Trovare il potenziale dove mancano le infrastrutture



In questo podcast assumiamo una prospettiva inedita. Con noi Eythor Jonsson, docente presso la Copenhagen Business School ed esperto di innovazione: durante la sua carriera ha accompagnato nel percorso di impresa startup e scaleup attraverso la creazione di programmi specifici.
Eythor Jonsson negli anni si è specializzato nella creazione di valore in zone povere di infrastrutture ma ricche di potenziale. Ha operato principalmente nel Nord Europa e la sua esperienza non è poi così lontana da chi, alle nostre latitudini, lavora affinché innovazione e impresa producano un impatto reale sulla vita delle persone.

Metà docente e metà imprenditore: la doppia carriera di Eythor Jonsson

La carriera di Eythor Jonsson si divide tra le lezioni alla Copenhagen Business School dove ha due corsi focalizzati sull’imprenditoria e i progetti dedicati al mondo dell’impresa. Nella prima parte del podcast raccontiamo il Growth Train Project, un acceleratore/incubatore dedicato a idee del foodtech e agritech focalizzato nella parte meridionale della Danimarca che Eythor e il suo gruppo ha ideato qualche anno fa.
Ci facciamo quindi spiegare come cambia il suo approccio con i suoi studenti/corsisti e quali sono le metodologie che utilizza, come ad esempio la gestione per Obiettivi Chiave. In più Eythor ci svela anche i risvolti di una carriera divisa a metà tra lezioni e imprenditoria: una condizione che ha in sé uno dei possibili scenari sul futuro dell’educazione.

E quindi come si parla di innovazione in posti con poche infrastrutture?

Nella seconda parte del podcast chiediamo a Eythor quelli che sono i suoi trucchi del mestiere. Come suscitare l’ispirazione in chi vuole fare impresa? Ma ancora più importante: come riconoscere il potenziale in una persona o in un luogo? Prima delle competenze e/o degli investimenti, c’è il fattore cultura su cui agire: ad esempio, mettere in una luce diversa il fallimento (noi un’idea ce l’abbiamo). E poi il rapporto con gli amministratori, che se parliamo di ecosistemi, non possiamo ignorarli…

La citazione di Eythorn sul potenziale

Nell’ultima parte del podcast infine, si passa ai territori. Ad esempio: come si esce dal loop “non c’è sviluppo perché non ci sono le infrastrutture e non ci sono le infrastrutture perché non c’è sviluppo”? Che è un piccolo mantra dalle nostre parti. E poi, Nord e Sud Europa, cosa possono imparare l’una dall’altra? La risposta non è poi così scontata, soprattutto nell’ottica di un ecosistema startup europeo su cui Eythor ci dice la sua.

Da non dimenticare

  • La traduzione voce italiana di Eythor è di Francesco Rigoni, che ci ha dato una mano anche con la traduzione.
  • Qui parliamo di “Fai di te stesso un brand” e qui è dove Scandellari non se la prende a male quando lo definiamo fratello maggiore.
  • Infine qui ci sono tutte le novità inerenti al gruppo Telegram che è sempre aperto a chiunque voglia supportare Start Me Up.

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foto di copertina di Thomas Kelley via Unsplash

Scaleup vs startup: è solo una questione di fatturato?

Facciamo un test: quanti di voi hanno sentito nell’ultimo periodo il termine Scaleup? Se siete nostri ascoltatori affezionati dovreste averlo ascoltato nell’ultimo podcast che abbiamo pubblicato prima di questo post: abbiamo parlato di Kineton, che è appunto, una scaleup campana. E sapete quali sono le caratteristiche di una scaleup? E perché non è una startup?

Abbiamo fatto qualche ricerca.
Innanzitutto come si scrive: scaleup, tutto attaccato, non sono due parole.

Secondo la versione inglese di Wikipedia – che cita l’Eurostat-OECD Manual on Business Demography Statistics – una Scaleup company è

una società che negli ultimi 3 anni ha registrato un rendimento medio annuale di circa il 20% e può contare almeno 10 dipendenti.

Già nel 2014 Alberto Onetti di Mind The Bridge aveva espresso la necessità di definire cosa fosse una scaleup. Lo faceva dalle pagine del blog di SEP (Startup Europe Partnership) di cui Mind The Bridge fa parte. In quell’articolo leggiamo che una scaleup è

una azienda in fase di sviluppo, che appartiene al mercato dell’alta tecnologia, e che vuole crescere in termini di accesso al mercato, ricavi e numero di dipendenti, apportando valore grazie all’identificazione e realizzazione di progetti di successo con compagnie già consolidate.

È quindi, se vogliamo, una definizione ben specifica che identifica il settore di appartenenza (alta tecnologia) e il fattore “crescita” che passa dalla collaborazione con una grossa azienda già consolidata sul mercato.

Che differenza c’è tra una scaleup e una startup?

differenze tra due cose come ad esempio startup e scaleup

Da questo primo paragrafo è abbastanza semplice definire quindi una linea di demarcazione tra le startup e le scaleup. Sicuramente c’è una differenza di fatturato: se la startup è alla ricerca del modello di business che le permetta di stare in piedi, la scaleup il suo lo ha già consolidato. Inoltre, chi lavora alla propria startup dovrà identificare la propria nicchia di mercato, dovrà molto probabilmente lavorare sul proprio prodotto e/o servizio, adattandolo alle richieste dei nuovi utenti, immaginare di spostarsi su altri mercati e così via…

La scaleup ha superato questa fase ma non dorme certo sogni tranquilli: se infatti ha già consolidato il suo modello di business ed è riuscita a identificare una propria nicchia di mercato sulla quale ha costruito la sua reputazione deve capire come mettere a frutto ciò su cui ha lavorato. Può, ad esempio, sperimentare collaborazioni con grosse aziende a cui vendere o il proprio servizio/prodotto o le proprie competenze.

Le differenze tra startup e grosse aziende

Se volessimo semplificare ulteriormente, potremmo citare l’articolo scritto da Julie Zhuo, che su Medium ha sintetizzato i punti che differenziano una startup da una grossa azienda. Non li scriverò tutti qui, ma copierò solo quelli che mi sono piaciuti di più.

Una startup vive per un solo e unico obiettivo: realizzare qualcosa che abbia un valore talmente alto che spinga le persone a volerlo usare. Per questo, scrive sempre Julie Zhuo, le startup sono portate a correre grossi rischi nel loro breve ciclo di vita (diffidate sempre da chi ha una startup da più di tre anni!!!). Da qui si capisce come startup sia più uno stile di vita che un lavoro vero e proprio.

Di contro, le grosse aziende hanno già un prodotto che ha permesso loro di avere una posizione all’interno del mercato: per questo motivo non possono correre troppi rischi ma possono testare più a lungo una nuova soluzione su diversi ambiti (prodotto, organizzazione aziendale, ecc…). Inoltre, gestiranno i progetti e le persone in maniera diversa: avendo già un margine di guadagno saranno in grado di alzare l’asticella del proprio lavoro puntando su una comunicazione interna più efficace o investendo sui propri dipendenti.

Sul passaggio da startup a scaleup vi consiglio di leggere quello che ha scritto Joel Gascoigne, founder di Buffer, che racconta di come lui e i suoi collaboratori hanno gestito questa trasformazione all’interno dell’azienda.

Quali sono le scaleup al Sud Italia?

Come nel resto del Paese anche il Sud Italia ha le sue scaleup che una volta nate hanno aperto uffici in altre parti del mondo. La prima che vi segnalo è Kineton, di cui abbiamo parlato nel podcast pubblicato qualche giorno fa. Sempre in Campania troviamo Buzzoole la piattaforma di influencer marketing che poco meno di un anno fa con un’operazione di rebranding e un aumento di capitale entrava di fatto tra le scaleup italiane. Poi c’è la romana Manet che offre servizi tecnologici alle strutture ricettive e che in questi ultimi mesi sta avendo un grosso successo anche a causa della crisi del suo competitor principale.

Per avere un panorama più completo sulla situazione europea vi segnalo il report realizzato da Mind The Bridge che può essere scaricato gratuitamente da qui.

Ora arriva il tuo turno!

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Foto di copertina di Austin Ban via Unsplash