I miti da sfatare sul growth hacking e un esperimento

Questo articolo è stato scritto con il supporto di Dario Flaccovio Editore

Più che sul libro sul growth hacking, quello scritto da Luca Barboni e Federico Simonetti è un libro sui miti da sfatare sul growth hacking. Quello che può sembrare un espediente acchiappa click è in realtà la prima sensazione che ho avuto quando sono arrivato alla fine di Growth Hacking: fai crescere la tua impresa online che fa parte della collana Webbook di Dario Flaccovio Editore. In questo articolo elencherò quelli che a me sono sembrati i miti più eclatanti e in più vi sottoporrò a un esperimento. Ma dovrete arrivare fino alla fine. Per cominciare, una nota sugli autori.

Gli autori di Growth Hacking: fai crescere la tua impresa online

Il libro – la cui prima edizione è di metà 2017 – sintetizza per bene la storia e i processi che stanno dietro al Growth Hacking. Per scriverlo Luca Barboni si è affidato a Federico Simonetti che – come scrive lui stesso – era “la persona più intelligente nella stanza” dove si conobbero qualche anno prima della scrittura del libro. Ma non solo lui: all’interno del libro ci sono inserti curati da altri 5 “contributori” che, se avete un minimo di dimestichezza con il mondo del marketing digitale italiano, riconoscerete subito. Stiamo parlando di Matteo Pogliani, Raffaele Gaito, Bernando Mannelli, Claudio Marchetti e Federico Pacilli.

Primo mito da sfatare: il Growth Hacking non è un ricettario

La struttura del libro permette a qualsiasi lettore di farsi una idea piuttosto completa di cosa parliamo quando parliamo di growth hacking. Si parte da una panoramica del mondo delle startup, un concetto che purtroppo sempre più annacquato negli ultimi tempi e che qui gli autori riprendono nell’accezione classica della Silicon Valley: cioè un’azienda che con poco e in modo innovativo riesce a crescere tanto e in poco tempo. E qui viene fuori il ruolo essenziale del growth hacking all’interno della vita di una startup. Ma attenzione! Non stiamo parlando di un ricettario dove trovare quelle azioni che SICURAMENTE ti faranno crescere. Il primo mito sul growth hacking che questo libro sfata è proprio questo: il growth hacking è più un processo che un libretto di istruzioni. Delusi? E questo è niente…

Secondo mito da sfatare: il Growth Hacking non è solo per startup

Il fatto che il growth hacking arrivi dal mondo delle startup non significa certo che sia adatto solo a questo tipo di aziende. Nel libro questo concetto viene articolato per bene e vengono anche riportati i casi di successo di alcune imprese che hanno usato il growth hacking per lanciare un singolo prodotto o di come alcuni imprenditori ormai lo utilizzino quotidianamente nella loro azienda. Ve l’ho detto, è più un processo da attuare all’interno della propria impresa che altro. Un processo che prevede – tra le altre cose – uno stretto contatto con i propri clienti, ma soprattutto con i dati in nostro possesso. Se dovessimo infatti trovare delle parole chiave proprie del growth hacking, una di queste sarebbe certamente “misurare”. Come farlo al meglio? Lo trovate scritto nel libro, dove sono indicati anche alcuni hack (è proprio il caso di dirlo) per farlo non solo al meglio ma anche in meno tempo possibile.

Come passare all’azione?

Growth Hacking: fai crescere la tua impresa online è soprattutto un manuale operativo, naturalmente. Se da un lato descrive le principali caratteristiche del growth hacker all’interno delle aziende, dall’altro analizza e descrive tutti gli aspetti che una società dovrebbe intraprendere nel caso in cui decidesse di attuare processi simili. Perché, non dimentichiamolo e gli autori non smettono mai di ricordarlo, il growth hacking è un processo che coinvolge l’intera azienda: più lo sforzo sarà corale più ci sarà la garanzia di avere dei risultati concreti.

Infine, l’esperimento…

Se a me questo libro ha dato la sensazione di voler scacciare il tanto fumo che negli ultimi anni si è sollevato su questo argomento, spero che questo articolo vi convincerà a leggere Growth Hacking: fai crescere la tua impresa online. E, visto che se siete arrivati a leggere fin qui, in piena ottica growth hacker vi invito a condividere queste poche righe con chi pensate possa essere interessato. Dimostratevi che non ho mica letto questo libro per niente, eh!

La foto di copertina è di Samuel Zeller, via.

Quattro motivi per leggere “Il lavoro del futuro” di Luca De Biase

Parlando di questo libro avrei potuto inserire un sacco di citazioni che mi sono rimaste in mente. Il rischio sarebbe però poi stato di non scrivere un articolo ma di fare un plagio, così cerco di mettere le idee al proprio posto e vi do quattro motivi per leggere “Il lavoro del futuro” di Luca De Biase.

Innanzitutto perché non è solo teoria. È bello vedere come l’autore inserisca casi concreti di aziende italiane che lavorano in campi come la robotica e a livelli così alti che quasi pensi non sia possibile: quando il dibattito quotidiano si è ridotto a polemiche e a un gioco al ribasso che ci appiattisce tutti alla mediocrità? Perché è necessario acquistare un libro per sapere che in ogni parte d’Italia c’è almeno un’azienda che cerca di innovare il proprio settore? Credo che se notizie di questo tipo fossero più alla portata di tutti guarderemmo al futuro con meno livore e forse anche con un po’ più di serenità.

Fa i conti con la paura sempre più diffusa della perdita di posti di lavoro (vedi alla voce livore, poco più su). Magari è una versione edulcorata del futuro, però il libro affronta il tema del “sopravvento dei robot” in maniera piuttosto oggettiva. E lo fa in un modo abbastanza banale e cioè trattando i robot per quello che sono, cioè macchine. Quindi nessun complottismo o piano di chi sa quale mente perversa, ma solo la consapevolezza di dire che in quanto macchine saremo noi umani a stabilire come funzioneranno. Sul tema poi della mancanza dei posti di lavoro si conferma la visione che si, le macchine faranno ciò che oggi fa un operaio poco specializzato: ma si pone in luce anche che se si tratta di lavori massacranti, poco stimolanti e rischiosi c’è da dire anche meno male! Il libro si sofferma poi sui vari tipi di posti di lavoro che la robotica richiederà in un futuro talmente prossimo che stiamo parlando di ore. Un aspetto poco dibattuto ahinoi, ma che ci dovrebbe interessare visto che qualcuno questi lavori dovrà farli e come dice il proverbio “chi tardi arriva, male alloggia”.

Non solo robotica. Se parlasse solo di tecnologia e robot “Il lavoro del futuro” sarebbe un libro incompleto. Una parte del saggio è dedicata infatti a come cambia il lavoro nella vita delle persone. Ci stiamo infatti sempre più allontanando da un modello rigido vita personale/lavoro. Ci piaccia o no, la persona come essere pensante è e sarà sempre più coinvolta nella vita della azienda di cui fa parte. Un po’ perché il lavoro meccanico sarà sempre più affidato alle macchine (vedi su), dall’altro lato c’è anche un motivo culturale dietro: le persone saranno sempre meno disponibili a lavorare in posti in cui non posso apportare valore all’azienda. Un aspetto che chi si appresta a gestire questa nuova forza lavoro non può sottovalutare: già oggi chi lavora sente l’esigenza di essere coinvolto e questo aspetto prenderà sempre più piede in futuro.

Formazione ed ecosistemi. Per questo motivo un altro aspetto indagato da “Il lavoro del futuro” è quello della formazione e di ciò che c’è intorno all’azienda. Non possiamo più immaginare che un’impresa si preoccupi solo di ciò che avviene all’interno delle proprie mura. È necessario instaurare un dialogo con gli enti di formazione, con le amministrazioni locali e nazionali per stimolare una crescita sociale, culturale e quindi anche economica di un intero sistema. Sembra complesso ma è un tema profondamente legato a quanto detto in precedenza. I lavoratori avranno sempre più bisogno di essere coinvolti e in base a questo riusciranno a dare il giusto contributo alla propria azienda.

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Foto di copertina di Annie Spratt, via Unsplash.

Perché chi ha un’idea d’impresa dovrebbe leggere “Da cosa nasce cosa”

Non so quando o perché ho deciso di inserire Da cosa nasce cosa di Bruno Munari nella mia lista pubblica di libri da leggere. Forse ne ho letto un estratto da qualche parte e avevo deciso che doveva rientrare nella mia biblioteca personale. L’incoscienza a volte ci azzecca e nonostante io non sia un designer questo libro mi ha divertito e per certi versi l’ho trovato utile per il mio lavoro.

Un libro sulla creatività

copertina libro Munari Da cosa nasce cosaSe ho deciso di parlare di Da cosa nasce cosa di Bruno Munari per dare il via alla rubrica sui libri di Start Me Up è perché questo è un libro sulla creatività. Vuoi poi per la scrittura leggera, vuoi per la semplicità delle argomentazioni Da cosa nasce cosa è a mio avviso un must per chi risolve problemi per lavoro. L’intento di Munari è quello di insegnare le basi della progettazione di cose alla portata di tutti, che risolvono problemi reali. Perché “se si impara a risolvere piccoli problemi si può pensare di risolvere poi problemi più grandi.” Munari spiega tutto in maniera lineare e attraverso modelli molto semplici. Su tutti, lo schema di risoluzione di un problema a mio avviso andrebbe appeso sul muro di ogni agenzia che progetta soluzioni per qualsiasi tipo di cliente.

La regola fondamentale che sta dietro ogni progetto: semplificare.

C’è anche un paragrafo dedicato all’importanza di semplificare. “Semplificare è un lavoro molto difficile e richiede molta creatività. Complicare è molto più facile”. Ora quanti di voi hanno progettato una app o un servizio, pensandoci di farci una startup, mettendoci dentro decine di funzioni? E adesso, pensate a quante cose o servizi usate proprio perché sono semplici da utilizzare? E, attenzione se non siamo capaci di capire quanto difficile sia semplificare è perché, per natura, è difficile quantificare il lavoro progettuale che c’è dietro a un oggetto o servizio che funziona bene. Sarà capitato a tutti, davanti a un nuovo oggetto che fa qualcosa di semplice esclamare: “Ma questo lo sapevo fare anche io”. La risposta migliore la dà Munari:

“quando qualcuno dice
questo lo so fare anch’io
vuol dire
che lo sa rifare
altrimenti lo avrebbe
già fatto prima”.

E qui capite quanto la novità rappresenti, almeno per alcuni campi, un reale vantaggio competitivo.

Anche se nasce per designer, Da cosa nasce cosa è perfetto per chi ha un’idea e vuole farci un’impresa. Il testo giusto, che ti induce a dubitare delle cose giuste e a porti le domande corrette. Servono altri motivi per pensare di doverlo leggere?

foto di copertina Chris Benson, via Unsplash

Non c’è sviluppo senza il bello e gli ultimi: la ricetta di Sud Innovation

Quando fui nominato Presidente della Fondazione CON IL SUD, decisi di incontrare un po’ di esperienze significative del “sociale”. Incontrai a Napoli uno dei più intelligenti ed innovativi operatori che lavora in un quartiere famoso, nel centro della città. Mi disse: “Se riusciamo ad incrociare il bello e gli ultimi faremo veramente sviluppo”. Pensai che era un bell’auspicio, un po’ visionario. La realtà che vedo, mi dice che aveva perfettamente ragione.

Carlo Borgomeo – Presidente Fondazione con il Sud

Così si chiude il libro “Sud Innovation – patrimonio culturale, innovazione sociale e nuova cittadinanza (FrancoAngeli, Milano 2015)” e se riporto questo passaggio non è certo per rovinarvi il finale. È solo che – come ogni cosa nella vita – il senso di un percorso lo si capisce al termine del viaggio. E questo libro è un viaggio reale in quella che è al momento l’innovazione –sociale applicata al patrimonio culturale – nel Sud Italia. Il mio è un parere da spettatore, o meglio operatore, che da qualche anno con il podcast racconta storie come quelle raccolte in questo volume. Alcune sono stranote e grazie a Dio hanno superato la fase di startup, altre (che non conoscevo, lo ammetto!) mi hanno lasciato la voglia di saperne di più e chissà, magari raccontarle attraverso le voci dei protagonisti in una delle prossime puntate.

Un Sud Italia lontano dagli stereotipi che esiste e resiste

Nella presentazione del libro che se ne fa sul sito c’è anche un po’ il punto che ha animato Start Me Up. Il podcast da sempre ha provato a raccontare un Sud Italia diverso, lontano dagli stereotipi del folklore e delle macchiette regionali. Forse oggi lo fa con maggiore consapevolezza, certo che queste non rappresentano più delle semplici deviazioni a un percorso già stabilito, ma delle vere e proprie vie; se d’uscita, decidete voi da cosa. Ma dicevamo della presentazione:

Nella sconfortante situazione generale in cui versa il patrimonio culturale e ambientale italiano, tante iniziative e progetti, promosse perlopiù da cittadini appassionati e determinati, hanno iniziato a destare l’attenzione per aver riaperto luoghi, riqualificato spazi, rigenerato quartieri e riattivato relazioni comunitarie, creando sviluppo locale e arricchimento culturale.

L’aspetto interessante è il filo rosso che accomuna tutte queste storie e che, nella diversità di luoghi e persone, presenta caratteristiche comuni. C’è la voglia di riappropriarsi di luoghi che gli enti preposti, per vari motivi, sono incapaci di gestire, ma anche la volontà di lavorare sul ruolo della comunità. Due aspetti che portano automaticamente e inevitabilmente a inventare una nuova economia. Questa economia sarà così forte da, non dico sostituire, ma almeno affiancare quella preponderante? È la sfida che le storie raccolte in questo libro portano avanti e che, per avere successo, devono mettere in contatto il bello e gli ultimi. Nonostante tutto, nonostante tutti.

Sud innovation. Patrimonio culturale, innovazione sociale e nuova cittadinanza

  • Autori e curatori: Stefano Consiglio, Agostino Riitano
  • Contributi: Alessandro Bollo, Carlo Borgomeo, Fabrizio Cobis, Roberto Ferrari, Alessandra Gariboldi, Alessandro Hinna, Marcello Minuti, Tommaso Montanari, Alessia Zabatino
  • Editore: Franco Angeli (17 ottobre 2016)