Chiaramente sono spettacoli che riguardano appunto i temi della giustizia o comunque i temi della differenza, intesa come potenzialità, come specialità.

Chiaro che io, come laureata in legge, come giurista, ho una vocazione più teorica. Nella mia tesi di laurea “Il soggetto alla ribalta”, io mi domandavo come potesse stare comodo il soggetto inteso come persona unica all’interno di una cosa così generale ed astratta. Lì parlavo della flessibilità e della potenzialità di un costrutto che sembra uguale per tutti, dove però deve intervenire necessariamente quale mediatore il giudice, quindi un vero e proprio interprete tra le parti che svolge la stessa funzione del regista. Il fotografo è un mediatore della parte sociale. Quindi da lì io ho capito che c’era tutta una questione legata al tema dell’improvvisazione, della cognizione concreta, dell’aspetto sociale.

Mi sto anche specializzando su delle malattie rare, quindi mi interessa molto il mondo della esclusività, anche perché spesso i progetti sociali sono legati a persone che hanno grosse difficoltà. Però bisogna conoscere le difficoltà, bisogna essere dentro. Per me è una totale coincidenza, che poi se uno la vede da un punto di vista teorico la giurisprudenza in realtà è un’arte sociale. Poi ho studiato anche teatro con Anatolij Vasiliev, che è un maestro russo. Ho avuto anche l’occasione di fare un master in criminologia infantile legato ai temi dell’infanzia e della famiglia. Sono tutta una serie di cose che poi si connettono nei progetti che portiamo avanti.

Delivery Theater - dentro il salotto

Come lo immagini il teatro quando finirà la pandemia? Secondo te ci possiamo aspettare qualcosa di nuovo e se sì, in che cosa sarà nuovo?

Beh, io posso parlare di me, nel senso che sono molto disillusa nei confronti del sistema. Ho deciso che non voglio più cadere nella trappola di ciò che in realtà è il sistema stesso, senza che tu te ne accorga, ti fa fare. Come è stato poi per “Due passi sono”, quando ce l’abbiamo fatta, nonostante sembrasse assolutamente impossibile, perché Giuseppe stava veramente molto male. Lui voleva uscire fuori dall’ospedale, lo voleva fortemente, così abbiamo costruito una realtà artistica dove tutto è diventato metafora del nostro progetto di vita. Uscire fuori dall’ospedale, poi concretamente, è diventato uscire fuori da Messina, a girare il mondo con il nostro sogno. Quindi io posso parlare per me, devo imparare a non farmi veramente schiacciare dal sistema, perché un pochino succede; per me l’innovazione sta nel ritorno alle origini, tutto questo delirio generale in cui si tenta di fingere di essere diversi e poi si è tutti in un percorso evidentemente uguale. Questo è pericolosissimo perché si schiacciano le esclusività e io voglio tornare alla profondità e alla necessarietà del teatro. Sono anche disposta a rinunciare alla mia esclusiva parte di attrice, posso pure rinunciare al teatro per farlo veramente. Cioè, nel senso che posso pure decidere di dire va bene, non vado più in tourneé, purché lo si faccia veramente con la funzione che il teatro merita, perché spesso i teatranti si ritrovano a fare delle cose che sono contro il teatro medesimo. Siamo tutti parte coinvolta, come parte attiva di una distruzione generale.

Che intendi?

Sono dei meccanismi imprenditoriali che spesso fanno precipitare, ma è colpa di un sistema che ti fa fugare all’interno di una visione manageriale, che probabilmente ha fatto anche la nostra fortuna, però non deve diventare esclusiva, nel senso che poi l’ultimo problema diventa l’aspetto artistico. Quindi proprio la cosa importante è vincere il progetto, ottenere la produzione e poi le produzioni muoiono lì dove nascono, e tutto si perde. Non c’è più una gestazione, diventa solo un continuo rincorrere un sistema che sta schiacciando la politica della poetica. Io credo nella politica della poetica, così la poetica non si può sviluppare. Non è il tempo, è proprio schiacciata.

Il teatro come attesa

Proprio ieri c’è stato il primo incontro che ho fatto di questa residenza digitale, assolutamente innovativa e molto interessante, che mette due generazioni a confronto: le persone anziane e giovani tra i 14 e i 18 anni. Le persone anziane riuscivano molto bene a vedere il loro futuro come una funzione, una missione. I ragazzi dicevano no, io non non riesco a vedere niente, come se fosse il buio totale. Quindi il paradosso che mi è stato restituito ieri dalle persone anziane che hanno vissuto una vera vita è che non c’è tempo da perdere dietro la dispersione, perché comunque c’è da vivere, da fare. Io pensavo che fossero i ragazzi a dare agli anziani questa possibilità, oggi mi rendo conto che sono gli anziani a dare speranza ai giovani.

Questa cosa che state portando avanti e che è iniziata ieri, è una residenza d’artista digitale dove di fatto non c’è la presenza fisica. Come ti sei preparata e quali sono le prime impressioni?

Mi sono preparata sulla falsa riga di un laboratorio che, in fase pandemica a marzo scorso, avevo dovuto già affrontare e mi sono resa conto che in realtà ci siamo ritrovati a fare una cosa che altrimenti non si sarebbe dovuta fare, anche a prescindere dalla pandemia, sarebbe stato molto complicato realizzare. Invece queste persone anziane si sono ritrovate con l’opportunità di parlare a dei giovani e questi ultimi hanno potuto confrontarsi con delle persone anziane in un laboratorio sincero, condiviso, biografico e memoriale. Attraverso un oggetto che diventa un prolungamento, un’appendice concreta dell’esistenza anche a livello corporeo, si ha la possibilità evocativa di un ricordo, di un ritorno alla funzione necessaria.

Per esempio, ieri c’è stato un oggetto che mi ha sconvolto per la potenza iconografica di cui si faceva portavoce: una gavetta. Era una donna molto anziana che parlava del padre che andava in giro con una gavetta durante il periodo dell’ internamento. Su questa gavetta aveva inciso tutti i luoghi visitati durante la guerra. Era un finanziere e tutto il percorso che avrebbe dovuto raccontare, con la speranza di tornare, era chiuso all’interno della gavetta. C’era un altro contenitore, all’interno del quale erano scritti i nomi delle persone a cui voleva più bene. E allora lì ho avuto la risposta concreta di cosa sia la fame: la fame è una cosa che va ben oltre l’aspetto materiale. È vero, c’è fame di fame, ma c’è anche fame di affetto, di luoghi, di percorsi; e penso a quanto poetica fosse questa visione, che bastava un’immagine per racchiudere un racconto straordinario.

Considero quanto poco, oggi, si dia valore agli oggetti perché sono tutti consumabili, subito distruttibili. Soprattutto queste persone anziane parlavano della bellezza della lettera fisica, che fa rumore, che si attende. Una persona ha detto: “Basta con le email! Quanto vorrei togliere l’immediatezza dell’email, del contatto.”

Perché questo toglie l’attesa, e l’attesa è il teatro, e il teatro è la vita, probabilmente.

La Compagnia Carullo Minasi

Delivery Theater - carullo minasi

Carullo-Minasi esordisce come compagnia teatrale nel 2011 con lo spettacolo “Due passi sono”, scritto, diretto e interpretato da Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi. Vincitore di numerosi premi, lo spettacolo apre la Trilogia dedicata al tema del Limite, “limite inteso – scrivono sul proprio sito web – quale risorsa drammaturgico creativa per la definizione di qualsivoglia atto d’arte, nella sua natura prima d’atto politico-democratico”.

La trilogia (di cui fanno parte anche “T/Empio, critica della ragion giusta” e “Conferenza tragicheffimera, sui concetti ingannevoli dell’arte”) definisce un progetto di teatro itinerante presentato in anteprima per il Cartellone del Teatro Stabile di Messina nell’aprile 2014. I tre spettacoli dovevano essere rappresentati infatti in tre luoghi diversi: Teatro, Tribunale e Manicomio.

In occasione del ritiro del Premio ANCT 2017 (Associazione Nazionale Critici di Teatro) la Compagnia Carullo Minasi è stata definita “l’ultima, piccola rivoluzione delle scene teatrali italiane”.

Il testo è la trascrizione adattata dell’intervista andata in onda su Radio Antidoto.
Tutte le foto utilizzate in questo articolo sono di Gianmarco Vetrano e sono state concesse dalla Compagnia Carullo-Minasi.

La riapertura delle librerie tra polemiche e piccoli semi di speranza.



La citazione di Maria Carmela Sciacca di Legatoria Prampolini sulla riapertura delle librerieLo scorso 14 aprile per effetto del Decreto promosso dal Governo Conte sarebbe dovuta avvenire la riapertura delle librerie in tutta Italia. Diciamo sarebbe perché in realtà questo provvedimento ha suscitato non poche perplessità, proprio tra chi una libreria ce l’ha e la gestisce.

In questo podcast abbiamo cercato di capire come la riapertura delle librerie celi in realtà un malcontento sopito da tempo da una parte della categoria dei librai che comunque in questo periodo hanno dato prova di una forte forza d’animo e di resistenza. Ci siamo affidati alle voci di tre protagonisti di questo mondo che – ognuno con il proprio ruolo – ha affrontato il lockdown in modo diverso. Maria Carmela Sciacca della libreria Vicolo Stretto e Legatoria Prampolini di Catania, Venera Leto della libreria Colapesce di Messina e promotrice del progetto Allitterate e Enrico Quaglia di Ennew, agenzia che ha promosso il servizio Libri da asporto.

Riapertura delle librerie: ma cosa è successo durante la chiusura forzata?

Maria Carmela Sciacca, a nome dei due esercizi che gestisce insieme alla sorella Angelica ha firmato la lettera apparsa su Minima et Moralia in cui viene espressa da 154 librai la perplessità nei confronti del provvedimento del 10 aprile scorso. Un provvedimento che alla fine ha prodotto una serie di aperture a macchia di leopardo: tra i nostri ospiti Maria Carmela ha deciso di aprire per alcune ore mentre Venera ha deciso di tenere chiusa Colapesce fino ai primi di maggio.

La citazione di Venera di Allitterate sulla riapertura delle librerie

Il provvedimento pone comunque la parola fine a un periodo – quella della chiusura – che non è possibile definire di essere stato di riposo. Lo testimoniano le tante dirette social organizzate dai librai e i vari servizi di consegna a domicilio. Uno dei più simbolici per il modo in cui è stato costituito ed è stato finanziato è Libri da Asporto. Libri da Asporto è una iniziativa nata da Ennew, agenzia di consulenza e marketing editoriale, che ha creato un fondo finanziato da parte degli editori. Ognuno di essi ha contribuito come poteva e i soldi sono stati utilizzati per coprire le spese di spedizione di tutte le librerie indipendenti che ne facevano richiesta (i costi per un servizio simile per una sola libreria sono esorbitanti, ci ha detto Enrico durante l’intervista). Allitterate, invece, il progetto pensato da Venera Leto, nasce dalla voglia di mostrare in una mappa le librerie indipendenti presenti in Italia. In questa fase Venera sta raccogliendo il materiale (i librai che volessero farne parte possono rivolgersi direttamente a Venera) e presto sarà online.

Risvolti inaspettati della chiusura forzata

La citazione di Enrico di Ennew sulla riapertura delle librerie

Questi due semplici esempi fanno emergere un aspetto singolare della chiusura forzata (vorremmo usare positivo, ma forse l’aggettivo è troppo forte): ha agito come acceleratore di processi che erano in stand-by e che, a causa del lavoro quotidiano, non venivano fuori. È successo con Librai da Asporto che si prepara a diventare un servizio stabile, è successo con il portale Allitterate che sarà utile per trovare la propria libreria indipendente quando tutto sarà aperto. Ed è successo soprattutto con i lettori che volontariamente hanno sostenuto le librerie come hanno potuto.

Nella tragedia del coronavirus questi non possono che essere piccoli semi di speranza.


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Foto di Maia Habegger via Unsplash.

Tra bandi e offerte di lavoro, la giusta occasione per svoltare

Come ogni mese, scandagliamo il web alla ricerca di bandi e offerte di lavoro che vi permettano di svoltare: nella vostra carriera, con una nuova sfida lavorativa o con la vostra startup, trovando i fondi giusti per raggiungere il vostro obiettivo. Nella bacheca di aprile trovate due bandi e quattro offerte di lavoro. Scopritele tutti!

Come sempre le offerte arrivano direttamente da Start Me Up – gruppo d’ascolto. Se volete conoscerle in anteprima, unitevi! Pubblichiamo un’offerta al giorno, dal lunedì al venerdì.

Culturability 2020: una certezza con qualche novità

600 mila euro per centri culturali innovativi, nati da processi di rigenerazione e riattivazione di spazi, edifici, ex siti industriali, abbandonati o sottoutilizzati. È questa la cifra che Unipolis, la fondazione promotrice di Culturability ha deciso di mettere sul piatto confermando l’apertura della call nonostante “l’attuale fase di emergenza sanitaria generata dal Coronavirus”. L’intento è quello – si legge ancora sul sito – di “offrire un supporto alle tante organizzazioni culturali in difficoltà, che continueranno nei prossimi mesi ad accusare gli effetti della chiusura dei propri spazi e dell’annullamento dei loro eventi avvenuti in questi mesi”.

L’edizione 2020 di Culturability mantiene l’intento degli anni precedenti, ma presenta alcune novità negli obiettivi, nei tempi e nei destinatari. Il programma è indirizzato a centri culturali rigenerati già attivi, in cui si sviluppano processi di innovazione culturale con impatto sociale e civico, e si sperimentano nuove logiche di collaborazione con le comunità locali.

La call chiude il 16 giugno 2020 alle ore 13 e le candidature dovranno essere sottoposte solo online. Tutte le info sono su culturability.org.

Idee green da accelerare: Step Tech Park vi sta cercando!

Step Tech Park, l’hub per la lotta alle emissioni di CO2, ha lanciato la call for startup. In palio un esclusivo programma di accelerazione, uniche possibilità di networking e supporto quotidiano e concreto nella realizzazione dei progetti più sfidanti. C’è tempo fino al 15 maggio per partecipare!

Tutte le info qui steptechpark.com/call-for-future

Customer Success Manager presso Sketch

Questo non è un lavoro per tutti. Non tanto perché per gestirlo è necessaria la conoscenza della lingua inglese scritta e parlata ma perché la figura richiesta dovrà diventare il “volto di Sketch” per i clienti. Il CSM dovrà infatti gestire il rapporto con i clienti, raccogliere i loro feedback e l’evangelizzazione della piattaforma di sketch. L’obiettivo – si legge nell’annuncio – “non è vendere, ma piuttosto costruire relazioni, favorire l’adozione duratura e aiutare i clienti a raggiungere con successo i propri traguardi”.

Sketch è una delle aziende digitali più importanti al mondo. Lavorano in modalità remoto e quindi ci teniamo a segnalarvela.

Tutte le info: sketch.com/jobs/customer-success-manager/

Customer Engineer, Networking, Google Cloud – presso le sedi Google di Milano e Roma

Google Italia è alla ricerca di un ingegnere che possa occuparsi del controllo della rete e della gestione dei clienti interessati all’uso di Google Cloud. Non quindi un semplice ruolo di tecnico, bensì una figura che sia in grado di parlare e immaginare per i clienti il modo migliore con cui utilizzare la rete che Google mette loro a disposizione.

Tutte le info su linkedin.com/jobs/view/1821360078/

Full stack e Junior developer presso Pigro, Bologna

Pigro è l’azienda che progetta assistenti virtuali pensando ad Aziende ed Enti Pubblici e a help desk di medie e grandi dimensioni. Ha la sede a Bologna ed è alla ricerca di due tipi di sviluppatori: uno back-end/ Full Stack e l’altro junior. Le due figure saranno inserite all’interno del team che da tempo si occupa di soluzioni che hanno a che fare con Intelligenza Artificiale e un approccio statistico.

Consulta la descrizione delle due offerte qui pigro.ai/lavora-con-noi

Posizioni aperte a Satispay – diversi ruoli e diverse sedi.

Satispay è una delle startup fintech più quotate in Italia. Anche noi la usiamo (sia in azienda che privatamente). Qualche giorno fa abbiamo fatto un giro sul loro sito e ci sono tante posizioni aperte. Sono diverse figure per diverse sedi. Potete filtrare la ricerca, sia per luogo che per competenza.

Fate tutto qui satispay.breezy.hr

Foto di copertina Linus Nylund via Unsplash.

Si scrive rivoluzione, si legge rigenerazione



C’è un paese in Calabria in cui è in atto una rivoluzione molto particolare, portata avanti dalle seppie. È una rivoluzione che parla di rigenerazione urbana, è collegata alla London Metropolitan University e coinvolge studenti, professionisti e ovviamente i cittadini del paese. Il paese in questione è Belmonte Calabro, in provincia di Cosenza dove qualche giorno fa si è chiuso il workshop “Dagli scarti”. Questo è solo l’ultimo degli appuntamenti promossi dalla Rivoluzione delle Seppie. Ne abbiamo parlato in questo podcast con Rita Elvira Adamo.

Una nuova pedagogia legata a ciò che il territorio può offrire

Uno degli obiettivi della Rivoluzione delle Seppie è creare una nuova pedagogia per tutti i campi creativi. E, ci dice, Rita, questo obiettivo viene perseguito attraverso il learning by doing, permettendo a studenti di lavorare in prima persona a un progetto sul campo, partendo da ciò che il territorio può offrire. È un tipo di insegnamento che rientra nel percorso formativo offerto dalla London Metropolitan University che ciclicamente invita i propri studenti a vivere esperienze di questo tipo. E la Rivoluzione delle Seppie parte proprio da qui: nel 2016 per la prima volta un gruppo di studenti provenienti da varie parte del mondo (Rita è nata a Cosenza ma già allora studiava e viveva a Londra) arriva a Belmonte Calabro per lavorare al progetto di riqualificazione della Casa delle monache insieme a un gruppo di ragazzi migranti e il collettivo di architetti Orizzontale. L’unicità sta nel fatto che dopo quella esperienza le Seppie sono tornate ciclicamente in Calabria con nuovi esperimenti di rigenerazione urbana. L’ultima volta a inizio febbraio.

La citazione di Rita della Rivoluzione delle Seppie

Dagli Scarti” è stato l’ultimo appuntamento in ordine temporale che si è svolto a Belmonte Calabro. L’obiettivo del laboratorio era quello di concepire lo scarto come materiale di partenza per dar vita a qualcosa di nuovo o di altro. Una sorta di provocazione che induce a pensare oltre al prefabbricato, al perfetto, al curato per concepire quel che non ci è più utile, quindi scartato, come risorsa che ponga sotto una nuova luce quello che sembrava perduto.
“Dagli Scarti” è stato organizzato dalle “Seppie” insieme ai suoi partner principali Ex Convento, Orizzontale e l’università inglese, The Cass, con il patrocinio del Comune di Belmonte Calabro.

Rivoluzione delle Seppie vs Gentrificazione

Il modello di rigenerazione urbana proposto dalla Rivoluzione delle Seppie ci sembra una risposta concreta al dramma dello spopolamento dei piccoli borghi italiani, da contrapporre a quello decisamente più invasivo della gentrificazione. Le Seppie stanno trasformando Belmonte letteralmente “passo dopo passo”, dando il tempo alle persone che non abitano lì di frequentarlo e sentirlo proprio e alle persone del luogo di vederlo cambiare e accettando queste trasformazioni, intervenendo quando necessario. In più, aver acceso i riflettori su una realtà come Belmonte permette alle istituzioni e ai privati di accorgersi di questo luogo e quindi intervenire con gli investimenti necessari per una reale rivalutazione non solo di tipo sociale ma anche strutturale.

È un discorso che vale per Belmonte Calabro ma che potenzialmente potrebbe riguardare tutti gli altri borghi che vivono il dramma dell’abbandono.

Per saperne un po’ di più sul fenomeno della gentrificazione:


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Foto di copertina, via.

Silenzio! Atto primo dell’azione creativa



In occasione del prossimo appuntamento di Creative Mornings Palermo, ospitiamo Dario Mangiaracina, medico, attore e musicista del gruppo La Rappresentante di Lista. A lui il compito di declinare il tema del mese di Creative Mornings che è Silenzio.

Per Dario il silenzio è la condizione essenziale che precede l’azione creativa: solo quando tutto è calmo è possibile per Dario creare. Al tempo stesso il silenzio rappresenta anche il vuoto, la paura del foglio bianco: un incubo per chi crea.

Dario sarà il protagonista dell’appuntamento palermitano di Creative Mornings che si svolgerà il 21 dicembre in via del tutto eccezionale al pomeriggio: ore 19 presso il teatro Atlante di Palermo per un talk che si preannuncia non solo parlato ma con elementi sonori che arrivano direttamente dall’esperienza artistica di Dario. Ci si registra gratuitamente qui.

Medico, attore e musicista: ruoli che si sovrappongo

Durante l’intervista parliamo con Dario della sua formazione. Medico di formazione (ma non esercita), in Dario risalta molto di più l’aspetto artistico. Partito con il teatro dove è cresciuto, incontra durante uno dei suoi spettacoli Veronica Lucchesi e con lei fonda La Rappresentante di Lista. Il gruppo ha pubblicato tre dischi e durante gli spettacoli è evidente il legame che i due hanno con il teatro e – ovviamente – la musica. In una intervista hanno dichiarato che il loro genere è Queer e nel podcast spieghiamo il significato di questa definizione e soprattutto il legame che questo tipo di genere ha con il silenzio.

citazione di Dario sul silenzio

Inoltre parliamo di come si riesce a vivere grazie alla propria arte in Italia alle soglie del 2020 e di come, arrivato a un certo livello di notorietà, ogni artista deve confrontarsi con la propria arte e il proprio pubblico.


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Di vino, muse e sommelier: al via una nuova stagione di Start Me Up



Il primo ospite di questa nuova stagione di Start Me Up arriva da Palermo, ha a che fare con il vino ed è la protagonista del prossimo incontro targato Creative Mornings Palermo. È stata scelta perché il tema di questo mese è Muse e quindi chi meglio di un sommelier che offre “degustazioni folli per clienti pazzi”. Venerdì 27 settembre 2019 racconterà la sua esperienza proprio all’interno del luogo in cui lavora, l’enoteca Picone; noi l’abbiamo incontrata qualche giorno fa per avere qualche anticipazione. Lei è Vera Bonanno.

Una musa della degustazione

Le degustazioni che offre Vera sono nate per caso per alcuni amici e, per certi versi, sono ancora riservate a un tipo particolare di clientela che frequenta l’enoteca palermitana. Sono appuntamenti che mettono insieme la memoria e il canto, due elementi che accomunano il mondo del vino e quello delle muse. Naturalmente poi Vera ha un modo tutto suo di metterli insieme e nel podcast spiega come e perché.

La citazione di Vera su vino e Muse

Nel corso del podcast poi abbiamo modo di parlare del mondo del vino: da ciò che ci guida nel momento della scelta di una bottiglia, al mercato che ha visto negli ultimi anni crescere l’interesse da parte del grande pubblico. Vera da Sommelier ha un occhio privilegiato su tutto ciò e ci offre un punto di vista originale, dandoci degli spunti su cui riflettere e consigliandoci anche dei vini da provare.

Vera è la protagonista dell’appuntamento di settembre di Creative Mornings di Palermo che si terrà venerdì 27 settembre presso l’enoteca Picone. Tutte le info sono sul sito ufficiale dell’evento.

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